Massimiliano Magnano, RICOMINCIARE DA BUFFON?

Massimo PIATTELLI PALMARINI, Jerry FODOR, Gli errori di Darwin, traduzione italiana di Virginio B. SALA, Supervisione scientifica di Massimo PIATTELLI PALMARINI, Feltrinelli, Milano 2010

9788807723247_quarta_jpg_448x698_q100_upscaleApprodato in edizione italiana, il libro di Massimo Piattelli Palmarini e Jerry Fodor, Gli errori di Darwin, sta stimolando anche in casa nostra vivaci discussioni circa la plausibilità della teoria evoluzionistica così come questa è andata strutturandosi tra i neo-darwinisti. Il titolo del libro, in effetti, evoca piuttosto la figura dello stesso Darwin, certamente per ottemperare a doverose esi-genze di comunicazione e di marketing, ma non solo. È infatti necessario chiedersi se sia corretto oppure no rimanere a tutti i costi nel più ortodosso darwinismo. La questione è perciò parecchio spinosa; si sono occupati di dirimerla Massimo Piattelli Palmarini e Jerry Fodor. Il primo è biofisico e scienziato cognitivo, fondatore del dipartimento di Scienze cognitive dell’Istituto San Raffaele di Milano, principal research scientist al MIT e docente a Harvard, al Collège del France, alla École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. Jerry Fodor è professore di Filosofia del linguaggio e scienza cognitiva alla Rutgers University ed è l’esponente di maggiore rilievo del “funzionalismo”. La controversa vicenda circa la coerenza della teoria evoluzionistica dunque è oltremodo argo-mento di grande attualità, poiché acconsentire oppure no al darwinismo sembra sia divenuto di-scriminante tra chi possieda una cultura autenticamente scientifica e chi, no. Insomma, la questio-ne sembra avere preso questa piega: avere fede in Dio o avere fede in Darwin. Come la vogliamo mettere, possedere una visione (scientifica) del mondo rimane un atto di fede; anche quando que-sta fede venga in effetti opportunamente adattata per così dire ad una “terza via”. Rimane da comprendere in che cosa consista questa “terza via” indicata da Piattelli Palmarini e Fodor. Una cosa però la possiamo dire sin d’ora: gli autori, che legittimamente si proclamano atei convinti, appartengono per loro stessa ammissione alla categoria degli umanisti laici; clausola quest’ultima presentata come garanzia di scientificità e sotto la specie di postulato. E d’altra parte, se gli stessi autori — coerentemente con le loro convinzioni — hanno avvertito cogente il bisogno di esordire precisando che Gli errori di Darwin non è un libro né su Dio né sul cosiddetto “disegno intelligen-te” e neppure sul creazionismo, accade perché professano apertamente quell’altra fede: degli u-manisti laici e a certe condizioni quella di darwinisti, ancorché di un darwinismo opportunamente rivisitato ed emendato. Questa posizione non è però del tutto scevra da ambiguità. Occorre allora fare un po’ di chiarezza. Gli autori non ne fanno menzione; e tuttavia è opportuno chiedersi, che cosa s’intenda con l’espressione umanista laico. È bene affrontare anticipatamente anche questa questione, traendone le dovute conseguenze. Per definizione, umanista è chi, forte di una rigorosa educazione integrale, pone sempre al centro l’uomo; laico, poi, è colui che dinanzi a problemi e scelte — per quanto spinose — si pone scevro da pregiudizi. Dunque — sia pure per solo spirito di sintesi —, possiamo concludere che l’umanista laico è nient’altro che un uomo il quale avendo consapevolezza di se stesso ed essendosi formato con severità allo studio e alla ricerca, si pone di fronte a qualunque problema (scientifico) gli si presenti, scevro da pregiudizi, con mente aperta. Dunque, è opportuno che l’umanista laico, che lo scienziato abbia coscienza dei propri pregiudizi. Perché sempre se ne possono trovare, anche tra i più avveduti. Se però la condizione di umanista laico non è, di per sé, incompatibile con quella dell’uomo di fede, sia che questi si affidi a Dio o a Darwin, lo è certamente quella confessionale e partigiana di coloro i quali considerano la fede — più spesso quella degli altri — un limite invalicabile, perché guidati, più o meno inconsapevolmen-te, proprio dal pregiudizio. E da questo punto di vista, sia che ci trovi nella condizione di ateo con-vinto oppure nell’ortodossia cattolica non fa davvero alcuna differenza. Scientificità e imparzialità di giudizio