Una lettera di Corrado Bagnoli su COMPITU RE VIVI

COMPITU RE VIVI

Caro Sebastiano
ho letto e riletto il tuo Compitu re vivi, un libro nel quale si assiste a una nascita, o forse meglio, a una rinascita. E anche a un nuovo battesimo: il viaggio che si compie in queste pagine è un viaggio nella memoria, è un riappropriarsi di luoghi, persone, suoni, odori e colori ai quali occorre essere fedeli fin dentro la lingua che li nomina.
La scelta del dialetto, come ha già detto Maurizio Casagrande in un suo intervento, diviene l’unica possibilità di nominare quella realtà che altrimenti verrebbe tradita nella sua sostanza, verrebbe tradita nel suo destino di compimento proprio dentro la parola.
Lo sguardo del poeta diviene custodia e accoglienza di ciascun istante, di ogni punto di quella narrazione muta che era il mondo delle origini e che adesso trova la sua voce. Così, il termine che mi sento di usare rispetto a quanto faticosamente, duramente, e in qualche caso in modo sfolgorante emerge dentro questa sorta di ritorno, e dunque di nostalgia, è quello di misericordia: campeggia in questo libro così sofferto e in certi passaggi quasi affranto, la figura della madre; spesso trasfigurata, sovrapposta a immagini delle madonne che si incontrano nelle vie dei paesi di una Sicilia cruda e feroce; e nella sua doppia figura, sempre con una doppia capacità di accettare, di accogliere, come appunto la parola misericordia – letteralmente doppio utero nella tradizione ebraica – lascia intendere.
Ma la misericordia di cui parlo qui non è semplicemente quella della madre nei confronti del figlio, o della Madre nei confronti della realtà tutta, è invece e quasi per osmosi, quella del poeta che decide di andare fino in fondo al suo compito, che è poi il compito dei vivi: per il poeta e per l’uomo che decide di affrontare la vita senza finzioni, non esistono protezioni, così non esiste la certezza di uscirne vivi come si è entrati.
Compito dei vivi è quello di abbracciare due volte tutto quello che viene, una prima volta quando viene, una seconda nella nominazione, nella parola della maturità che rinomina e risignifica la vita, lasciandosi ferire.
E devo dire che il libro offre passaggi in cui questa sorta di offerta del proprio io e del proprio sguardo, diventa quasi offerta del proprio corpo, una sorta di intenzionale martirio oltre quale il poeta può dire che andremo tra i fiori, te lo giuro. Senza la carne. Spirituali. Essendo lo spirito quella misericordia, quella pietà per le cose cadute senza il canto di Orfeo, cioè qualcosa che non si dà senza la carne. Così la chiusa del libro, con quell’invocazione E toccate, per favore toccate queste mie parole e consumatele, assomiglia al gesto sacro dello spezzare del pane: la misericordia che ha accolto tutto due volte, vuole adesso rimettere in circolo quanto ha trovato.
La parola, in questo libro, diventa offerta, comunione: ma è solo questa la parola vera della poesia, quella che si mostra come messa in comune dei doni e delle spine ricevute. Non c’è naturalmente salvezza in questa parola che si offre come un pane buono anche se duro da mangiare, a meno che essa non partecipi di quel verbo che si è fatto carne e si è spezzato per noi. Solo così, questo viaggio della memoria diviene sacramento, memoriale di ciò su cui si fonda la nostra speranza. E nel libro, è ancora attraverso la Madre, attraverso la Signora degli umiliati che ogni nome viene benedetto nel suo respiro, è ancora lei che accoglie nella casa e riporta ciascuno alla sua origine, dentro il figlio e il padre in cui ciascuno sarà custodito per sempre.

Grazie ancora per la verità e la tenacia con cui lavori al compitu re vivi.
Corrado

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