POETI E POETICHE, NINO DE VITA

 

Il presente saggio è apparso in POETI E POETICHE 3, CFR 2014

NON AVRO’ PIÙ RICORDI DA TRASCRIVERE – NINO DE VITA

di Sebastiano Aglieco

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Nino De Vita (Marsala, 8 giugno 1950) scrittore e poeta dialettale italiano, è una delle voci poetiche più rappresentative della letteratura contemporanea.
La sua prima raccolta è Fosse Chiti, Mesogea 1984 (Premio “Cittadella”), a cui fanno seguito le opere in siciliano: Cutusìu, Mesogea 2001 (Premio “Mondello”); Cùntura, Mesogea 2003 (Premio “Napoli”); Nnòmura, Mesogea 2005 (Premio “Salvo Basso” e “Bartolo Cattafi”). Nel 2011, sempre con Mesogea, è uscito Òmini, ancora in dialetto (Premio della Giuria Viareggio 2012). Nel 1996, per la sua opera poetica, gli è stato assegnato il Premio “Alberto Moravia”; nel 2009, il Premio “Tarquinia-Cardarelli” e nel 2012 il Premio “Ignazio Buttitta”.
Ha scritto anche racconti per l’infanzia: Il cacciatore (illustrazioni di Michele Ferri) 2006; Il racconto del lombrico (illustrazioni di Francesca Ghermandi) 2008; La casa sull’altura (illustrazioni di Simone Massi) 2011, finalista al premio Andersen, testi pubblicati dall’Editore Orecchio Acerbo di Roma. È anche autore di diverse plaquettes stampate in edizioni a tiratura limitata.

***

Nel cercare di accostarmi, spinto da un sentimento personalissimo di necessità, alla poesia della mia terra, la Sicilia, avverto da subito l’urgenza di riconoscere le diverse qualità dei timbri e delle condizioni culturali: da una parte la presenza della tradizione – le metriche chiuse e popolari, quindi un realismo strettamente ancorato al territorio – dall’altra la rottura dell’innovazione a partire dal movimento del Rinnovamento della poesia dialettale siciliana, a cui faceva seguito nel 1946, il Gruppo Alessio Di Giovanni.1
Altri due elementi che vorrei isolare: una ratio luminosa, e una musa più oscura, umbratile, niente affatto in guerra tra di loro: anzi, figlie di una stessa necessità capace di coniare il medesimo tema in fabula estraniata, in rimbrotto ironico o in nefasto risentimento.
Sono occasioni letterarie preziose a delineare il ritratto di una terra comprensibile per sinestesie, nel contrasto tra entroterra (conservazione) e marine (perdita o rigenerazione).
É un’ipotesi, quest’ultima, ipotizzabile a partire dal più recente libro di Nino De Vita, Òmini, fatto di movimenti che si diramano da un centro mitico, Cutusio, verso più estese zone della memoria e dell’esperienza.
Isola è luogo di per sé circolare, che non ammette l’oltre se non in termini di mostrum da provocare, di confine abiurato o subìto; si veda, per esempio, in Òmini, come il viaggio sembra dilatarsi nella dimensione del sopra-sotto (gente di paesi montani e gente di paesi marini), viaggio ripetibile proprio perché circolare e non proponibile oltre le colonne mentali delle proprie origini.

Così esordisce Nino De Vita in una sua autopresentazione:2 «Sono nato l’8 giugno del 1950, in una delle cento e passa contrade di Marsala: un lembo di terra posto davanti allo Stagnone, con Mozia, Santa Maria, l’Isola lunga e le Egadi, aggobbate, in fondo. La contrada è Cutusio, fatta di case sparpagliate o raggruppate in bagli, di ulivi, di giardini di agrumi»…
E si potrebbe continuare a lungo in questa affascinante rievocazione di un ambiente, di un milieu, sarebbe meglio dire, ad indicare come, nell’opera di De Vita, ci sia totale consonanza tra la parola e l’ambiente che l’ha ispirata.
Inizialmente, addirittura, De Vita si riferisce a un microterritorio caratterizzato da fosse cretose, «d’inverno piene d’acqua, malariche una volta», afferma, occasione geografica per scandagliare «le minime vite di quel luogo un tempo malsano con l’occhio indagatore dell’entomologo»3.