non sono affatto garantite da presunte condizioni oggettive a-priori — per fare un e-sempio, l’appartenenza convinta alla categoria degli umanisti laici —, ma possono essere solo il frutto di un lungo e faticoso lavoro di consapevolezza dello scienziato stesso, che costantemente deve rendersi conto dei propri pre-giudizi, delle proprie pre-cognizioni, superandole. Chiarito ciò, possiamo essere d’accordo con Piattelli Palmarini e Fodor: l’uomo di scienza, l’umanista laico — quale che siano le sue convinzioni —, deve cercare solo spiegazioni naturalistiche: nient’altro. E d’altra parte questa sembra essere proprio l’intelaiatura che sorregge questo libro, il quale si pre-senta come un complesso e articolato testo di divulgazione scientifica, rigoroso, molto chiaro, e-splicativo e ricco di esempi. Soprattutto propone una mole considerevole di lavori scientifici recen-ti e qualificati, ciascuno dei quali porta argomentazioni a conferma della tesi fondamentale espres-sa dagli autori: non è la selezione naturale a governare l’evoluzione delle specie. Se però la tesi e-sprime icasticamente la posizione degli autori, quasi evocandola per immagini, non è altrettanto univoco e pervasivo il ruolo svolto delle argomentazioni, nel senso che pur essendo queste patri-monio comune di gran parte della comunità scientifica, non tutti gli scienziati, poi, hanno ritenuto opportuno desumere conclusioni analoghe a quelle proposte da Piattelli Palmerini e Fodor. Le questioni sul tavolo sono allora tante e, come accade in queste circostanze, se ne discuterà per cenni. Non prima, tuttavia, d’avere preventivamente chiarito che lo stato dell’arte circa la teoria evoluzionistica sia largamente condizionato dalla mancanza di ricerche interdisciplinari sull’argomento. Questo libro, in effetti, tra le altre cose, offre l’opportunità di svolgere una profi-cua riflessione orientata propriamente in senso interdisciplinare, cosa della quale il lettore avrà modo di apprezzare i benefici, in termini di chiarezza e profondità di pensiero.
Posto, dunque, che la tesi principale da dimostrare sia quella esposta, che cioè non è la se-lezione naturale a governare l’evoluzione delle specie, la prima fortezza da assediare è senz’altro quella adattamentista. Anzitutto per smentire che la teoria evoluzionistica abbia un carattere uni-dimensionale o eminentemente unidimensionale: mutazioni genetiche casuali si proiettano sui fe-notipi, che a loro volta si adattano all’ambiente (o non si adattano, provocando l’estinzione). Ciò che qui viene ampiamente negato è quello che poeticamente è stato chiamato la “genetica della cesta di semi”. E realmente, è stato dimostrato che la gamma dei fenotipi è ampiamente filtrata da vincoli endogeni e che la selezione esogena non opera mai su tratti isolati. Ora, se tutto ciò non ci mette ancora nelle condizioni di escludere del tutto che la selezione naturale sia determinante per l’evoluzione delle specie, tuttavia possiamo avanzare un paio di deduzioni, sia pure in via provviso-ria. Concesso che la gamma dei fenotipi sia filtrata da ben precisi vincoli endogeni, ciò può accade-re perché tale meccanismo non è né cieco né casuale, come peraltro vorrebbe l’ortodossia neo-darwiniana; maggiore è il peso della selezione endogena, minore risulterà il rilievo di quella eso-gena adattamentista. Ma con quale incidenza? Con quali risvolti sulla coerenza dei processi di se-lezione naturale? A tele proposito, è il caso di evidenziare la rilevanza di un certo numero di pro-cessi che noi semineremo per così dire a spaglio, ma che nel libro vengono accuratamente argo-mentati. È appena il caso di rilevare che questi processi non solo sfuggono alle spiegazioni adatta-tive, ma piuttosto le contraddicono apertamente; si tratta della selezione senza adattamento, l’assimilazione genetica, la plasticità genotipica e fenotipica, la contingenza, le esplosioni improvvi-se di nuove forme, gli elementi trasponibili, le regolazioni epigenetiche, l’intercambiabilità delle relazioni a fattori interni ed esterni. Data la prominenza e la frequenza di questi processi, possia-mo dire che il paradigma della selezione naturale a questo punto “scricchiola”. Quelli appena no-minati sono in effetti casi normativi ormai ben conosciuti, ampiamente documentati in letteratura da parte di vari studiosi. È pertanto