Le mie cosine…

2013-10-29 17.13.39Qualche autore che ho recensito a volte mi chiede, malgrado la recensione: il libro ti è piaciuto? Rispondo che, se l’ho recensito, vuol dire che ci ho trovato qualche elemento di interesse. Non vuol dire necessariamente che il libro sia perfetto, ma che mi ha suggerito una certa quantità di parole.
Si tratta di una riflessione a volte puramente intellettiva, altre volte emotiva, come sostenevo in un spazio che una volta si chiamava ARPA EOLICA, e cioè quello strumento che vibra al vento rilasciando armonici. Libro e lettore si mettono a cercare una qualche forma di armonia, o disarmonia, persino uno stridore che non lasci indifferenti né l’uno né l’altro.
Così le parole che uso non sono direttamente mie ma di un attore che sta cercando suoni per il personaggio che lo abita; ma solo in parte, perché in parte utilizza la stessa lingua del libro.
Per questo cerco un coinvolgimento non adulatorio, non appiccicoso: voglio che le mie parole non esercitino alcun potere, nessuna forma di metacritica. O peggio, di metafisica. Io posso parlare per me, per come le parole mi hanno portato almeno a un centimetro lontano da me, dalla mia stasi emotiva e intellettiva.
La mia, tutto sommato, è una critica gentile che può infastidire, perché scambiata per una critica che non prende posizione – del resto mi infastidisce una critica che si pone l’obiettivo di destrutturare a tutti i costi, appellandosi a un qualche ragionamento oggettivo, mentre sarebbe più semplice e più onesto dire, per me è così, è piaciuto a me questo singolo libro, non un mucchio di libri sottoposti al taglio della stessa indefinita mannaia -.
Così posso capire chi dice che io scrivo “cosine”: si, le mie cosine, i miei atti gentili che non si appellano a nessun potere. Noi non abbiamo il compito di giudicare. Noi abbiamo il compito di consegnare alla Storia perché, l’ho già scritto, non sappiamo se i posteri consumeranno gramigna, visto che non ci sarà più grano da mangiare. Sarà bastevole, forse, il più insignificante frammento di letteratura se tutto il resto sarà andato perduto. In questo spazio non si fa un canone tirato su con violenza; in questo spazio si legge, che è un gesto che precede ogni forma di giudizio; e poi, si spera, si fanno incontri attraverso i libri. E l’incontro, per me, è già un metro di giudizio, un’occasione in cui sostare e guardarsi in faccia. Ché, in fondo, non ci dovrebbe essere un vero stacco tra la vita e la parola, tra un pensiero e il suo agire. Un poeta vero, per me, è chi si fa rispecchiare con innocenza nella propria scrittura in faccia ai potenti, ai simili, ai dissimili, a Caino, ad Abele. Un libro va accompagnato, come si accompagnano e ci accompagnano le persone.
Sebastiano Aglieco

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18 Replies to “Le mie cosine…”

  1. Inoltre, credo, caro Sebastiano, che se non si è gentili, non si va da nessuna parte. Sto leggendo il tuo vivissimo libro. La critica è noiosa, per lo più – la critica che si disfa di parte della realtà che, letteratura o no, è inevitabile – che qualsiasi intellettualismo non può che “forzare”. L’arte, anche la più spietata, secondo me, anch’essa deve avere una profonda radice di gentilezza, sennò non basterebbe il mondo, la pubblicità, il potere asservito, l’arroganza di chi non sa scioglierla?

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  2. Sì, gentilezza…che non vuol dire abbassare i pantaloni.Chi è gentile è più sottoposto ai fuochi incrociati…basta che sbagli una volta …

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  3. una critica gentile, mi piace…anche con gentilezza si può fare una critica, verissimo…l’importante è non tradire mai l’onestà di un giudizio e quindi
    della parola.
    c’è un aspetto tenero in questo tuo modo di esprimere i concetti, le idee, che conquista…

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  4. Prendete una poesia, destrutturatela, quello che non otterrete è la poesia: lo dice anche Benjamin, e io ci credo. Si possono fare i ragionamenti più sofisticati, ma l’inizio, la “volontà di lettura”, come la chiamo, che confina con la grazia, è atto gratuito, privo di peso contro la gravità fisica del mondo.

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  5. è come quando lavori con i bambini…sei duro quando serve, ma loro sanno che ci sarai sempre…

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  6. concordo pienamente Vincenzo. Prossima settimana metterò un testo, rimasto inedito, su ciò che intendo per METACRITICA: una brutta bestia.

