Un intervento sul bellissimo libro di Marco Fregni

La ragione del dire
di Fabio De Santis

Marco Fregni
Al di là di ogni Aldilà
Edizioni Pendragon – 2013

al di laAl di là di ogni Aldilà di Marco Fregni è un libro unico nello scenario letterario odierno, composto da sedici racconti sul tema della morte o meglio della narrazione dell’oltre-vita, dell’invenzione dell’Aldilà.
Il mondo contemporaneo ha escluso la morte dal suo orizzonte e, in maniera definitiva, nel Novecento. Già Foscolo, con I Sepolcri, segnalò la perdita, per l’uomo, della prospettiva della fine, con inevitabili conseguenze riguardo al senso dell’esistere stesso.
La posta in gioco, per Foscolo, era il tema della posterità e non poteva che essere un poeta a porlo. La questione del “dopo” emerge anche nel libro di Marco Fregni, sebbene leggendo i racconti si abbia la sensazione che la tematica sia del tutto rapportata ad un’idea di esistenza immanente, a dei significati che interessano il vivere e non il morire. Dunque l’orizzonte resta terreno, umano.
Il merito di Fregni sta nella creazione di un immaginario, nella realizzazione di luoghi letterari che si contrappongono al nulla, nell’idea stessa che l’aldilà possa essere concepito. È un’operazione visionaria che ha evidentemente posto l’autore di fronte all’arduo compito di rapportarsi all’invisibile, in un tentativo che non si riscontra quasi per nulla nella vasta produzione di opere letterarie ed artistiche odierna.
L’idea di aldilà non è assimilabile alla ricerca di una consolazione metafisica, non è il tentativo di occupare uno spazio vuoto lasciato da altri (ad esempio dalla religione), perché il terreno in cui si muove l’autore è esclusivamente letterario.
L’operazione letteraria è finalizzata proprio a dare una sorta di senso ad un nulla che, se non immaginato, rimarrebbe inguaribilmente condannato a restare nulla. Al termine di questo percorso il nulla di Fregni è qualcosa. È nello sforzo di conferire uno statuto al nulla che viene realizzato un mondo esistente. Sarebbe un errore, quindi, ricondurre il libro nell’alveo del nichilismo.
L’Aldilà di Fregni esiste dentro un mondo letterario e la sua affidabilità equivale alla validità della letteratura stessa. Alla parola viene riconosciuta una funzione di verità e non un trastullo per autocompiacersi nell’invenzione creativa. La parola di Fregni vive sull’orlo precario dell’impotenza del dire fino in fondo, del nominare una realtà non immediatamente riconoscibile. L’uso dei superlativi assoluti testimonia il desiderio che la parola vinca le sue debolezze, superi le limitatezze della forma per essere espressione piena di contenuto.
Lo spessore e l’omogeneità della tematica fanno pensare ad un libro monolitico, la cui stringente coesione viene però stemperata da una maggiore articolazione dello stile, dove l’epistola, l’ironia, il racconto si susseguono creando un ritmo nella sequela dei testi scandito dal campionario delle visioni. Nel passarle in rassegna appare chiaro quanto l’intenzione di Fregni sia lontana dall’imporre una sua idea di aldilà. Le “possibilità” create differiscono anche enormemente tra di loro.
La varietà degli esiti dell’oltre-vita deve lasciare pensare che l’autore abbia voluto anche distanziarsi dall’autobiografia. Eppure La fissità dello scriba, a mio parere, è il testo dove si ritrova il Fregni più autentico, lo scrittore, ma soprattutto la sua idea di scrittura. L’autore scopre da subito le carte ponendo in esergo l’Anonimo del XIX secolo: “Profondissima solitudine et immobile tempo e silenzio. Solo questo l’arte della scrittura, chiede”. Nella non-vita dello scriba emerge la condizione di dono assoluto, di cui gode, insieme al sacrificio altrettanto totalizzante. È la perfezione dell’arte. Accanto ad essa la fiducia della durevolezza, quindi la “nascita” del dopo. “Tutta la vita di Kai, fino all’ultima stilla, sarebbe stata dedicata a quell’impresa che non avrebbe avuto fine – così allora credevo – se non nel giorno della mia morte”.
Forse, questo, è il racconto dove più di tutti Fregni lascia penetrare uno spiraglio, pensando a una speranza, affidandola sopra ogni cosa alla scrittura, rendendo insuperabile questo dopo, anche dalla stessa e tradizionale idea di un aldilà popolato dall’abbondanza e dal benessere.
È un aldilà solipsistico – mantiene il carattere del non assoluto. La salvezza – perché qui una salvezza esiste – resta terrena, rientra nella sfera dell’individualità ed è da rintracciare nella passione umana, nella sua pretesa di continuità mediante la parola “scolpita nella pietra”. È una possibilità, un’ipotesi.
Bisogna riconoscere, ad ogni modo, che Al di là di ogni Aldilà è certamente un libro compatto, che si inserisce bene nell’opera complessiva di Marco Fregni. Nella sua scrittura si avverte non solo l’invenzione, ma un impulso di vita. È la necessità di scrivere in quel modo. Sembra strano a dirsi, ma l’“ossessione” della morte è in Fregni qualcosa di estremamente vitale, è la ragione del dire.

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