UN MANIFESTO: CONDIVIDETELO

Madre, non piangere accuserò i giudici al tribunale di Dio e ora dona i  miei occhi”

di Reyhaneh Jabbari

in “la Repubblica” del 27 ottobre 2014

Ecco l’ultima lettera, pubblicata su Huffington Post, che Reyahneh Jabbari, impiccata a 26 anni per aver ucciso il suo stupratore, ha scritto a sua madre Sholeh.

fifigigghkghjkgjgjCara madre, oggi ho appreso che ora è il mio turno di affrontare la Qisas ( la legge del taglione del regime iraniano, ndr). Mi ferisce che tu stessa non mi abbia fatto sapere che ero arrivata all’’ultima pagina del libro della mia vita. Non credi avrei dovuto saperlo? Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?

Il mondo mi ha concesso di vivere per 19 anni. Quella orribile notte io avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in qualche angolo della città e dopo qualche giorno la polizia ti avrebbe portato all’’obitorio per identificare il mio corpo e là avresti saputo che ero anche stata stuprata. L’’assassino non sarebbe mai stato trovato, dato che noi non siamo ricchi e potenti come lui. Poi tu avresti continuato la tua vita soffrendo e vergognandoti e qualche anno dopo saresti morta per questa sofferenza e sarebbe andata così.

Ma con quel maledetto colpo la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato da qualche parte ma nella tomba della prigione di Evin e della sua sezione di isolamento. E ora nella prigione-tomba di Shahr-e Ray. Ma arrenditi al destino e non lamentarti. Tu sai bene che la morte non è la fine della vita. Tu mi hai insegnato che si arriva in questo mondo per fare esperienza e imparare la lezione e che a ognuno che nasce viene messa una responsabilità sulle spalle. Ho imparato che a volte bisogna lottare.

Tu ci hai insegnato, quando andavamo a scuola, che si deve essere una signora di fronte alle discussioni e alle lamentele. Ti ricordi quanto notavi il modo in cui ci comportavamo? La tua esperienza era sbagliata. Essere presentabile in tribunale mi ha fatto apparire come un’’assassina a sangue freddo. Non ho versato lacrime. Non ho implorato. Non mi sono disperata, perché avevo fiducia nella legge. Ma sono stata accusata di rimanere indifferente di fronte ad un crimine. Lo sai, non uccidevo neanche le zanzare e gettavo via gli scarafaggi prendendoli dalle antenne e ora sono diventata un’’assassina volontaria. Il modo in cui trattavo gli animali è stato interpretato come un comportamento mascolino e il giudice non si è neanche preoccupato di tenere in considerazione il fatto che all’’epoca dell’’incidente avevo le unghie lunghe e laccate. Quant’è ottimista colui che si aspetta giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai contestato il fatto che le mie mani non sono ruvide come quelle di uno sportivo, specialmente un pugile. E questo paese per il quale tu hai piantato l’’amore in me, non mi ha mai voluto e nessuno mi ha sostenuto quando sotto i colpi degli inquirenti gridavo e sentivo i termini più volgari. Quando ho perduto il mio ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata ricompensata: 11 giorni in isolamento.

Cara mamma, non piangere per ciò che stai sentendo. Il primo giorno in cui alla stazione di polizia una vecchia agente zitella mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che la bellezza non viene ricercata in quest’’epoca. La bellezza dell’’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e della visione e persino la bellezza di una voce dolce.

Le mie parole sono eterne e le affido tutte a qualcun altro, in modo che quando verrò giustiziata senza la tua presenza e senza che tu lo sappia, ti vengano consegnate. Ti lascio molto parole scritte a mano come mia eredità.

Però, prima della mia morte voglio qualcosa da te, qualcosa che mi devi dare con tutte le tue forze.

In realtà è l’’unica cosa che voglio da questo mondo, da questo paese e da te. So che avrai bisogno di tempo per questo. Ti prego non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e dica a tutti la mia richiesta. Mia dolce madre, l’’unica che mi è più cara della vita, non voglio marcire sottoterra.

Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere. Prega perché venga disposto che, non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il destinatario conosca il mio nome, compratemi un mazzo di fiori, oppure pregate per me. Te lo dico dal profondo del mio cuore che non voglio avere una tomba dove tu andrai a piangere e a soffrire. Non voglio che tu ti vesta di nero per me. Fai di tutto per dimenticare i miei giorni difficili. Dammi al vento perché mi porti via.

Il mondo non ci ama. Non ha voluto che si compisse il mio destino. E ora mi arrendo ad esso ed abbraccio la morte. Perché di fronte al tribunale di Dio io accuserò gli ispettori, accuserò il giudice e i giudici della Corte Suprema che mi hanno picchiato mentre ero sveglia e non hanno smesso di minacciarmi. Nel tribunale del creatore accuserò tutti coloro che per ignoranza e con le loro bugie mi hanno fatto del male ed hanno calpestato i mie diritti e non hanno prestato attenzione al fatto che a volte ciò che sembra vero è molto diverso dalla realtà.

Cara Sholeh dal cuore tenero, nell’’altro mondo siamo tu ed io gli accusatori e gli altri gli accusati. Vediamo cosa vuole Dio. Vorrei abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene.

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3 Replies to “UN MANIFESTO: CONDIVIDETELO”

  1. quando si arriva a questo il segno è già stato superato da tempo, la virilità è una donna che ama la vita con integra onestà e chiarezza, il resto è l’infamia del vuoto con cui chi governa è solo re del suo nulla, per questo tutto vacilla e niente si regge in piedi se non sulla frode, sulle armi, sulla forza bruta.
    f.f.

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  2. Indegni di aprire gli occhi all’alba
    di avere una voce, un costato, un fiato.
    Indegni di avere un tavolo, un letto,
    un luogo custode e le sue chiavi.
    Indegni di camminare su due zampe
    e avere braccia e mani e dita.
    Indegni di avere un cane ed un guinzaglio,
    di carezzargli il pelo, il muso, il petto.
    Indegni di avere nome e famiglia,
    avi da ricordare, testamenti da depositare.
    Indegni di ogni luce e suono e colore,
    di ogni diritto e di ogni compassione.

    Ninfe delle montagne, Oreadi,
    scendete ai piedi dei monti Elburz,
    e voi, Esperidi, rubate i cavalli al sole,
    che tutte le ninfe lascino i prati e le sorgenti,
    i boschi, i precipizi, i mari
    e giudichino
    questo buio che dilaga

    perché il mondo degli uomini non ne è degno
    né lo sono i grandi dei, unici e solitari, oltre l’atmosfera.

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  3. poiché non è stato ancora pubblicato, se eventualmente lo fosse, lo rimando con alcune correzioni e con la preghiera di renderlo anonimo, in segno di rispetto, di lutto e di vergogna. Grazie.

    Indegni di aprire gli occhi all’alba
    e ritrovare una voce, un costato, un fiato.
    Indegni di avere un piatto, un letto,
    un luogo custode e le sue chiavi.
    Indegni di camminare su due zampe
    e avere braccia e mani e dita.
    Indegni di avere un cane ed un guinzaglio,
    di carezzargli il pelo, il muso, il petto.
    Indegni di avere nome e famiglia,
    avi da testimoniare e testamenti da depositare.
    Indegni di ogni luce e suono e colore,
    di ogni diritto e di ogni compassione.
    Indegni della nebbia e della sera
    che dolcemente spingono la vita nei ricordi.

    Ninfe delle montagne, Oreadi,
    scendete ai piedi dei monti Elburz,
    e voi, Esperidi, rubate i cavalli al sole,
    che tutte le ninfe lascino i prati e le sorgenti,
    i boschi, i precipizi, i mari
    e giudichino
    questo buio che dilaga

    perché il mondo degli uomini non è degno
    né lo sono gli dei, unici e solitari, sui loro rossi altari.

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