Fiori di Torchio: Ivan Fedeli

Ivan Fedeli

Polveri sottili

“Hanno una poesia latente in quello sguardo”: questo verso appare più di una semplice osservazione della realtà che si dispiega davanti al poeta; in questo verso c’è l’origine della sua poetica, viene dichiarata l’intenzione del suo stesso sguardo: la poesia ha il compito di guardare dentro le pieghe della vita, quasi di andare a scegliersi l’ultimo angolo inosservato del mondo e una folla di personaggi che per la loro apparente inutilità e insignificanza non potrebbero mai diventare protagonisti di una storia. E che invece assumono dignità, diventano anzi “piccoli eroi di un’epica nuova”, di un’umile vicenda quotidiana che per essere vissuta ha bisogno di una forza insospettata, di una paziente e decorosa forma di sopportazione che, appunto, soltanto degli eroi potrebbero trovarsi cucita addosso. Il poeta segue questi suoi personaggi perdendosi dietro i loro gesti minimi, inseguendoli dentro il paese periferico delle loro giornate che si ripetono uguali, racconta le loro sconfitte, il confine della città dalla quale sembrano esclusi. E’, appunto, come nella migliore tradizione epica, il racconto di un popolo e della sua battaglia; è la fenomenologia tutta concreta, e dunque solo così simbolica, di una vita che fa fatica, di una vita quasi sempre alla deriva dentro la quale, però, il poeta si sorprende a registrare uno sguardo verso il cielo che assomiglia a una preghiera, un decoro che si manifesta, ancora una volta, nella capacità di un’attesa al supermercato che assomiglia tanto ad un’attesa davanti al destino. Ma senza crederci troppo, precisa il poeta, senza farsi troppe illusioni, soltanto sperando quasi senza ragione in un domani diverso; spostando via la forfora dalle giacche, come a togliersi via preoccupazioni e cattivi pensieri, continuando nella testardaggine di essere vivi, l’unico vero peccato che essi sappiano commettere. C’è un compito diverso per la poesia che non sia quello di raccontare la realtà? Ivan Fedeli, da tempo, obbedisce a questo compito, scegliendo spesso di raccontare una realtà che è attraversata dalla tragedia: non soltanto quella della povertà, della marginalità di vite soffocate dentro un mondo ostile, che le ha sputate lontano da chissà quale centro nevralgico sociale ed economico. La tragedia che campeggia in questi testi è propriamente quella dell’assenza di un destino: l’epica quotidiana di Fedeli sembra dire che, contrariamente a quanto accadeva al popolo e agli eroi dell’epica classica, oggi non c’è direzione, non c’è storia, non c’è memoria per le vite che si srotolano uguali ogni giorno sotto il suo sguardo. Ciò nonostante il registro della poesia di Fedeli non diviene mai tragico, racconta in modo quasi impressionistico, talvolta addirittura con complicità, i sentieri interrotti dei suoi personaggi; ed è forse in questo che possiamo trovare la fragilità e insieme la necessità della sua poesia, quasi vi fosse un destino anche nello stesso nome del poeta: restare fedeli al dato, mettersi ad ascoltare la sua voce segreta, è il passo indispensabile per conoscere e vivere, prima ancora che per scrivere in modo onesto e vero.

Corrado Bagnoli

***

Polveri sottili

Sopravvive a volte un silenzio di alberi
dopo i raccordi, le case sciupate
dalle polveri, ricorda l’attesa
delle migrazioni estive. Scommettere
qualcosa di più sulle solitudini
delle giacche viste dal nono piano
sparire verso risacche d’asfalto
in attesa di un giorno meno duro.
È la città e si sfalda sotto il peso
di un grigiore puro laddove poveri
diavoli spostano l’aria per vizio
di forma, presenza. Sarà così
anche oggi questa fedeltà mai logica,
questa mimica di facce che va.

I
Quei palazzoni senza luce, muti
come cappotti fuori moda mentre
chiedono un aiuto d’erba, contarne
a tratti i respiri, le rotte rade
di passi che s’inerpicano, vanno.
Una coltre di varia umanità
resta intanata in una sera acerba
sperando nel verde delle persiane,
che possano aprirsi ancora domani,
quasi le mani spingessero l’aria
ben dentro prima del sonno. Si sta
così in questo inizio di città a spanne,
dove il mondo si tratteggia in indizi
di volti e s’affanna l’asfalto a maggio
prima della resa a un sole possibile,
al passaggio dei pendolari in giacca,
i loro tacchi distesi, invincibili.

II
Passano tra giacche stirate e il gratta
e vinci da due euro ancora in tasca. Durano
un’occhiata veloce, giusto il tempo
di sparire in un vento ancora pigro
che sorprende le strade. Sono poveri
diavoli, avvezzi all’asfalto di aprile
quando dirige i passi per usura
o meccanica pendolare. Pregano
un po’ alzando lo sguardo senza crederci
del tutto, prima di tornare ancora
alle loro case. Vite così,
a rimorchio dei lunedì di pioggia
in attesa di un tram che le protegga
mentre sudano, guardano orologi,
osano a volte un pensiero diverso.
Poi è il silenzio degli alberi, la dura
prospettiva che li esclude più in fondo,
dopo la piazza, il cartello di sconto.