Dall’uovo – nella mano –
la vita in controluce.

Dopo una macchia, un becco,
rompe la scorza, sguscia
un bioccolo di piume

con la voce
il seme impara, il giorno, dalla madre

lo spavento
ripara
sotto l’ala 4

E’ avvertibile in questo testo della prima raccolta, Fosse Chiti, come la parola rarefatta, con una lontana eco quasimodiana, già spinga la ricerca fonica e semantica verso la strada di una precisione lessicale assai elevata, di una corrispondenza tra il segno e la cosa. Ma si sente, del resto, fortissimo l’isolamento, il silenzio di luoghi appartati e periferici in cui la voce si esercita nel gesto concretissimo del vedere, di un fare, cioè, che si trasforma in parola.
Così Diego Conticello: «La poesia di Nino De Vita ha la compostezza delle cose immobili, impassibili, sfiorate dagli elementi di una natura non irresistibile e, tuttavia, nemmeno arcadica, autoritaria e materna in egual misura e – parimenti – lentissima, lontana dai ritmi veloci che contraddistinguono la nostra epoca».5
Ma è messo in luce anche l’aspetto denotativo di questa scrittura: «De Vita sembra annotare il susseguirsi delle stagioni col taccuino del fine botanico/zoologo, in uno sguardo perpetuamente vigile che registra insieme l’inquadratura fuoricampo e il primissimo piano, l’ampio paesaggio e l’insetto più misero»6.
Per Armanno Patti, citato da Diego Conticello, la poesia di De Vita sarebbe caratterizzata da una «sottile inquietudine delle immagini trasparse da una liquidità lontana, anche per quella “potenziale enigmaticità del linguaggio chiaro” di daumaliana memoria e, soprattutto, per una sorta di fisica metafisicità sotto cui si presenta ex abrupto la cosa stagliata nella sua azione silenziosa e immobile, nella lontananza di sé, incisa fino in fondo, fino alle radici della sua maschera. Fino all’estremo segno di metafora».
In questo senso, il procedimento compositivo di De Vita, sotto gli esiti di un’apparente semplicità, è complesso, proprio perché esige l’apporto insostituibile di Mnemosyne.
La parola contadina, lontano da ogni accusa di povertà, dimostra come il contatto con la natura esigesse una diversificazione assai fine delle esperienze di nominazione. Colpisce, infatti, la varietà delle voci verbali, a dimostrare come il dialetto difficilmente sia lingua di pensiero ma del fare, poiesis, legata al procedere remunerativo del manufatto – parola, quindi, che si è evoluta massimamente in forme, anche attraverso l’apporto di esperienze alloctone – ma che poi si è conservata per resistenza, piuttosto cadendo sotto gli attacchi potentissimi delle semplificazioni della modernità.
L’osservazione, allora, dei rendiconti, dei fatti, si situa entro i confini di una calligrafia minuziosa, di piccoli eventi epocali in cui il realismo è declinato nella funzione di un hortus conclusus sensoriale, quindi genuinamente esperienziale.
In questo modo, dunque, le cose, ingabbiate nella loro forma esatta, non possono più sfuggire alla dimensione fatica di un’esistenza antica che ora è sottoposta, per necessità di rigenerazione, alla trazione di una evocazione da consegnare al presente.
In effetti De Vita fa derivare il suo progetto di scrivere in siciliano – nella prima opera egli utilizza ancora l’italiano – a un episodio realmente accadutogli che egli stesso così racconta: «Insegnavo presso il Liceo scientifico di Trapani. Una mattina a un ragazzo che, rientrato in aula, dimenticava di chiudere la porta, “Unn’a lassari a ciaccazzedda”, non lasciarla socchiusa, dissi, con un’espressione tipicamente marsalese, cutusiara, il ragazzo, sorpreso: “Ma che parla, arabo, professore!”, mi disse». 7
L’opera di questo poeta, dunque, a partire da Cutusìo, comincia a delinearsi come il resoconto interiore di una vita vissuta a contatto col “naturale”: luoghi, persone, fatti, biografie di elementi minerali e vegetali, sono restituiti senza l’annebbiamento di alcuna forma di simbolismo o di intimismo spropositato. Anzi, il riferimento a fatti personali, soprattutto in Òmini, che è un viaggio in prima persona nei ricordi e nei luoghi della sua formazione, è sempre ipotizzato nel contesto di una narrazione epocale, di portata culturale e persino antropologica.

