Giampaolo De Pietro su COMPITU RE VIVI

 Così Giampaolo De Pietro su COMPITU RE VIVI. Un grazie

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compitu22
Questo è un libro che ogni volta si fa di sua fluorescenza (non è casuale il colore della sua copertina, allora, no), perché ogni volta che, consumato come è, fisicamente, vissuto dentro borsa e zaino, e letto a più riprese, mi dà l’origine, come “senso del diritto”, verrebbe da dire. Poi, e non è a mero fin di gioco di parole, anche il “diritto al senso”, adesso che penso in reciprocità, questa frase-definizione. Aglieco ha la concretezza di una poesia che non è dovuta, mai, che mette sempre in discussione il dono di per sé della parola, della “caduta” nel mondo, e non è il dettato teorico di cosa sia scrivere o perché, ma piuttosto l’ineluttabilità dell’atto che, sacralizzato o no, è – col rischio continuo di “smettere” – di perdersi – di non credersi più – come il durare, sempre contrastato, di un’infanzia perenne, che comprende, chiaramente, tutta l’innocenza smarrita, tutta quella innominabile e non restituibile in una forma data (non almeno “la solita”). tutto ciò che, come un segreto – e dunque, forse, non dovrebbe neanche dirsi, qui – l’arte in una qualche misura dovrebbe serbare in sé, e forse ricordare, se riesce, a chi ha memoria ancora, o uno specchietto personale ed anche un’allodola, canterino il cuore.

Camminando, abbiamo parlato un po’ del “ritorno” che questo libro comprendeva, per Sebastiano – e c’è, naturale, il dialetto suo, il suo dialetto madre, viene da dire, con ogni rischio, ogni singolare possibilità di contrastare l’indicibile, il “solo sognato”, il vissuto così lontano da farsi macchia viva di un presente, “carne e ossa”, vivido, ecco, come da origine, fluorescente. Come un allarme, adesso mi viene, come l’intermittenza che lo rende presente e anche disturbatore. Non greve, seriamente leggero come uno sguardo che impara dai propri stessi filtri, che sono i sentimenti, che è anche il passaggio naturale del dolore e della gioia, dell’essere attenti, comunque, sempre. Di una fede, ancora (e non àncora) nel libro. Ma con le spalle voltate, le spalle rivolte al vivere, all’accadere. Immagino le fasi di Compitu re vivi come le tre, difficili, naturali, fondamenta dell’esserci – dove, quando e come. Non smarrirsi nel perché.

io guardo gli alberi
io, per la prima volta, tradisco.

mi capita di riprendere il libro, partendo dal “come”. e lo apro alle pagine “con bambini”, quelle con “maestro e bambino”.

Le lacrime non vengono dagli occhi
è così misterioso il paese delle lacrime…

Commuove questo “senso della protezione”, anch’esso contrastato, prima poi, dal verbo “spezzare” –

Lascia la parola, guardaci
dicci che non cresceremo

Perché dobbiamo conoscere, ora, il giorno?

Ecco che i perché sono, allora, “congiunzione”, non strada, né “colpa”.

Le altre due fasi, quelle che credo precedenti e “originarie” del libro, quelle che potrei allora dire del dove e del quando, madre (terra), padre (destino), senza categorizzare, senza entrare nel più intimo dei dolori e dei versi, è quello che mi rende la lettura di questo libro così, a tratti, “impaurita”, quasi da rimandare, per poi scoprire che non è che un “incontro” che scioglie ipotetici affanni da scontro con ciò che sempre è l’origine, la storia delle stagioni, semmai fosse possibile tracciarne una, per tutte, e tutti, personale.

A ‘m prescia, ca si isàu u
ventu, era ‘n ciatu friddu nno
coddu finu a na vina
nunn’abbastàva u suli
nunn’abbastàunu l’occhi

i potti passàu
cu tutti l’occhi.

La mia impressione è che, rispetto al catanese, ora che lo rivedo, l’accento che si avvicina al siracusano – ma quello di Sebastiano è precisamente il proprio, e quello di Sortino (“verso” Siracusa) – trovo, come nei versi sopra, una presenza di a accentate che rendono davvero una sorta di tensione prima per il materno, e non spiego, ma descrivo solo una sensazione, sonora e più.

E, per non dimenticare, il quando, trovo l’andarsene come un considerare, o spartire, il tempo, nella storia, non solo personale.

cuntàri i vistìti nna muàrra
i miricinàli
l’ùgghi e ‘n pezzu ri manu
ràpiri l’acqua
vattiàri i muri
rùmpiri uci e scantu
ittàri u malu sancu
mittìrisi u vistitu jancu
irinìrisi

ecco, irinìrisi mi sembra una parola bianca, anzi nera, opposta al vestito bianco che si sceglie per la partenza. E il nero è davvero un azzerare che comprende tutto, non è quel colore che ci hanno convinti per convenzione possa solo dire lutto, ma, teniamoci la rima, semmai tutto. Il nero è la figura di copertina. madre con bambino nello sfondo fluorescente del cammino.

Giampaolo De Pietro

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LA FOGLIA E’ DUE META’
I LUOGHI DELLA POESIA
PROFILO DI UN CAPPELLO

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