Marco Scalabrino: un documento importante sulla poesia in dialetto della Sicilia

Diamo il benvenuto nel gruppo a Marco Scalabrino, poeta e critico, attento conoscitore della poesia siciliana

scalabrinoMarco Scalabrino, PARLEREMO DELL’ARTE CHE E’ PIU’ BUONA DEGLI UOMINI, saggi di poesia dialettale siciliana, CFR 2013

Si presenta in forma di saggi questo bellissimo studio intorno agli avvenimenti più significativi della poesia siciliana del secolo appena trascorso, ed è strumento assai prezioso in mancanza, come rileva lo stesso Scalabrino, di una vera storia della poesia siciliana, e che annovera alcune voci tra le più significative dell’isola: Alessio Di Giovanni, Paolo Messina, Salvatore Di Pietro, Enzo D’Agata, Salvo Basso…Poeti appartatissimi, la cui avventura è rintracciabile nelle province e nei microcontesti culturali d’origine, spesso per scelta, a volte per estrema identificazione con le stimmate della propria autobiografia. Difficile qui riassumere brevemente i complessi fermenti di una terra permeata, a partire dal 1946, dai sommovimenti poetici del novecento, tuttavia in un difficile rapporto con le tradizioni popolari: i cantari, le forme chiuse, un epos di derivazione contadina. E in effetti il libro si apre con un pezzo dedicato ad Alessio Di Giovanni, scomparso nel 1946, a cui farà seguito, in funzione di rinnovamento, la nascita del Gruppo Alessio Di Giovanni, comprendente appunto un manipolo di poeti interessati al rinnovamento delle forme e dei contenuti. Il desiderio di rinnovamento fu interrotto dalla tragedia della guerra, per poi riprendere con la nascita del movimento del Rinnovamento della poesia dialettale siciliana, gruppo per niente omogeneo, come si sottolinea, ma accomunato dagli stessi riferimenti alle innovazioni europee: il surrealismo, la poesia pura, il verso libero. Il libro illumina, già dalle prime pagine, questioni importanti legate allo scrivere in dialetto, scelta politica, di necessità etica: «Il dialetto – dichiara Paolo Messina […] era per noi un modo concreto di rompere con la tradizione letteraria nazionale. Naturalmente, eravamo consapevoli dei rischi dell’opzione dialettale, che se da un lato ci portava alla suggestione della pronunzia, dall’altro restringeva alla Sicilia il cerchio della diffusione e della attenzione critica. Ma in compenso ponevamo l’accento sull’ispirazione popolare del nostro fare poesia, che doveva farci cantare con il popolo che per noi era quello siciliano, come siciliano era il nostro punto di vista sulla nuova società letteraria nazionale». E’ un passaggio importante per intendere la natura di questa lingua, rinnovata, certo, in grado di rimanere ancorata alle origini: da una parte all’epos e alla sua funzione di racconto, dall’altra a un respiro mitteleuropeo che ben si sposa all’idea dell’isola come terra di passaggio e di permeazione dei movimenti della storia, della cultura. Diversissime ci appaiono le voci di questi poeti, a sottolineare la complessità di idee e posizioni, e cito i due esempi più estremi. Enzo D’Agata: «Iù pozzu diri chi voldiri pani, / iù ca vitti me patri dispiratu / tanti voti turnari a tarda sira / gialinu e scafazzatu di la sorti / mentri me matri chiancìa nta na gnuni. / Iù pozzu diri chi voldiri pani, / iù ca a lu pani ci cuntai diliri / vigghiannu na lu scuru di la notti / e pi lu disideriu muzzicava / tra lagrimi e ncuttumi lu cuscinu.” (Enzo D’Agata, Làcimi a focu lentu, Edizioni Arte e Floklore di Sicilia, Catania, 1983). «Poesia partorita dal dolore», come dice Scalabrino: «V’è in D’Agata una “dignità” della miseria, della sfortuna, del sottoproletariato che evidenzia la legittima aspirazione al riscatto e al rispetto». E poi Salvo Basso, autore di “un sentire asciutto, minimalista, contemporaneo”: «sta / quasi / chiuvennu. / U sentu / nne scarpi; poesii nichinichi / caramelli / ca sa schiogghiunu / na testa / mancutempu; no calannariu / de ginocchia; abbaiu pianu sti / paruleddi; ti talìu / cche manu ; l’ossa / ca ogni sira appennu; u iornu è nnotti / rrusbigghiata; fazzu a fila / aspittannumi». (Salvo Basso, Quattru sbrizzi, Edizioni Nadir, Scordia, 1997). E’ un libro, questo di Scalabrino, utilissimo a illuminare le recenti riprese di esperienze neodialettali in Italia, fiorite, probabilmente, per motivi riconducibili a una forte necessità di epurazione degli ismi di natura neosperimentale e neoermetica.
Sebastiano Aglieco

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5 Replies to “Marco Scalabrino: un documento importante sulla poesia in dialetto della Sicilia”

  1. Mentre mi congratulo in primis con Marco Scalabrino e con tutti gli altri, un lieve senso di rammarico mi pervade se penso che, sicuramente per mia colpa, mia grandissima colpa, io venga beatamente ignorata. Ho pubblicato sillogi, ho elaborato prefazioni, ho fatto critica letteraria, sono presente in un paio di enciclopedie, ma il mio essere incapace di propormi, mi penalizza. Bussate e vi sarà aperto? Chi lo sa?

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  2. Gentile Flora, il libro di Marco non arriva a scandagliare tutta la poesia siciliana contemporanea, quindi non credo ci sia intento di esclusione. In quanto a questo spazio, che forse lei conosce poco, é uno dei più aperti e disponibili, fin troppo qualcuno sostiene, della rete. Quindi se mi vorrà mandare qualche suo libro in lettura, leggerò volentieri. Sebastiano Aglieco

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