Fiori di torchio: Alfredo Panetta

Sono lieto di questa collaborazione: i preziosi libri delle edizioni “Fiori di Torchio”, una bella iniziativa del circolo culturale “Seregn de la memoria”, curati, tra gli altri, da Corrado Bagnoli, saranno annunciati su questo blog con pubblicazione dei testi e dell’opera grafica che accompagna la plaquette. Inauguro con Alfredo Panetta, uno degli autori che scrive in dialetto più apprezzati e apprezzabili e una nota di Corrado Bagnoli, che oltre ad essere una nota è anche una dichiarazione di poetica.

Alfredo Panetta
Sogni d’oru

con una incisione di Bruno Biffi

fiori di torchio per panettaNon è poi così male, pensai, appartenere alle cose: in questo verso di Alfredo Panetta c’è la sua più chiara e semplice dichiarazione di poetica; un’idea di poesia che non rimane, come in tanta parte della produzione contemporanea, un’intenzione mai realizzata, ma che trova e s’inventa invece carne, corpo e lingua per essere questa appartenenza alle cose, per diventare una con le cose. Questi testi sembrano indicare le tappe che ogni vera poesia deve compiere per rispondere con verità al destino cui è chiamata: innanzitutto c’è un moto, c’è un cammino da compiere per inoltrarsi nella realtà; una realtà sorpresa nel buio, ma non nemica; essa parla e, come la quercia, ci accarezza le guance; ma è necessario il silenzio, le sue parole sono per chi sa ascoltare e può trovare la pace nel silenzio. Nasce in questo stupore davanti alle cose del mondo l’invidia buona della poesia, il desiderio del poeta di essere pietra, radice, profumo, quasi fosse però la poesia una preghiera che non ha pretese: lo stupore e il desiderio non si aspettano nulla, abbracciano tutto quello che viene, lo custodiscono e basta. L’affronto della morte appare meno spietato, benché la sua presenza continui ad annunciarsi con segni terribili e allora, in questo miracolo della realtà che pure ha le sue spine bianchissime, come il ficodindia dell’infanzia, il poeta arriva ad affermare, insieme alla bellezza del mondo, la possibilità, anzi la certezza di una verità più grande di ogni timore, più forte di ogni sconfitta: Ho l’impressione talvolta di trovare/ nel disordine le parole/ giuste per una casa comune che contenga/ i semi e il concime, la gramigna buona, i dubbi dei miei/ figli. La mia compagna mi ascolta/ nel mio ascoltare le cose./ Noi ci prendiamo per mano/ in questo pozzo di luce. Ma non si deve pensare a una sorta di magia, a un chissà quale potere della parola poetica di riuscire a fondare un senso e un orizzonte per la realtà; non è a una parola incantata o innamorata che Panetta guarda: la sua poesia è innanzitutto fedeltà alle cose, e per questa fedeltà credo anche che egli scelga la lingua dialettale, una lingua che è per natura e sostanza più attaccata alle cose, eppure capace in questa sua trasparenza e adesione, di rivelare, con una forza che appare quasi contraddittoria rispetto allo sguardo accogliente che il poeta esercita nel suo percorso, un bene non solo desiderato, ma intravisto e affermato nella luce. La poesia di Panetta è dunque una poesia che nasce dallo stupore, dall’ascolto delle cose, dalla fedeltà al loro respiro, dall’accoglienza del loro silenzio e che sfocia nella custodia del loro stesso destino. I sogni d’oru del titolo, allora, descrivono la condiscenza verso se stesso che l’uomo che sta così nel mondo deve avere nei propri confronti, una sorta di meritato riposo per avere compiuto il proprio compito; e non, invece, la resa o l’abdicazione della poesia rispetto alla vita: è la vita il termine ultimo della poesia, è dentro la vita che lo sguardo e la parola ritornano, senza finzioni, senza nascondimenti, senza edulcorazioni. Alla vita con il suo odore e i suoi lamenti, con il suo fluire inesorabile, con il suo alveare di occhi e un lenzuolo che copre un giardino gravido di croci: lo stupore giunge fin lì, fino alla croce, a inchiodarsi insieme a chi è stato lasciato sotto una coperta di ghiaccio e di morte; la poesia è adesione e trasparenza fino in fondo, nella bellezza e nella verità, nella luce e nella tragedia. Altro che sogni, dunque. E noi abbiamo bisogno di una poesia così, dobbiamo essere grati a una poesia che ridice anche a noi il mondo e il nostro posto di uomini nel mondo.