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  7. E’ una bella dichiarazione d’intenti, il manifesto deontologico del tuo leggere e scrivere, comprendere e offrire, Sebastiano.
    Non ho nulla da aggiungere riguardo alla “gentilezza”: qui tutti sappiamo in quale humus psichico si radica, e l’etimo – per me – discende da un evento psichico, il quale agisce nella e con la parola e la consegna all’azione cui noi, ogni giorno, siamo destinati.
    Voglio concludere con la chiosa di Hans Jonas – incontrata in questo tempo che leggo per mio bisogno e diletto Jung – sullo gnosticismo che lo psicanalista approfondì quando iniziò l’avvicinamento alla letteratura ermetica ed alchemica:
    “Invece di adottare il sistema di valori del mito tradizionale, cerca di sperimentare (C.G.Jung)una ‘conoscenza’ più profonda rovesciando le parti trovate nell’originale di buono e cattivo, sublime e vile, benedetto e maledetto. Non tenta di dimostrare consenso, ma, sovvertendo in modo clamoroso, tenta di scuotere il significato degli elementi della tradizione più saldamente stabiliti e di preferenza maggiormente venerati. Non può passare inosservato il tono ribelle di questo tipo di allegoria, ed essa perciò esprime la posizione rivoluzionaria che lo gnosticismo occupa nella tarda cultura classica.
    E non sono forse “mito” anche certi canoni di certa critica in vigore?
    E la “gentilezza” non è forse, in questa ottica, l’elemento alchemico di rottura che conduce a vedere l’interezza dell’opera, la “grazia” in cui è generata e che genera nel lettore, non la soddisfazione che conferma le attese dell’autore e del suo critico?

    Gloria

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  8. Il punto critico è la rottura di una fase e la trasformazione in altra. Quel punto esatto in cui una cosa può convivere nelle due fasi è appunto il punto critico, e questo succede anche nella lettura di un’opera, secondo me. E’ impossibile leggere un testo allo stesso modo di un altro, impossibile guardare gli oggetti di quel mondo nello stesso modo ma l’uno può portare all’altro attraverso qualcosa che diventa appunto il punto critico ed è la soglia in cui prolifica si fa la parola. Se questo non accade, potrebbero esserci escatologie, epifanie, omotetie,.., ma se la porta non si apre l’altro resta una oscura fossa e anche noi che leggiamo, alla pari, un buio viaggio nel nulla. Dipende dai “batteri” che vivono le nostre paludi e dagli insetti che abitano le parole dell’altro, se c’è una brezza o un vento che dissemini i pollini, se l’angolo da cui si guarda aggetta ombre e riprende riflessioni dagli specchi…Certo cosine ma a noi non resta altro, in fondo, davanti all’intero universo, esterno o interiore, siamo solo piccoli, piccolissimi palloncini gonfiati e nemmeno ad elio! Grazie dell’onestà Sebastiano. ferni

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  9. gentili amici, tutti questi commenti, messi insieme, già costituiscono una base per riflettere su questo tema così delicato, forse il più delicato: che cosa vuol dire oggi fare critica e chi è il critico. Ne incollo qualcuno: Il punto critico è la rottura di una fase e la trasformazione in altra – leggere, comprendere e offrire – prendete una poesia, destrutturatela, quello che non otterrete è la poesia – la critica che si disfa di parte della realtà – E a tutti grazie per la gentilezza. Sebastiano

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  10. Che dire Sebastiano, sono d’accordo con tutto quello che dici. Un approccio critico gentile è costruttivo, porta alla crescita dell’altro che la riceve. La critica distruttiva è come minare ponti: distrugge anche la relazione umana tra le persone, perchè quasi sempre la poesia, buona o cattiva che sia, è troppo intrisa della vita di un autore. Ci vuole delicatezza e senso della misura. Rigore, se si ambisce alla buona scrittura, senza rancore.

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  11. Secondo me chi fa il critico, dovrebbe vivere, in prima persona, l’espressione d’arte di cui si occupa – averne un’esperienza fisica – il più conoscitiva possibile e aggiungo umana – ed umile – direi che la critica è critica quando non esprime giudizi ma riflessioni – emozioni – echi – l’incontro tra quel che è altro da sé – uno studio immerso – la diversità è una ricchezza – credo come la ricerca – e il mettere in discussione il proprio lavoro – credo sia inevitabile se lo si mette al mondo – non è dovuto – non è scontato – ma è uno stare in mezzo agli altri – gli eventuali “rischi” dell’incontro con gli altri – e il lavoro degli altri – non è facile assumersi un giudizio negativo, ma nessun giudizio arriva a colpire o distruggere qualcosa che non abbiamo messo in dubbio per primi noi – anche se è triste ammettere che ci sono infiniti casi in cui la critica decide le sorti di un artista.

    ciao Sebastiano!

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  12. caro Nino, è vero. Toccare un libro vuol dire, in genere, sondare qualche corda sensibile della persona. Chi insegna sa bene cosa vuol dire. Forse rivolgerei delel critiche in privato. Pubblicamente il mio metodo è il silenzio, se il libro non mi convince per niente, o ciò che ho detto in questo post. Poi, certo, può anche succedere che un libro rimanga, per motivi sconosciuti, o forse semplicemente per stanchezza o distrazione, in fondo alla pila. Anche se prima o poi riemerge…

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  13. si, concordo. non capisco perchè si possa provare una grande emozione ascoltando la musica, sensazione che conosco benissimo, e relegare un libro di poesia a una sola esperienza intellettuale. per il resto che dici ti rimando al commento fatto di seguito al messagigo di Nino Iacovella. Un saluto. Sebastiano

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