Luigi Cannillo: C’è per tutti una seconda patria

Luigi Cannillo, GALLERIA DEL VENTO, La Vita Felice 2014

Prefazione di Sebastiano Aglieco

CannilloSi potrebbe dire che il grande tema della perdita attraversi tutto il nuovo libro di Luigi Cannillo. Ne è prova, ma non solo, il primo nucleo di poesie L’ordine della madre, concentrate intorno ai gesti postumi del figlio in lutto e che improvvisamente deve ricostruire e capire: la morte della madre tutto è, tranne che una questione sentimentale.
Così la parola si fa responsabile, le immagini vogliono respirare dentro un ordine e sembra quasi, leggendo, che ogni parola sia dovuta per compito. I versi non si sciolgono; restano alti, chiedono al lettore un’attenzione, un essere presenti, in coro. Troviamo le ricorrenze del limite, dove le parole vorrebbero custodire ciò che resta del dolore della casa.

Più ti incammini e la materia
si esaurisce asciugata dalla luce
che resta a segnare i confini
La distanza fra le case
ogni dislivello, tutto
pulsa unito nel salto

Ecco: da una parte la distanza, la corsa verso una luce infinita; dall’altra la finitezza che ci abita e che non ci chiede la resa ma l’ordine. Ora. Qui. Perché, dopo, esiste il tempo di un altro respiro, la dispersione delle orme.
L’esperienza del distacco dalle cose è la necessità della maturazione, del passaggio in un secondo tempo della vita quando una voce ci parla più sommessa, senza urlare e ci chiede uno sguardo più aperto, capace di abbracciare anche la morte, di darle una forma e un nome meno terribile.
Il tema della perdita, allora, non può che essere declinato nell’altro, ben più vasto, della condizione destinale delle creature, fatta di meteore che attraversano improvvisamente la vita e la illuminano brevemente della luce di una verità postuma.
Ecco allora delimitato un atlante di direzioni riconoscibilissime: sono i regni di competenza dei “dodici segni”, forse i testi più compatti di questo libro, in cui la meditazione poetica perviene a delineare, con immagini e simbologie, i limiti e gli splendori di un agire per estrema ratio, bastante a se stessi, ai propri rischi mortali.
In funzione centrale, allora, sia per il tema, sia per lo svolgimento, non può che trovarsi il terzo segno, i gemelli:
«cercami nel profilo sulla parete / nel vuoto scavato nell’aria / quando ci allontaniamo / Siamo i lembi separati da sempre / da sempre ricongiunti / destinati a inseguirci / e fuggire appena sfiorati».
Si dice, qui, della diversità congiunta alla somiglianza, della necessità dell’altro; dell’ essere che si specchia nella vasta realtà del cielo da cui proviene, riconoscendo in sé il luogo di passaggio di forze oscure, eppure familiari.
Così, nel segno successivo, il Cancro, Cannillo sente il bisogno di restituire a una logica più alta, il senso incomprensibile della perdita della madre, perché, come egli dice in un passaggio, «Nel nome della madre / completeremo il cerchio dell’esilio / noi stessi madre tramandata / nella consolazione».
L’origine, allora, quando si accomiata da noi, ancora rimane nella forma delle lettere del nome: “madre”, a riconoscere nello spazio del corpo, un ordine ben più vasto e imperscrutabile.
Eppure questo corpo, il luogo dei soli avvenimenti che possiamo comprendere – gli altri ci circondano e ci accerchiano come conseguenze di ragioni a noi oscure – questo corpo non accenna a rinunciare al suo splendore, alla possibilità di pensarsi ed educarsi, esso stesso, per resistere agli attacchi del tempo con la sola forza di un necessario esistere, della sua consunzione nel tempo.
Così il racconto di questo corpo è ora fatto di soste, di luoghi rivisitati dopo anni, sdoppiati, dunque, da una memoria che prova a ricollocare il senso misterioso del transeunte nella più vasta epopea delle stelle; e di un altro segno in particolare, l’acquario, in cui la perdita di qualcosa che è stato, un evento custodito dalla memoria, si stringe intorno alla possibilità della parola a incarnarsi nel dolore dell’umano. «Ci stringeremo liquidi finché / dalla fonte trapassi in corpo muto / imprevista la parola».
Con questa funzione e con questa necessità si apre in effetti la sezione Il rovescio del corpo. Se quello della madre era un corpo-nome, icona necessaria della restituzione di tutti i sensi, il corpo in sé anela, come si è detto, alla vita, vivendo le precarie occasioni e immergendosi in un sontuoso erotismo che, dopo la luce dell’istante, è condannato tuttavia a mancare a se stesso, alla propria sete di assolutezza.
È un tema, questo, trattato in versi bellissimi in cui la descrizione dell’incontro spesso è seguita dalla preghiera di una pacificazione, dall’affannoso perpetrarsi degli altari della vita.
Il senso del corpo, allora, sembra essere restituito nella pienezza controllata della parola, e dall’ordine con cui la memoria prova a ridisegnare i luoghi dell’incontro, il partecipare nuovamente dell’evento ma questa volta nella luce malinconica – eppure più giusta – di ciò che essenzialmente è avvenuto e che ora ancora rimane:

