Massimiliano Damaggio su un libro di Christian Tito

Dell’essere Christian Tito
Una lettura del libro “Dell’essere umani” di Christian Tito

di Massimiliano Damaggio

christian-titoIo vorrei consigliare a Christian Tito una cosa molto semplice: emigrare in Brasile. Cosa detta, e consigliata, non per provocazione ma per constatazione. Ma perché? Ci torno dopo. Andiamo per gradi.

Avevo letto il suo secondo libro “Tutti questi ossicini nel piatto”. Il mio parere, da semplice lettore, è: sono e sono stati pochi gli italiani in grado di scrivere un libro così leggero e delicato, ma pregnante e fondato su alcuni pilastri molto snobbati (o poco considerati?) dalla poesia italiana: ironia, sarcasmo, sorriso e leggerezza. E semplicità. Non è mica da tutti. È da pochi fare il poeta senza “fare il poeta”. Ci riescono solo i poeti veri e propri. Mi ha ricordato moltissimo Manuel Bandeira (Brasile) e Jorge Barbosa (Capo Verde), due notevoli poeti dell’arcipelago lusofono.

Detto questo, e letti gli ossicini, ho ordinato quello prima: “Dell’essere umani”, per vedere se Tito fosse già così all’esordio. Di questo libro mi interessa parlare, più che del secondo che, a parere mio di lettore, è splendido. Così, mi sono avvicinato al secondo libro con un po’ di diffidenza. Sapete: scritto in età più giovane, quindi meno maturo, meno consapevole, eccetera. Tutto quello che temevo di trovare l’ho trovato. È stata una benedizione. Ma certo, meno consapevole, più istintivo, meno calibrato, meno dedito alla pulizia dei testi, ma proprio per tutto questo definitivamente genuino.

Vorrei cominciare dall’immagine della copertina che da sola riassume tutto il libro. Vedendola, di primo acchito, non so perché, m’è venuto in mente San Francesco. In qualche modo, come poi ho avuto modo di vedere, c’entra. “Dell’essere umani” è un libro che ricerca la purezza: attraverso la ricostruzione di un’identità nelle cose che tutti abbiamo a portata di mano. Tito ne fa dei piccoli mattoni, umili, e tenta una poesia che abbia un respiro non tanto “poetico” ma, se possibile, umano. Ha un respiro comune perché: è poesia e basta, non filosofia, e non ha paura di rasentare il banale. Rasenta e non tocca. Ma poi, che cosa è il “banale”? Perché ho detto a Tito di andarsene in Brasile? Perché la sua è una modalità di scrittura e “pensamento” della poesia in antitesi con quella italiana, ma in linea con quella sudamericana che, perdonatemi, ben altri poeti ha dato al mondo negli ultimi cinquant’anni. Spesso, spessissimo in Italia si fa poesia anteponendo alla capacità di corretta comunicazione attraverso un “innovativo o originale o personale” utilizzo della lingua, si fa poesia, dicevo, quando “si fa qualcosa di poetico”. Importa, molte volte, l’argomento o il suo opposto, entrambi espressi in fumosi enunciati. Christian Tito non so se è spontaneo per natura, se è ironico per una questione di geni, ma di certo questa è la strada che ha scelto. E nella sua scelta, è perfetto. Ho letto quello che ha scritto Aglieco riguardo l’ “innocenza” di Tito. Che l’abbia davvero, cosa che io penso, o che riesca a costruirla in poesia, è comunque un bene inestimabile. Da non sottovalutare, da non mettere in secondo piano, se poi l’autore la trasporta nella sua poesia. Jorge Barbosa scrive:

Io vorrei essere semplice naturalmente
senza il proposito di essere semplice.
Saprei così soffrire con più calma
e ridere con più grazia.

