Marco Molinari su COMPITU RE VIVI

Articolo Voce Compitu re vivi

Sebastiano Aglieco – Compitu re vivi – Il Ponte del Sale

“Compito dei vivi” è l’impegnativo titolo della recente raccolta poetica di Sebastiano Aglieco. Si tratta della traduzione dell’originale “Compitu re vivi” pubblicato per l’editore “Il Ponte del Sale”. Nel titolo, nella necessità di tradurre l’idioma originario sta una parte del significato che l’opera racchiude. Intanto partiamo dall’autore: siciliano della provincia di Siracusa, Aglieco per molti anni ha insegnato alla scuola primaria di Monza, ora a Milano. Nella breve nota biografica che accompagna il libro, si legge: “accasato per sbaglio a Monza, dove non ha messo mai radici”. Le radici sono con tutta evidenza in Sicilia, e sono emerse dirompenti con la riscoperta del dialetto, lingua recuperata dalla memoria, abbracciata in ritmo e sonorità elementari, priva di nostalgia e folklore. L’impulso incontenibile di utilizzare il dialetto è sorto, ce lo dice l’autore, dopo la morte della madre, cui sono dedicate poesie di intensa commozione. Rispecchia un paesaggio arcaico e ancestrale, un mondo scabro visto con gli occhi di un bambino, perso fra oscure divinità e mura in disfacimento; nessuna solarità da cartolina, ma un’inquietudine latente, già presagio del futuro, in una stagione estiva in cui “Ni lassàu a nnucènza/si ni ju na dda ucca ri vasi u to culùri/a budda spuntàva nna carnàzza/a rrosa ciaurùsa si scunzàva.” (Ci lasciò l’innocenza/se ne andò in quella bocca di baci il tuo colore/la macchia spuntava nella malacarne/la rosa odorosa si sfasciava). I padri in questo mondo chiuso rappresentano figure silenziose ed enigmatiche, mentre le madri si trasfigurano in immagini sacre, madonne che portano in sé la continuità della vita e proteggono con la grazia senza tempo. Il compito dei vivi è forse allora quello di non dimenticare mai di essere stati figli e bambini, di scavare in quell’età irripetibile, per scoprire la chiave del proprio destino? A questa discesa geografica, linguistica, biografica, fa da specchio la parte del libro in italiano, in particolare il corpo di testi che raccontano l’addio del maestro agli scolari delle classi di Monza, una sorta di testamento spirituale in versi. Aglieco consegna ai suoi giovani allievi un piccolo vademecum per gli anni futuri, ma forse vorrebbe farlo, perché, per incanto, il discorso si inverte, sono i bambini che gli danno consigli, esortano, insegnano al poeta cos’è la vita. La vera saggezza è la loro, loro l’esperienza e la mancanza di paura per affrontare quello che si agita fuori dai portoni della scuola: “…dillo, dillo ai tuoi amici poeti di/attraversare il tempo della Storia/di non rimanere nel male/perché il male è finito/il male va detto una volta sola/poi tocca alle persone buone.”

Marco Molinari

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