Timpuni assulazzatu Cutusìu:
ciari ggiannuffi, rrunzi,
chiàppari e affucamuli,

quarchi olivu

turciutu

e ‘u cardu

viola. 8

I racconti contenuti in questa prima opera in dialetto, finiscono per caricarsi del senso di un’epopea di fatti universali, pur radicati nella storia millenaria dell’isola: il dolore, la tragedia, il destino, la lotta, la sopraffazione. Vi leggiamo di mastr’Alfio, che possedeva solo «un giaciglio in un angolo / riparato dal vento»; di Angelo, che di notte si nasconde sotto il letto della cugina, di cui si è innamorato…
Scrivere, per De Vita, sembra essere un atto superbamente politico, sottratto a una qualche forma di utilità, di pòlemos, ma non alla necessità, tutta interiore, di una rendicontazione di gesta, cantari, cataloghi di topografie e nomi; memoriae anche, nel senso di memoriali in versi, in cunta.
Queste conseguenze riguardano innanzitutto l’adozione di un racconto imparentato con la favola 9, ma nell’ambito delle competenze di epos, di un “tempo”, cioè, in cui le gesta vengono ghiacciate da una memoria esigentissima: la parola, dunque, si fa chiave per entrare in un mondo, mostrandolo nella sua intatta freschezza originaria.
Anche il riso e l’arguzia sono elementi ricorrenti nella poesia di De Vita – in generale muse della letteratura maggiore dell’isola, li troviamo per esempio in Pirandello, in Brancati – con la peculiarità che De Vita sa tenere bene a bada l’ingrossamento sarcastico, senza mai arrivare a dilatare il riso in maschera grottesca o in tragedia.
E c’è una pagina bellissima in Òmini in cui è descritto il gioco teatrale del parlare e del comportamento, fino a giungere ai limiti di un parossismo divertito e amaro. Si tratta dell’episodio in cui il professore De Vita, giunto in ritardo a scuola, si scusa con la collega inventandosi, per un lungo lasso di tempo, la fatica di un doppio lavoro – accudire le pecore! – provocando la pietà di lei fino all’arrivo della primavera:

‘U càvuru agghicava.
Un misi ancora, un misi,
e mi nn’avissi jutu
mmivènzia ri dda scola;
e d’idda, chi ora ‘un sacciu
chi fa, runni s’attrova,
nìcila, sularina,
eu pi ddarrè a stu viziu
chi cci haiu ri jucari
cu ll’àvutri, ronnuddu,
chiddu chi mittu a ffari
quannu m’aggarra sta
lìsina. 10

Mentre in Cutusìu, l’opera di maggior rilevanza prima della pubblicazione di Òmini, lo scenario si presenta come lo sfondo di un contesto riassuntivo della condizione umana, in Òmini De Vita sembra allargare l’orizzonte geografico delle vicende, mostrandoci, attraverso un viaggio che si dirama circolarmente, tra monti e mare, sopra e sotto, anche l’arazzo di una provincia culturale ricchissima di stimoli, di personaggi.
Sorella di quella ratio luminosa di cui si accennava all’inizio di questo scritto, ratio che riconosce in Leonardo Sciascia il suo massimo nume tutelare, è quel sentimento dell’irrisolto, quella malinconia che costruisce mondi al limite dell’immaginario.
Non è tema che riguardi direttamente De Vita, ma sicuramente egli lo fa emergere in Òmini, laddove nella sezione Ncuttumi (pene), il poeta accenna a una solitudine che lo costringe a ripartire; al viaggio, all’incontro:

Facia ancora scuru
quanneni chi partì.
Arrinesci aliquannu:
‘a caminata, ‘u ncontru
cu ‘i strani, i posti scògniti,
castiatu ‘n sulità
(assuppi, strulluchì),
e ‘u dduluri s’allasca,
pari ch’un cc’esti cchiù. 11