A me pare che Tito si muova, naturalmente, su questi binari. Della prima parte del libro, dove dichiara di “cercarsi”, e il cui titolo è “Chi sono Io?” mi hanno ferito profondamente queste parole:

Io
che sono mio
mi sono perso su un concetto astratto
che non è più mio
che sono io…

per il semplice fatto che non sono mascherate dietro un linguaggio filosofico o una ricerca linguistica. Sono la verità semplice, e come tale espressa. Non c’è un “che” di poetico, non c’è la ricerca linguistica. C’è solo una leggerezza che comunica una verità in modo diretto. C’è questa bellezza di una poesia quasi popolare e parlata, di cui s’è molto bisogno, dove il gioco di parole, che diverte, non è comunque fine a se stesso. Scrivendo questa poesia spogliata di tutto e risonante come un albero al vento, Tito raggiunge livelli emozionali e di pienezza con sempre più parole e immagini essenziali:

oggi è un grande giorno
scrivo una poesia

che, per come la vedo io, contiene più vento e sostanza di tanta meta-poetica. Però mai si dimentica la piccola provocazione del sorriso che permette alle parole di comunicarsi con noi come la necessità di un’ostia, e ribadire quale è il nostro (ironico) posto nei confronti dell’universo:

e per essere
nell’epoca in cui sono
bisogna andare a scuola dai salmoni.

La seconda sezione del libro, intitolata “La rabbia” mi ha sorpreso, perché di rabbia non ne ho vista. Ho visto una preghiera. Allora mi sono detto: o lo fa apposta oppure non riesce a vedere le cose diversamente. Mi sono convinto della seconda ipotesi andando a cercare su Internet altre notizie su questo Christian Tito. Ho scoperto che ha diretto e girato uno splendido documentario sull’Ilva di Taranto che, non vi dico come, sono riuscito poi a vedere per intero. La conclusione è stata: la rabbia, certo, è componente della nostra vita come della sua, ma non per niente io avevo visto qualcosa di trascendente nel dipinto della copertina. Così, Tito invece di bestemmiare prega, e la sua rabbia diventa una “pietra all’incontrario” che invece di essere lanciata in veste d’odio cade a terra per edificare una piccola chiesa comune del perdono. Perché, come scrive:

non si può uccidere chi
dal suo primo giorno
colloquia con la morte
per farsi spiegare la vita.

Evidentemente la rabbia di Tito non può trasformarsi che in preghiera, non in perdono, ma per lo meno nella comprensione che per superarla indenni bisogna averci a che fare in modo “inverso”. E ritorno ancora sull’aspetto “francescano” di questa scrittura, della leggerezza che tutto può far vedere incanto. La terza sezione del libro porta il titolo di “Io credo”. E la quarta, e ultima, “Canti d’amore”. A dire il vero me lo aspettavo, avendo capito il tipo. Ma sono stato contento che la cosa andasse avanti seguendo un discorso logico e così candidamente dichiarato da parte dell’autore. Tutta questa innocenza non è una finzione, mi sono detto, perché non insegue la letteratura. Segue binari differenti, che purtroppo apprezzano in pochi, e che io ritrovo, ripeto, nella grande poesia brasiliana del novecento, dove il poeta è un uomo (soprattutto un uomo, un essere etico) che parla ad altri uomini in un atto d’amore esplicito e naturale, immerso nella vita di tutti e da cui non vuole, solo per il banale fatto di scrivere parole in colonna, allontanarsi. Per cui non riesco a stare tranquillo sulla sedia quando leggo:

È festa oggi
ti rivedo dopo cinque stagioni
sei bello amico mio
aspetta
ti lecco le ferite

Oppure:

se fossi amore
sceglierei sempre le porte strette
potrei guardare chiunque negli occhi.

E infine:

C’è tanta gente che ha voglia di rendere questo mondo migliore, ognuno con un fiore con inciso il proprio nome. (…) Io, dal canto mio, sento che sul mio fiore ho ancora molto, moltissimo da lavorare, ma giuro che giorno dopo giorno proverò a incidere qualche lettera in più del mio nome.