opportuno chiedersi a questo punto se un siffatto numero di casi non mini dalle fondamenta la selezione naturale proprio in quanto modello, in quanto para-digma. In effetti, sì; secondo quanto emerge dal libro, possiamo senz’altro ammettere una spiega-zione storica della genealogia della specie, ignorando però quali meccanismi con precisione abbia-no determinato la speciazione, poiché la selezione naturale presenta molti e gravi difetti e nelle mani degli autori del libro sembra essersi “sbriciolata” assumendo appunto le sembianze della Sto-ria naturale. Si può inoltre pensare l’evoluzione solo nei termini di un processo locale; infine, ciò che conta è la relazione tra un organismo e la sua ecologia effettiva. La selezione naturale potreb-be avere qualche chance se solo si potesse ammettere la validità della concetto di “selezione-per”, la quale presuppone però la presenza operosa di una qualche intelligenza, di una mente. D’altronde è stato lo stesso Darwin a fare l’esempio dell’allevatore. Pensare che esista un mecca-nismo del tutto naturalistico di selezione per i tratti fenotipici ci fa tuttavia sconfinare nell’adattamentismo, da cui è fin troppo facile scivolare nell’equivoco: da una parte vengono invo-cate solo spiegazioni naturalistiche, ma poi si propone il modello dell’allevatore. Se, come sembra, non è possibile comprendere il mondo attuale senza fare ricorso a mondi controfattuali, è chiaro che da questo punto di vista è necessario ammettere ciò che maggiormente è sensibile ai contro-fattuali ossia le menti. Da questo equivoco si viene fuori o per la semplice ammissione dell’esistenza di una mente ordinatrice oppure negando con altrettanta semplicità l’adattamentismo, la selezione-per e da ultimo la selezione naturale. Dunque, quali siano le leggi che regolino il complicatissimo meccanismo dell’evoluzione non è dato saperlo. Gli stessi scienziati Piattelli Palmarini e Fodor si rifiutano categoricamente di proporre un nuovo paradigma. La Comu-nità scientifica, dal canto suo, esprime le proprie posizioni in merito nel mutuo disaccordo, tra quanti accettano le leggi della selezione naturale e dell’adattamentismo così come sono uscite dall’ingegno dello stesso Darwin e quanti, invece, hanno piena consapevolezza del fatto che la se-lezione naturale e l’adattamentismo non siano in grado, da sole, di rendere conto dell’evoluzione, salvo poi considerare questi che noi abbiamo definito casi normativi alla stregua di eccezioni che per così dire servono per “salvare i fenomeni”. Il darwinismo è dunque divenuto un chiché buono per tutte sensibilità e per tutte le stagioni? In effetti, sembrerebbe di sì. Il darwinismo conserva gran parte della propria vitalità e ancora oggi se ne possono trarre molte cose buone e fruttuose per la scienza. E tuttavia c’è di più; un di più cui possiamo essere ammessi chiamando in causa le leggi della matematica e quelle fisico-chimiche, le quali sono in grado di fornire al livello di genera-lizzazione più alto utili indizi circa l’evoluzione, ma che sono allo stesso tempo estranei alla sele-zione naturale e all’adattamentismo. Come è possibile che tanti organismi differenti si siano evolu-ti seguendo (alla cieca?) le leggi di potenza del quarto, ossia facendo in modo che tutti i sistemi biologici possedessero quattro dimensioni? Può essere questo il frutto della selezione naturale e dell’adattamento? Con ogni probabilità la risposta a quest’ultima domanda non può che essere e-lusiva, così come rimane in uno stato di assoluta incertezza la questione di fondo che anima tutte le ricerche di Piattelli Palmarini e Fodor: se ci sia dato sapere o no quali siano i meccanismi della speciazione. Non lo sappiamo, dunque, ma assieme a loro è nondimeno nostro dovere affidarci al-la ricerca, avere fede che questi nodi verranno sciolti in un futuro, confidiamo, non troppo lonta-no. Magari convogliando le ricerche che verranno nell’ampio alveo di un darwinismo riconsiderato alla luce della vetusta dottrina di Georges Louis Leclerc conte di Buffon e della sua Histoire naturel-le générale et particulière avec la description du Cabinet du Roy associandole nondimeno a severi studi interdisciplinari riguardo le leggi della matematica e di quelle fisico-chimiche, s’intende.

Massimiliano Magnano

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