Anche da qui si scrive
con il coraggio della separazione
Diversi sono il viaggio, e l’attesa
il passo sospeso sulla nuova soglia
ma l’esilio è seminato ovunque

Appare chiaro da questo libro, il senso misterioso di ogni scrittura: ridare un nuovo spazio alle cose rimaste accerchiate dai fantasmi futuri del dissenso; riconsegnarle a una nuova luce di grazia. Lavoro necessario nel luogo di attraversamento che abitiamo, una galleria del vento, esposti alla dispersione, ma anche alle possibilità della vita sotto i colpi di «un capitano (che) naviga il destino».

Sebastiano Aglieco

***

Chi scuote questa galleria del vento
dove oscillano fiori e fondamenta
e palpitanti ci animiamo?
Come pianure disperse nella nebbia
misuriamo la potenza del vuoto
respirando l’aria dell’attrito
I cristalli del corpo si accendono
vincenti, massa animale perduta
nell’alito imprevisto che ci sfiora
Sono lampi e scatti nel corridoio buio,
e sulla pelle vetro si alterna
a velluto, nel vortice che scorre
sul tappeto o si impenna
un capitano naviga il destino

***
(dalla sezione L’ordine della madre)

Pare che quando nessuno
di noi resta più sveglio
qualcuno salga a cercarli
Ha portato un frutto da lontano
l’abbraccio di uno scialle bianco
Dalle corsie in penombra
hanno sentito chiamare
E all’appello si sollevano,
nella potenza del sonno apparente
attraversano il taglio dei raggi
Due forme fluttuanti affrontano
affiancate il cuore della notte
un nastro invisibile già unisce
corpi e ombre in visita
E’ tornato anche stanotte
l’ospite premuroso
caldo di sangue e pianto,
ha ripreso il posto tra i vivi
Il suo saluto segreto
riempie i corridoi, indica l’uscita

***

Si è abbattuta
su quelle nuche fragili
provate dai chiodi nei cuscini
un’ala di grandine bruciante
una battaglia al petto
La parola trattenuta in gola
riunisce l’esito all’origine
la parola madre che flagella
i tendaggi, affila tutti gli aghi.
Dal passato ormai nitido
fioriscono gli abiti dagli armadi
la sua onda di capelli
anziché soccorrere trascina
il branco di madri
ai singhiozzi alla fuga impossibile
Finchè la pietà improvvisamente
spicca da un coro ciascuna
dal letto increspato
invocherà questa notte il suo nome

***

(dalla sezione 12 segni)

Cercami nel profilo alla parete
nel vuoto scavato nell’aria
quando ci allontaniamo
Siamo i lembi separati da sempre
da sempre ricongiunti
destinati a inseguirci
e fuggire appena sfiorati
Fermami quando ti evito
se mi riconosci allo specchio
o se germoglio nella tua figura
L’impulso è distinguere
respingere il simile
fino a rinnegare i fratelli
Se ti avvicini si rivela il doppio
la negazione del primato
E il confine scritto sulla polvere
spalanca i denti a chi lo attraversa
Eppure mi immagini nel buio
planare come riflesso di stella
incontrandomi ti perdi
ritrovi il gemello perduto.