Quindi torno a consigliare Tito di emigrare in Brasile. Il suo paese in poesia è quello, là dove le sue caratteristiche sono considerate componente fondamentale dello scrivere poesia, che non è solamente linguistica e filosofia ma sentimento di condivisione di un mondo popolato di milioni di altri uomini, non dimentichiamolo, con cui si condivide lo stesso banale destino di uomini. Lasciate quindi che dedichi a Tito questa poesia del suo (a sua insaputa) maestro Manuel Bandeira:

La rondinella là fuori sta dicendo:
– Ho trascorso il mio giorno invano!

Rondinella, rondinella, il canto è più triste!
Ho trascorso la mia vita invano!

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10 Replies to “Massimiliano Damaggio su un libro di Christian Tito”

  1. Ecco: mi rende felice sentir parlare di poesia in questo modo e lo si può fare, penso, quando la si ama e la si cerca con passione e sincerità negli altri, nella realtà quotidiana e nei libri. Da parte mia sto leggendo gli “ossicini”: mi ritrovo perfettamente con quanto qui scrive Massimiliano e condivido la sua idea che, spero di non sbagliarmi, interpreterei così: cerchiamo di capire quale possa essere la nostra patria/matria da cui imparare la poesia, cerchiamo di ascoltare la voce della nostra patria/matria naturale (o anche elettiva) per accordare ad essa la nostra voce – e nulla esclude che ci si possa riconoscere in più patrie/matrie.
    Grazie per la bellissima lettura a Massimiliano e a Christian per aver scritto libri evidentemente da leggere.

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  2. Una recensione di questo genere, che tira in ballo quanto di più umano ed emozionale un uomo “scrivente”, un poeta abbia nelle sue corde, mi emoziona, e mette in risalto ciò che cerco nella poesia (per tutto il resto mi rivolgo alla saggistica, alla narrativa breve, ai romanzi).
    Tito è un poeta che calza perfettamente la definizione chirurgica del “poeta” di Leopardi:”Molti presenti italiani che ripongono tutto il pregio della poesia, anzi tutta la poesia, nello stile, e disprezzano affatto, anzi, neppur concepiscono, la novità dei pensieri, delle immagini, de’ sentimenti; e non avendo né pensieri né immagini né sentimenti, tuttavia per riguardo dello stile si credono poeti, e poeti perfetti e classici; questi tali sarebbero forse ben sorpresi se loro si dicesse, non solamente che chi non è buono alle immagini, ai sentimenti, ai pensieri non è poeta, il che negherebbero schiettamente o implicitamente, ma che chiunque non sa immaginare, pensare,sentire inventare non può possedere un buon stile poetico, né tenerne l’arte, né giudicarlo nelle opere proprie o altrui.”

    Massimiliano Damaggio, nella sua esperianza di vita all’estero e per il suo plurilinguismo ci ricorda (grazie a Dio) l’origine di una buona parte dei nostri limiti (ontolocigi): provincialismo e autoreferenzialità, che non potevano di certo mancare nella nostra poesia, visto che è un’espressione diretta del sentimento da tempo disincantato della nostra cultura.

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  3. Cari amici tutti, sono sinceramente commosso. La lettura così sensibile e appassionata del caro Massimiliano, mi ha toccato profondamente. Fa bene, il mago Sebù a parlare di dono di cui sono profondamente grato a Massimiliano. Ma io sono profondamente grato a tutti voi. Perché? Perché nessuno , come Massimiliano, ha colto l’aspetto e il bisogno primario e più urgente del mio scrivere: quello di un uomo che si interroga su questa roba incredibile che gli è capitata , vivere appunto, e, attraverso la vita e la poesia, incontrare gli altri a cui, si dà il caso, sia capitata esattamente la stessa cosa. Ebbene, partendo da questa premessa ( banale, eh eh eh ) sappiate che mai, come da quando ho preso parte a questo progetto con voi condiviso, ho ricevuto un così alto grado di soddisfazione. Anzi, a dire la verità, la frustrazione è stato sempre il sentimento più presente in risposta al mio scrivere. Una poesia, la mia , che cerca gli altri tentando di farlo con semplicità e non trova nessuno. Ora , non è che poi mi interessi particolarmente ( se non per lusingare in parte quel narcisetto più o meno birichino che è in tutti noi) che si parli necessariamente di me e della mia poesia. E’ che in voi e con voi, finalmente, io trovo degli interlocutori appassionati di questa cosa non esattamente definibile che è la poesia. Mi pare che ognuno di noi ( certo con la sua particolare specificità) si avvicini ad essa con un grande senso etico, con quel mix di umiltà, di freschezza, di sana curiosità.
    Di voglia anche ( o soprattutto) di arricchirsi umanamente attraverso di essa.
    Cosa possibile. Io ci credo, nonostante tutto.
    Pertanto sono grato a tutti voi e sono molto orgoglioso, onorato e felice di essere qui insieme a voi.

