Marco Sonzogni: le vergogne della mia razza

Marco Sonzogni, TAGLI, La Vita Felice 2014

sonzogni

Un’ipotesi di lettura per questo testo potrebbe riguardare un aspetto di mea culpa, quaresimale, rivolto a un se stesso che sovente si deride, si descrive in un purgatorio di sospensioni, di completezza a venire; per esempio: ” Non prenderà tanto tempo / contare le mie ossa; / né causerà troppo disturbo / scavare la mia fossa”, p. 23; “Eppure i conti non tornano: / l’aria si è fatta scura, / non è servita la cura /impartitami dalla tua mano”, p. 53.
Ne consegue una scrittura abbassata di tono, andantino, canzonetta, quasi a deridere “il poetucolo” consapevole del male che affligge il mondo e ha il desiderio di salvarlo:”Fossi serpente vorrei mutare /con la pelle / le vergogne della mia razza”, p. 19.
Ma è un desiderio che ha a che fare col male di Caino e con una forte vocazione a resistere:

Non baratto la mia anima per muscoli
che domani saranno carta da parati scollata
al primo scrollo. Mi tengo questi occhi
che so che qualcuno guarderà ora e sempre.

p. 18

E dunque ecco la parola come viatico, ancilla, portata, per vocazione, a condurre, a sporgersi, “obtorto collo“, “dalla grammatica”, p. 21.
A esserci:

Provo a esserci per tutti, se posso,
perché il comandamento è chiaro:
– Ama il prossimo come te stesso… –
Il verdetto sarà così meno amaro.

I ragazzi che si amano si perdono
nel loro tempo e perdono di vista
il senso del loro incontro. Restano
chi sono, ignari che finirà la festa.

p. 20

È, dunque, anche una poesia che si accompagna, non sola o solipsistica, ma condotta per mano da modelli riferiti ad altre vite, ad altre opere: per viandanza e per somiglianza; persino per prove di identificazione, se non fosse che, dice ancora Marco Sonzogni, la parola, la sua parola di “parolaio” non ha “alternative, / imbrigliato tra le radici / dell’albero dell’ignoranza”, p. 73.
Sembra dunque che questa poesia riconosca nella ratio leopardiana, una possibilità, tutta moderna, di preghiera, di “cognoscimento”, se proprio con una preghiera termina il libro dopo le molte tracce lasciate lungo il suo percorso.
Qui è detto, in effetti, uno svegliarsi coscientemente alla vita per necessità di resistenza, per trasformare la paura della morte in canto sovrumano:

Nel braille del sonno li preparo
gli occhi miei a svelare l’arcano quotidiano:
svegliarsi e poi seguire con sguardo assente
la grazia innaturale della morte.

Un unico pensiero della mente:
resistere fino all’ora che la rende impotente
la paura e la trasforma in canto sovrumano.
E in questa voce è il mio riparo.

p. 93

Sebastiano Aglieco

ALCUNI TESTI QUI

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