***

Il fiume che ti sgorga
dalla fronte unico scroscio
ti salda fino al suolo
Già in lontananza si scorgevano
gocce pulsare esuberanti
da labbra separate a parlare
Lasciami posare le dita
sulla bocca imperlata, parlami
Perfino nella guerra della notte
quando ogni cosa rifiuta l’appello
la mano ascolta i sussurri
Dal salto al battito sui sassi
alle rive che tagliano silenzi
l’acqua offre generosa il nome,
battezza i nostri eventi, salva
Ci stringeremo liquidi finché
dalla fonte trapassi in corpo muto
imprevista la parola

***

(dalla sezione Berliner)

BAHNHOF ZOO

C’è per tutti una seconda patria
dopo la curva aspetta
con un raggio spinto nella sera
Come la prima parla una lingua
estranea che ci invita
ma alla parola successiva assedia
Accoglie una nostra scheggia
e un tempo mentre si distacca
Anche qui immagino e cammino
i viali si inseguono
in circolo, infiniti
e le finestre soffiano
nella notte una luce estranea
Anche da qui si scrive
con il coraggio della separazione
Diversi sono il viaggio, e l’attesa
il passo sospeso sulla nuova soglia
ma l’esilio è seminato ovunque

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5 Replies to “Luigi Cannillo: C’è per tutti una seconda patria”

  1. bellissime queste nuove poesie di Luigi. Ottime accensioni che mi ricordano una poesia orfica alla Campana e alcune cose egregie di De Vita e di Scandurra. Un linguaggio martellante che sembra uscito fuori da antri profondi di caverne del suono e rimbomba a noi con potenza intatta.

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  2. Di Luigi Cannillo avevo in precedenza letto “Cieli di Roma” che avevo molto apprezzato. Concordo con Diego Conticello: ancora una volta Luigi ci regala una poesia densa di suono e di contenuto. Il ritmo percussivo è a mio avviso l’espressione più alta di Cannillo poeta.

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  3. Luigi Cannillo, con la sua poesia unisce intensità di significato e visione. Avevo già letto il bellissimo Cielo Privato. Con questo nuovo libro ritroviamo un autore che sa innalzare la parola ad un ritmo e ad una profondità di immagini molto alta, senza con questo amplificare, sino a distorcere, quella trasmissione del dolore che spesso l’autore ci vuole comunicare. La poesia spesso è questione di equilibrio e misura. Cannillo riesce a costruire i suoi testi, sempre alti e necessari, come se all’interno dei versi, di una intera poesia, alloggiasse una qualche regola alchemica in grado di tramutare l’umano sentire in qualcosa di universale.

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  4. Ne L’ordine della madre,” i versi di Cannillo stanno lì dove si apre e si chiude il mondo, nominano con esattezza le cose, ne custodiscono con cura il respiro, con quella cura che è il lascito più grande che la madre gli ha regalato e che qui esercita in una parola poetica ferita e misurata insieme, docile infine nell’accoglienza di un passaggio in cui “la storia tornerà al mistero”. Nell’accoglienza, nella custodia e nella cura sta l’origine e la necessità di questa poesia che sa fissare negli occhi il mondo e ce lo restituisce dentro uno sguardo, una voce che riconosciamo anche nostri”.
    Dicevo queste cose nell’edizione de i fiori di torchio che Cannillo fece nel 2008 e che ora si ritrova nella sua versione completa in questa Galleria del vento, libro che conferma la vocazione alla poesia come gesto, come responsabilità nei confronti delle persone e delle cose. A una poesia come conoscenza del mondo, attraverso un’esperienza che modella il linguaggio, a una poesia come pensiero manifestato attraverso immagini tanto concrete e particolari da diventare, come dice Iacovella, universali.

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