Viene così da pensare, considerando l’intera produzione di De Vita, sorvolandola a volo d’uccello, proprio come attraversando dall’alto un intero paesaggio, di vedere, in controluce, la topografia di una città ideale, ordinata nelle sue componenti visive, sonore, ritmiche: non data in pasto al demone dell’utopia, al barocco trasbordare delle forme, ma allo sguardo di una Weimar malinconia, splendente per chiarezza, ordinata nelle sue trame ma ancora non realizzata nel suo progetto di figurazione finale.
Questo improvviso girovagare secondo un errare non solo geografico ma memoriale, tema che appare per la prima volta in Òmini, prepara l’incontro con uomini franti, toccati dalla vita fino alla malattia e alla rinuncia: il pittore che mostra i suoi quadri e si rifiuta di renderne pubblica la bellezza; lo stesso Buttitta che cerca di vendere i suoi libri a un bottegaio, una scena divertita e grottesca, a dimostrare una solitudine, pure in maschera di musa necessaria.
E poi ancora il poeta Carmelo La Giglia: «’a casa ru pueta / ‘A Gigghia, carutizza, / ‘a spezziaria attimpata, / ‘u postu ô cimiteru»12; lo scrittore Antonio Castelli, morto suicida, qui evocato in scene di grande realismo:

Si calummau onnumani
matina, ru bbarcuni
ra casa ch’abbitava
rintr’a via Crucirrussa.
Rìciunu ch’era nettu
‘u celu; e àvutu, ncostu,
‘u Munti chi si cci
stagghiava. 13

Lo stesso Sciascia, non per ultimo, propenso a rifiutare, per estrema resistenza al male, un premio letterario in cui è presente Salvo Lima:

spunta ra porta Lima,
chi s’adduna ri Sciascia,
‘u rricanusci, mitti una calata,
fa una musioni, comu
p’allungàricci ‘a manu;
Nanà s’annacquaria, si spizzinia
pagghiri a mmia e, cu ‘a fìttula,
stricuniannu nni Lima
– ricu stricannu ‘a panza:
bbunaca cu bbunaca,
bbuttuna cu buttuna –
nfila dda largasia
pi nnèsciri. 14

Attraverso questi viaggi interni all’isola, De Vita procede nel suo progetto di sistematizzazione totale delle “memorie”. Ma rinominare tutte le parole che una lingua ha perduto, vuol dire farle rivivere sensorialmente nel contesto in cui sono state pronunciate, non nella mummificazione di un vocabolario, di un museo etimologico. Scene come la caccia al tonno in Òmini, sono, mi sembra, le situazioni in cui la lingua di De Vita più si avvicina al “dolore” dell’esperienza; ma con la disillusione, tutta moderna, che un intero mondo è scomparso e che ciò che una volta chiamavamo destino, ora sembra mascherarsi nelle forme dell’archeologia o di una cronaca distanziata.
In effetti, in questa caccia al tonno, il poeta è partecipe curioso, turista che vuole assistere a un rito che non conosce, che non fa più parte della sua esperienza e reagisce, infine, alla vista del sangue, con un conato di vomito.

Un tunnu, allampu, vinni
ô ncapu, cafuddau
un corpu e s’affunnau.
Ru funnu sbrumicau un rriminìu
ri pisci; una cialoma
ri bbòddari e di sbizzi,
ru sbattuliari nziccu…
Accuminciaru tutti
a vuciari, a chiamari,
a vuciari, aisaru
l’arpiuna.

«Ora, ora»
vuciau forti ‘u rràisi
e ‘nnàvutru «Ora, ora»,
ra varca, nno tunneddu,
supra dda nnicchia r’acqua.
«Nnomine e Patri e Figghiu
e ddu Spìritu Santu»
rissiru chiddi ncostu
a mmia, mentri un accupu
nno pettu, una vuccata
ri lanzu m’acchianava
‘n mucca. 15

E’ una scena destinale, come tante altre presenti, per esempio, in Cùntura 16 in cui i personaggi abitano una condizione franta, dicendoci che la Sicilia di qualche anno fa assomigliava ancora a quella descritta dal Verga nei suoi grandi racconti di destino e di tragedia.
Sta di fatto che anche la poesia di De Vita, come quella del suo illustre predecessore, si muove in un contesto di disillusione, forse riscattato dalla funzione rafforzativa data alla memoria – anche in forma di favola 17, come si è detto – la cui dignità nella storia dell’uomo non può consistere nella nostalgia di un tempo perduto e migliore, o essere esclusivamente occasione di un estraniamento creativo. Nell’opera di De Vita la memoria è, soprattutto, “organismo” dotato di sensibilità recettiva, in grado di dare senso alle esperienze e di modificare la propria stessa lingua.

