Compitu re vivi su QUILIBRI

Esce sul numero di luglio/agosto 2014, una bellissima recensione di Massimiliano Magnano, che ringrazio, su Compitu re vivi.

La seconda di uno scrittore siciliano, dopo quella di Giorgio Morale

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http://www.qui-libri.it/sommario-quilibri-24-luglioagosto-2014/

Massimiliano Magnano

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COMPITU RE VIVI di Sebastiano Aglieco

la novità di un dialetto palpitante, il viaggio di solo ritorno
di Massimiliano Magnano

La vicenda umana di Sebastiano Aglieco si svolge in due mondi paralleli, che certo possono lambirsi, ma solo in un luogo situato altrove. Paradosso del 5° postulato di Euclide e della condizione esistenziale umana, per sua natura tragica e differente. Certo non più tragica rispetto agli altri uomini, ma vissuta da Aglieco in maniera differente. A motivo del crescente sovrapporsi di persone, luoghi, tempi e circostanze, per cui egli è andato progressivamente mutando pelle, trasfigurando la sua stessa anima. Dalla Sicilia alla Lombardia; a partire da Sortino e Siracusa, propaggini tra le più eccentriche dell’Italia insulare e la sovrabbondante Milano, fermento di ogni inquietudine sia essa culturale, sociale, economica, o anche politica. Sebastiano Aglieco riconosce se stesso, quindi, come figlio di terre separate, condizione della quale ha esperito in prima persona tutte le lacerazioni, senza tuttavia permettere che il proprio sentire — profondamente e intimamente poetico — si disperdesse nei troppi rivoli della riflessione e delle emozioni forti. La condizione umana di Aglieco si apprezza quindi per il tramite della condizione del poeta Aglieco. Come dire che in nessuna circostanza egli abbia ceduto alla tentazione di “imporre” motuproprio una qualche specie di valutazione, consentendo, anzi, che dalle carni martoriate dell’uomo sanguinasse vera poesia: «Dd’acqua a riminàri, dop’a grazia / pigghia ‘n fazzulettu p’asciugari u sancu / cummògghia u pani re motti / càuru ancora pi prumìssa» (da Vattiàtu). Battesimo, dunque, di sangue e di faticosa grazia, che è allo stesso tempo sacrificio, rinascita, risurrezione. Sebastiano Aglieco non si limita pertanto ad analizzare luoghi, fatti, circostanze che appartengono alla storia e alla memoria, ma ce ne offre una immagine limpida e visionaria, dal proprio avamposto poetico. Munti ccu munti — certo — nun s’incontrunu; gli uomini, invece, possono incontrarsi e sanno riconoscere un altro uomo quando se ne trovino davanti uno. È caratteristica preminente della specie umana stabilire calde relazioni: osservare negli occhi fatti, circostanze, luoghi, non meno che persone: «Ti riuòrdi a dda sira? / Na ‘stati atturràta, na vuci / sbannuliava r’o curtìgghiu / e ju, rintra, nun ci vuliva stari / ju ciccàva a ucca ca potta / a mmari, sciuri njuri e fantàsimi, vardiàni / ro sonnu puntènti re criatùri» (da ‘Stati). Il sonno dei bambini è riconosciuto come potente, esige rispetto, protezione e il mondo, se osservato attraverso le lenti deformanti della poesia assume grande rilevanza e dignità di categoria assiologica. Alla realtà, sia essa vissuta, evocata, o semplicemente immaginata Aglieco riconosce, cioè, valore fondante.
Compitu re vivi è di conseguenza non altro che questo: osservare e prendere nota; abitare in questa misura. La evangelica misura del centuplo: “Una misura buona, pigiata, colma e traboccante ti sarà versata nel grembo” (Lc 6,38). La poesia di Sebastiano Aglieco esprime quindi le difficoltà e la sofferenza di stare in una misura stabilita — come accade a ciascun uomo — ed esprime nondimeno la “grazia” che trae origine dal gesto creativo che trascende questa stessa misura, la quale divenendo poesia conferisce alla realtà le sembianze dell’uomo integrale. Ed è nondimeno, questa, una grazia efficiente, che indubbiamente prevede l’intervento operoso dell’uomo, ma alla cui origine ci sono le forze della natura. Le parole suscitate da Sebastiano Aglieco possiedono in effetti la stessa veemenza della natura, perché queste parole sono come magma fuso e incandescente. E come magma le parole sono in perenne trasformazione, mutando polarità, consistenza e composizione. A discrezione del poeta e, per il