III
Bastasse allora lo sguardo dell’occhio,
l’indice della mano a evidenziarli,
piccoli eroi di un’epica nuova,
operai in prova, docenti, attenti
lavatori di vetri, formichine
dell’epoca grigia, mangiati sempre
nella stessa salsa, allo stesso modo.
Sono i perdenti posto, loro il nulla
osta per il discount di via Pacini,
vicini alla fermata del tram restano
lì con un gratta e vinci in tasca e il numero
del cellulare in attesa. Ma c’è
tutto un decoro se aspettano il turno
facendo spallucce, quasi non fosse
diaspora il contorno delle facce,
la parola con cui chiedono. Indomiti
in quelle giacche scostano la forfora,
da vivi sperano in cosa sarà.

IV
Eppure resistono, vanno in fretta,
aspettano i figli fuori da scuola
fantasticando un po’ sulla domenica
insieme e dentro il sentore del giorno
che sarà. Stanno come nell’attesa
di un futuro a termine e la città
è alle porte, quel brulichio intorno
di giacche indossate alla meglio. Hanno
una poesia latente in quello
sguardo quando sbirciano tra vetrine,
si sentono semplicemente a posto
raddrizzando le spalle, ravvivando
i capelli rimasti. È per conquista
di spazio vicino che sopravvivono,
percezione che tutto sia immutato,
stabile. Nessuna colpa, soltanto
un avvenire immobile, il peccato
di rimanere vivi anche stavolta.

***

Solo se stratifica ha corpo
ImmagineUna meditazione sui riflessi e le ombre che si incorporano nel sovrapporre immagini e segni, in uno spazio definito, quello del foglio traslucido: la coerenza artistica di Valentina Persico consiste innanzitutto nel ricercare situazioni sperimentali, in cui tentare operazioni complesse, per costruire rapporti fra le cose e le esperienze, fra le immagini e i dati di una materia dai molteplici connotati. Materia impalpabile, una trasparenza ricondotta alla metafora del fare artistico che legge attraverso le cose e ne ricava dati essenziali, una radiografia della realtà, per ricostruire ulteriori relazioni di significato. Materia in cui la trasparenza può divenire valore stratigrafico, e donare così quella densità, quel volume che nei frammenti e nelle parti sarebbe illusorio ricercare. Stratigrafia, attraverso fogli che si sovrappongono, innalzando una forma variabile in un processo di riconoscimento, nel ricorrere ai frammenti isolati che via via si ricompongono in un corpo: strati di segni e di spazi per definire una procedura che si alimenta dalla realtà, in cui ricostruire gli elementi dispersi di un volume, di una corporeità da rintracciare. Non si può rinunciare alla memoria: fattore volontario o come sospeso nell’atmosfera che va colto e reso corporeo, il ricordo sembra un dato forte, nell’opera di Valentina, proprio perché si identifica in un processo seriale e continuativo, che si rinnova costantemente, per esprimere un pensiero d’arte, vitale. Memoria nei fogli che si accostano, nelle superfici che si generano per contrapposizione e per sovrapposizione, come ritracciando strade ed inventando narrazioni nel cammino verso la conoscenza. Pensare per segni, sintetizzare in un meditativo tratto che scava nel foglio: la superficie diviene intensamente significativa, perché si separano e si ricompongono queste linee frammentarie, questi elementi che danno corso ad un processo di accumulo: leggere nella trasparenza, leggere nelle forme che si rincorrono, guizzanti verso un provvisorio assestarsi in una definizione tangibile, corporea che il segno rende visibile. Un corpo, un volume, una forma di natura; il procedimento d’astrazione ne ha distillato essenze di segni che solo stratificandosi dichiarano un risultato relazionato ad una sintesi: la corporeità sospesa nel segno si riunisce e diviene densità materica, per generare letture contrastanti, geometrie fluide, ricche di rimandi e relazioni, in grado di conquistare la narrazione d’un intento, d’un desiderio, d’una ricerca, che si avventura nella memoria e nella natura delle cose, per rinnovare la sintesi poetica nell’espressione di misure razionali ed emozioni in divenire.
Francesco Pagliari

***

Ivan Fedeli (1964) insegna lettere e si occupa di didattica della scrittura. Ha pubblicato diversi percorsi poetici, tra cui Dialoghi a distanza in Sette poeti del Premio Montale (Crocetti), Vie di fuga (Biblioteca di Ciminiera), Un mondo mancato (Il Foglio – finalista Premio Caput Gauri), Inventario della specie opaca (LietoColle – finalista Premio Sandro Penna), Virus ( ed. Dot.Com.Pres.), A bassa voce (Cfr. edizioni).
Gli sono stati assegnati il Premio Montale e il Premio Luzi per l’inedito e il Premio Lerici-Pea sezione giovani. È redattore della rivista “Le voci della luna”.

***

Valentina Persico si è diplomata all’Accademia di Brera. La sua ricerca artistica si avvale come linguaggio primario del disegno inteso come atto interpretativo, ipotesi e insieme memoria di percezioni ridotte all’essenziale, dimensioni aeree nelle tonalità neutre dei bianchi, degli avori e dei grigi, con richiami di ceneri o di terre che prendono forma attraverso interventi segnici.
Vive e lavora a Scanzorosciate, in provincia di Bergamo.

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