***

Questa introduzione non esaurisce per niente il fascino di una poesia che, come in tutti gli scrittori siciliani rilevanti, è capace di abitare totalmente il territorio, ancestrale e contemporanea nello stesso tempo, nutrita dalle esperienze di uno sguardo che sa vedere lontano e che, conscio del pericolo della sparizione di un intero mondo, chiede al cantore di essere testimone amorevole di una disperata resistenza ad ex sistere, a esistere fuori da se stesso; nella forma di un’arte, almeno, di un avvicinarsi a qualcuno. Che questo serva all’arte stessa o a una qualche funzione antropologica della memoria noi non lo sappiamo e neanche ci riguarda.
La poesia di De Vita è essenzialmente un grande libro di racconti, cùntura, di favole sospese tra l’esigenza del nominare e la restituzione, nella parola, di una dignità degli uomini sottratta dal manicheismo della storia, dai resoconti del potere. E si potrebbe ancora indagare, in vista di ulteriori approfondimenti, il rapporto tra le forme ritmiche, i temi del cantare imparentate con un epos popolaresco e i modi della favola allegorica in cui il metro è struttura portante e riassuntiva di un messaggio, di un sentimento di pietas verso gli altri, se stessi, gli umili.

Per finire: in Òmini la Sicilia appare in un movimento girovago, irrisolto; essa è terra dislocata, terra alternata ad acque, e lo sguardo del poeta tenta di attraversarla, mostrando la tramatura di un arazzo che non è stato ancora portato a termine.
Mi dice, infatti, Nino De Vita in una conversazione: “Lavoro, dal 1980 (sono 34 anni) a un progetto di dialetto da svolgere in sei libri. Alla fine tutte le parole della mia lingua marsalese (così anche la flora, la fauna, i nomi, i soprannomi, i luoghi ) sarà dentro questi sei libri. Ho bisogno ancora di molto tempo, di molti anni, per finire. Non so se ce la farò. Saranno in tutto 2000 pagine di versi. Omini fa parte di questo progetto. Faccio solo questo. Ho rinunciato a tanti altri impegni di scrittura”.
E ancora: “Arriverà, credo, il giorno in cui non avrò più ricordi da trascrivere, versi da dedicare, racconti da raccontare. Conosco tutto. Conosco tutti”.18

