Riccardo Raimondo: non giudicarle queste mie parole

Riccardo Raimondo, TEORIA DEL PIRATA

raimondo

La scrittura di Raimondo è abitata dal flusso magmatico dell’età di mezzo – la più splendente delle stagioni, e che a mio avviso imbastisce un genere di scrittura a sè -.
Ma è anche la stagione più furiosa e più dolorosa, incapace di contenere del tutto una specie di dinamismo panico che ogni cosa ingoia ed espelle, come se il senso risiedesse nei giochi di un teatrino condannato a ripetersi in altri corpi e in altre scritture indocili ignari della ripetizione.
Così il “pirata” del titolo allude chiaramente al viaggio, alle scottature del sole d’agosto e alle bufere della cattiva stagione che lasciano cicatrici su tutto il corpo. Raimondo è cosciente dei perigli del farsi “negro”, del buttare tutto all’aria, del ricevere ingiurie per questo, ma non vede altre scorciatoie. Lancia strali velenosissimi contro la provincia, i riti della piccola borghesia, dei giovani e giovanissimi inebriati di moda, di riti televisivi e di rete; ma soprattutto contro il mostro più crudele e più splendente di ferite: l’amore (Monstres affreux, monstres redoutables, Ah ! l’amour est encore plus terrible que vous, Rameau, Dardanus).
Sa benissimo che questo sarcasmo, pur pietoso, non gli gioverà. Del resto, alcuni luoghi italiani che egli cita – via Plebiscito, corso Italia, villa Bellini – riportano esattamente i riti che passano quotidianamente sotto i nostri occhi, teatrini di ipocrisia a cui non ci siamo mai veramente abituati; ma anche di splendente superficialità, di rose che splendono e si sfaldano perché così Natura comanda. E che cosa, in fondo, è veramente cambiato, se questi riti già li descriveva Vitaliano Brancati nella sua Catania? Del resto non si salva nemmeno Parigi, la città, per antonomasia, deputata alla folgorazione, “Parigi è un imbroglio”, dice Raimondo, con un’ eco della Rondine di Puccini, – e forse gli potrebbe piacere lo struggente finale dell’opera
Questo giovane poeta, dunque, rischia, sia per afflato vitale diretto e scontroso, sia per la ricerca di un modello di lingua che non vuole maestri. Sono elementi problematici che estenderei ad altre indagini di scritture “giovani”, reazioni a fenomeni correnti di poeti il cui obiettivo dichiarato è quello di un’antiscrittura da collocare fuori dalle etiche di un umanesimo occidentale.
Il viaggio di Raimondo, la ricerca di altri lidi, è da intendersi, in effetti, come ricerca di vita che includa anche la scrittura, ma non solo. Si tratta della ricerca dolorosa di un modo di essere, che a volte perviene agli esiti, i migliori, a mio avviso, di un sincero crepuscolarismo, specchio della vita giovane che abita gli scossoni dell’animo e aspetta che si quietino le acque di ogni “illusorio” idealismo.

Sebastiano Aglieco

QUI 

***

LO SCRITTOIO

Senza angoscia non c’è vero poeta,
me lo disse un falco,
Me lo disse all’orecchio
come un oracolo.
Ora quel messaggio plana in me,
squarcia lo spazio dentro,
il postribolo di vizi, il manipolo fetido
di tutti i miei complessi
– è un becco di luce, taglia
il tenebro in fogli:

è la carta.

E senza amore non c’è vero poeta,
me lo disse una piccola saggia tartaruga,
me lo disse all’orecchio
come un segreto eterno.
Ora quel guscio si fa messaggio di pace,
mappa verso casa. Imparo, me malgrado:
sono sempre a casa
– fuori corazza carapace,
dentro lava di fenice

ed è il calamaio.

Ma senza fantasia che sarebbe un poeta?
Me lo disse un albatro indolente compagno,
me lo disse urlando
come un pazzo.
Ora anch’io ripeto l’urlo,
il messaggio di mille sentinelle,
l’eco ripetuta da mille testimoni,
ripeto il tuono, l’amore, l’angoscia
– ho strappato una piuma dalle ali
d’un angelo caduto

ed è la penna.

***

Crescendo il bambino impara
a gran fatica e suo malgrado
impara il folle volo
e lo schianto

e per fortuna

la caccia alla lucertola
e la paura del buio

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