    Grazie di cuore

    Christian

    P.s. Grazie caro Antonio per le bellissime parole che condivido pienamente…

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  4. E grazie anche a te caro Nino, che strano, dobbiamo avere risposto insieme perché ancora non c’era il tuo commento mentre scrivevo il mio… Noi ci vediamo presto 😉

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  5. Mi ha colpito la sottile riflessione di Damaggio: è da pochi fare il poeta senza “fare il poeta”, chiave di lettura di tutta la poesia di Christian Tito, senz’altro da leggere e approfondire. Era anche Giorgio Caproni a dire ironicamente che il rumore delle parole appesantisce la poesia. E quel misto di levità e ironia nei versi di Christian Tito, nonché quel sapore francescano che io riscontro anche nella poesia di Aglieco e che mi attira molto, sono ingredienti molto ben dosati. Grazie di cuore ad entrambi.

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  6. Mi sento così bene nel poter scrivere che qui si sta accogliendo la poesia “pienezza dell’essere”: nelle trame del tessuto personale (provenienze culturali e carattere individuale che formano la personalità umana e poetica mai data per sempre e in tappe evolutive, dunque) di Christian si radica l’attenzione per l’altro, per il mondo intero, che Damaggio ha individuato egregiamente consegnandoci, libero da stereotipi critici, l’integrità dell’esprimersi in poesia di Tito: un sentire poeticamente l’intorno, proprio di chi – per un fato ancora insindacabile – ha struttura poetica devota al bene che attraversa uomini e cose.
    Lieta e grata di leggervi tutti.

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  7. mi avete tutti rubato le parole, ma troverò comunque il modo di esternare la bellezza che ho letto nelle vostre impressioni, nella descrizione del bravo Massimiliano e nella bella cornice di Christian che risalta nel paesaggio …
    Brasile o non Brasile il fatto che la poesia sappia volare così in alto la rende madre di ogni terra e di ogni cielo, capace di insinuarsi nelle più ardite fessure e di staccarsene con altrettanta levità, posandosi sulle ferite e accarezzandole, capace di ricordare la favola del principe felice in quella rondinella, capace di stupirsi e sciogliersi di fronte al bene più grande, l’amicizia, capace di interrogarsi, di mettersi a nudo, di rivelarsi, proprio come un semplice francescano quando si inginocchia di fronte al creato.
    molto gradito questo dono, miei cari 🙂
    a presto

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  8. C’è un fuoco da portare,
    da passarci di mano,
    da restituire alla terra.

    Sono versi inediti di Christian che in segreto ho ricevuto e che da un po’ mi tengo lì da rileggere. Ecco, meno male che c’è una poesia che passa in mezzo al mondo e abita dove abitiamo noi, che parla come parlano le cose e non si mette il trucco, che pensa e vive. Del resto, del trucco, c’importa poco ( bello il passaggio di Nino da Leopardi).
    Corrado

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  9. Sono davvero contento anche io Sebastiano e approfitto per ringraziare anche Rosa, Adriana, Carla e Corrado per il loro passaggio e le loro riflessioni così generose e stimolanti. Vi abbraccio con affetto
    Christian

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