NOTE

1 La fonte è una raccolta di saggi sulla poesia dialettale siciliana in due volumi, un insostituibile lavoro di Marco Scalabrino, preziosissimo per consultazione e studio in mancanza di una vera storia della poesia siciliana: “Parleremo dell’arte che è più buona degli uomini”, CFR 2013.
2 In “Il cielo sull’altura, viaggio nella poesia di Nino De Vita”, Circolo Culturale Menocchio 2012, a cura di Anna De Simone.
3 Anna De Simone, introduzione a Fosse Chiti, ibidem
4 da “Fosse Chiti”, Mesogea 1984; ma il tema dell’isolamento è presente anche in altri passaggi dell’opera di De Vita: “Cc’era dda attornu ‘u scuru r’i vaneddi. / E l’addinara, l’orti, / ‘u scògnitu r’i mura.” (C’era, tutt’attorno, il buio delle viuzze. / E i pollai, gli orti, / la solitudine dei muri”: (in Nnòmura, Mesogea 2005).
5 Diego Conticello, “La natura profonda dell’esistenza: la poesia di Nino De Vita da Fosse Chiti a Òmini”: consultabile sul blog Imperfetta Ellisse all’indirizzo (http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/610-Nino-De-Vita,-la-natura-profonda-dellesistenza.html)
6 ibidem
7 In “Il cielo sull’altura, viaggio nella poesia di Nino De Vita”, Circolo Culturale Menocchio 2012, a cura di Anna De Simone.
8 «Altura desolata Cutusio: / sciare calcaree, rovi, / capperi e avena selvatica // qualche ulivo // contorto // e il cardo // viola»: (da Cutusìo, Mesogèa 2001).
9 «Nino De Vita, che è un poeta che ha già scritto tanti libri di poesia che sono storie della sua contrada siciliana, ha voluto ritornare con la memoria alla propria infanzia e, nel ricordare, si è accorto che ne venivano tante favole. Cùntura, che in siciliano vuol dire racconti, o fiabe, è stata prima di tutto, sera dopo sera, un racconto fatto dal poeta ai suoi bambini». (Franco Loi)
10«Cominciava il caldo. / Un mese ancora, un mese, / e me ne sarei andato / per sempre da quella scuola; / e da lei, che ora non so / che fa, dove si trova, / fragile, così indifesa, / io dietro a questo vizio / che ho di giocare / con gli altri, uomo da nulla, / quello che faccio / quando il dolore mi / serra»: (da Òmini, Mesogèa 2011)
11 «Faceva ancora scuro / quand’è che mi partii. / Riesce qualche volta: / il viaggio, l’incontro con gente estranea, luoghi sconosciuti, / costretto a stare solo / (ci pensi, ci ragioni), /e il dolore si allenta, / pare che non c’è più»: (da Òmini, Mesogèa 2011)
12 «la casa del poeta / La Giglia, mezza cadente, / la vecchia farmacia, / la tomba al cimitero», ibidem
13 «Si lasciò cadere l’indomani/ mattina, dal balcone/ della casa che abitava/ in via Croce Rossa./ Dicono che era netto/ il cielo; e alto, lì vicino,/ il Monte che vi si/ stagliava», ibidem
14 «s’affaccia dalla porta Lima, / che si accorge di Sciascia, lo riconosce, fa un inchino, / un gesto, come / per tendergli la mano; / Leonardo turbato si gira / verso di me e, veloce, / strisciando il corpo di Lima / – dico strisciando la pancia: / giacca con giacca, / bottoni con bottoni – / infila quello spazio / ed esce», ibidem
15 «Un tonno, all’improvviso, spuntò / dall’acqua, mise un colpo / di coda e riaffondò. / Da sotto scaturì una confusione/ di pesci; un mescolio, / di bolle, di schizzi, / di uno sbattere secco … / Cominciarono tutti / a gridare, a chiamare, / a gridare, sollevarono / gli arpioni.// «Ora, ora» / gridò forte il rais / e un altro «Ora, ora», / dalla barca, nel cerchio, / in quella poca acqua. / «Nel nome del Padre e del Figlio / e dello Spirito Santo» / dissero quelli accanto / a me, mentre avvertivo una mancanza d’aria/ nel petto, un conato / di vomito che mi saliva / alla bocca», ibidem
16 Si potrebbero citare, come esempio, le scene in cui sono presenti animali e cose, certo, realissimi ma con un rimando indiretto alla tragicità del destino e al peso delle simbologie che per cultura si portano sulle spalle: ‘U niru, (Il nido); ‘I carcarazzi (Le gazze ladre); ‘A casa nnô timpuni, (La casa sull’altura): temi del destino dislocati in tutta la produzione di De Vita, si vedano i due inediti presenti nell’antologia “Il cielo sull’altura, viaggio nella poesia di Nino De Vita”, Circolo Culturale Menocchio 2012, a cura di Anna De Simone: ‘U scòrfanu (lo scorfano), ‘U sceccu (l’asino), fino a quella bellissima scena presente in Òmini dedicata all’assalto di un polipo.
17 Penso ai racconti di Nnòmura, (Mesogea 2005) con un sottofondo di modo di fiaba, appunto : «Cci cuntava e cuntava / socch’è chi cumminavu, / cunfirava e circava / aiutu: o Matri mia, / stravìalu ri scàntura e sbalanchi, / struppiuna, ggenti strèusa…»: (Raccontava e raccontava / quello che combinavo, / confidava e chiedeva / aiuto: o Madre mia, / allontanalo dalle paure e dalle rovine, / dai malanni, dai maligni…».
18 In “Il cielo sull’altura, viaggio nella poesia di Nino De Vita”, Circolo Culturale Menocchio 2012, a cura di Anna De Simone.

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