tramite del suo dire, anche dei suoi lettori. Questo è tutt’altro che negativo, denotando una creatività sempre feconda, in perenne agitazione, capace di restituire forma e bellezza — a un tempo — alla fonte della sua ispirazione e alla pur sempre instabile realtà. Nelle parole di questo poeta si sentono, quindi, le forze telluriche della natura, specie se non vengono nominate; ciò è particolarmente evidente nei suoi versi in dialetto, divenuto recentemente lingua di elezione. Il dialetto è la lingua prediletta dalla poesia; al dialetto è concesso quello che alla lingua della comunicazione nazionale spesso viene negato. La gran parte degli scritti più recenti sono pertanto in siciliano; un siciliano che attinge quasi esclusivamente alla memoria, al tempo della permanenza di Aglieco in Sicilia: tra Sortino, Siracusa, Cassibile, Floridia. Si tratta, quindi, di una lingua corrotta e imbarbarita dalle intemperie e dalla commistione delle parlate, rielaborata a filo di memoria. In Compitu re vivi viene esitata pertanto una lingua alla cui istituzione contribuiscono quattro varietà di dialetti siracusani settentrionali, con qualche influenza delle parlate della zona meridionale, a loro volta sotto la diretta suggestione dell’inflessione ragusana, rendendo questa lingua inaudita. Un’esperienza unica; una lingua colta ancora priva di una forma definitiva (e perciò anche definitoria) e pertanto nello strenuo tentativo di assumere una qualche consistenza formale. Ne sono prova una certa discontinuità morfologica delle parole (per esempio nell’uso delle doppie come “no” e “na”, talvolta “nno” e “nna”) l’incostanza dell’uso dei segni diacritici (“U munnu” in luogo di “‘U munnu”, laddove altrove si legge — per fare un esempio — “su ‘nginucchiùni”). Tutto ciò altera sensibilmente la melodia e il senso di questo dire e di questo sentire, rendendone persino ardua la ricomposizione. Ardua e avvincente, poiché è l’esperienza stessa a mostrarci un mondo esso stesso inconsistente e discontinuo, bisognoso a sua volta di laboriose e minuziose ricomposizioni. Se pertanto a chiunque legga Compitu re vivi non potrà sfuggire l’assenza di sintassi precostituite, di forme definitive, di verità ultimative, Compitu re vivi, di tutti i vivi, è allora sopperire a queste mancanze, mettendoci del proprio. Scorrendo questi versi si finisce per rimanere sorpresi, perché la pur compatta grana di questa poesia lascia trasparire singolare potenza evocativa e grande forza creativa: «[…] u picciriddu / sintju na uci ca unciàva a stanza / ‘n ciuàuru ri rosi sicchi / na navi ‘mbriaca» (da A prima lìttira). Qualità tali da indurre il poeta a rinunciare a inutili assalti di questo suo dialetto al “rango” di lingua. L’idioma utilizzato da Aglieco si nutre legittimamente di altre aspirazioni, perseguendo e portando a compimento altre finalità. Nel poemetto Compiti re vivi, che dà il nome all’intera raccolta, si legge in effetti: «rascàri u cartèllu ri / ogni cosa / fùnniri i fogghi / cu tutti i pinzèri / tunnàri a Pantalica / unni ti sintìu te matri». La dedizione di questo figlio amorevolissimo nei riguardi della madre appena scomparsa viene sublimato: il legame d’amore tra il figlio e la sua madre diviene cioè eponimo di ogni relazione, diviene capacità di andare oltre: alle estreme conseguenze e al fondo dell’ispirazione che anima ogni cosa, in un luogo situato altrove. La madre, in questo caso, è anche origine, madre terra, patria. Ed è pertanto esperienza del tutto singolare, per il poeta, tornare a Pantalica. Nella necropoli di Pantalica (XIV sec. a.C.) natura e cultura, storia e memoria si intrecciano in maniera inestricabile. Nelle oltre cinquemila nicchie oggi vuote — ossa e arredi hanno trovato collocazione in museo ormai da tempo — sono stati inumati in periodi lontanissimi altrettanti siculi, in posizione fetale. Si capisce, quindi, il senso arcano e profondissimo di questi versi: Sebastiano Aglieco avverte il bisogno di ritornare a Pantalica poiché quella è la culla di quel frammento di umanità da cui direttamente proviene; poiché in questo luogo compito dei vivi è prendersi cura dei loro morti, deposti nel grembo della madre terra che devotamente li accoglie.

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