Corrado Bagnoli

***

SOGNI D’ORU

Nescì ch’era già scuru
caminandu pè strateji
du voscu, arrivà jani
a’ cerza cchjiù vecchjia
nci scangià ddu palori
mi ccarizzà i gangali
comu na vota. Passàu
nu pocu ‘i temphu nto ccittu
na paci trovata. Sapìa
ch’e frundi èranu l’animi
d’i morti, aspettà ‘u scrùsciu
arrivà. Non è tantu mali
penzà, fari parti d’i cosi
se nc’è movimentu e friscura
a ttia vicinu e s’ò cielu
alluci l’arma, du vèsparu
all’arba. Mi pigghjià mbidia
d’i pethri, p’a sapiienza
d’i diricati ’i sipali, ca stannu
vicinu ò scuru, p’o hjiarvu
du sambucu, senza u mi spettu
nenti. Mi passvu a menti
ncocchji storria ‘i sangu.

Sogni d’oru, mè hjiatu, chista è l’ura.

SOGNI D’ORO
Sono uscito che era buio/ camminando per i viottoli/ del bosco, ho raggiunto/ la quercia più vecchia/ ho scambiato due chiacchiere/ mi ha carezzato le guance/ come una volta. Ho passato/ un po’ di tempo in silenzio/ una pace trovata. Sapevo/ che le foglie erano le anime/ dei morti, ne attesi il fruscio, / arrivò. Non è poi così male,/ pensai, appartenere alle cose/ se c’è movimento e frescura / a te intorno e se il cielo/ illumina l’anima, dal tramonto/ all’alba. E invidiai le pietre/ per la sapienza, le radici / dei rovi per il contatto col buio/ il profumo del sambuco/ senza aspettarmi niente. Ripassai/ a memoria qualche storia di sangue.// Sogni d’oro, mio fiato, questa è l’ora.

***

L’AFFRUNTI ‘I TANATU

Staju bbonu accussì, chi pretendu
‘i cchjiù? Faciarrìa lastima pemmu
mi lamentu, cu culuri accusì beji
‘n coju e ntuornu, c’a Natura pari
ch’è fici aggiustapposta pe’ mmia.

A ficandianara chi mi talià crisciri
mi veni ammata arretu ch’i sò pitti
i hjiuri i spini janchi assà, com’un
canuzzeju pur’a sti parti d’a città.

Abbasta na canzuna, annamenthri
tornu o’ domu ‘n tangenziiali o nu
bej’attaccu ‘i Mozarti p’o lapru a
margarita sutt’è pinnolari, e sentiri

‘U hjatu, a ju minutu, leggiu leggeru
di l’univerzu chi mi ntorchjia…Cusì,
passandu l’anni, mi pari menu mali
l’affrunti ‘i tanatu, chi ‘n mancà nu

Minutu u mi stravija l’arma, ch’i
so’ prachi ‘u fetu i ccitti long’assà.
Addunca eu staju cchjiù sberthu
o’ cipulari ‘i nu cararaci chi ssi

Mungija, potessari, pe’ nu bigat
perdutu. E certhi voti mi pari ca
pozzu trovari nto bisinisi ‘u diciri
pricisu pe’ na casa ‘i tutti chi teni

I simenzi e ‘u sali, a ramigna bona
i dubiti d’i cothrari me’. Mi senti
a fomna mea, nto me’ sentiri i cosi.
Nu ndi pigghjiamu pe’ manu
int’a stu puzzu fundhu ‘i lucia.

GLI AFFRONTI DELLA MORTE
Sto bene così, cosa pretendo/ di più? Farei peccato/ a lamentarmi, con colori così belli/ intorno e addosso, che la Natura pare/ l’abbia creati apposta per me.// Il ficodindia che mi vide crescere/ mi accompagna ancora, con le sue pale/ i fiori le spine bianchissime, come un/ cagnolino anche qui in città.// Basta una canzone/ al ritorno a casa in tangenziale/ o un’ouverture di Mozart ad aprirmi/ il rubinetto sotto le ciglia e sentire// il fiato in quell’istante, leggero,/ dell’universo che mi avvinghia. Così,/ passando gli anni, mi sembra meno spietato/ l’affronto della morte, che mi ha sempre/ torturato l’anima, con i suoi/ tranelli, le puzze, i lunghissimi silenzi./ Allora sto più attento/ al soliloquio di un codirosso// che si lamenta, forse, per un vermicello/ smarrito. Ho l’impressione talvolta di trovare/ nel disordine le parole/ giuste per una casa comune che contenga/ i semi e il concime, la gramigna buona, i dubbi dei miei/ figli. La mia compagna mi ascolta/ nel mio ascoltare le cose./ Noi ci prendiamo per mano/ in questo pozzo di luce.

***

N’ANGRA ‘I CRUCI

Tagghjiajandu ‘u scuru
nu carricu ‘i mbastu
(lampi e fascini d’umbra)
scifula mberzù a sita
‘i nu muccaturi ‘i mari.

Suspiri ccartucciati, miserria
mala-orba, ccittu vommicatu
sup’a ll’undi. ‘I jacciu urmi
i facci misi ‘n cantu è vandi
du barcuni.

S’ajuma comu zzampulini
nu cupigghjiuni d’occhji
a ‘n debbuli richjiamu di
la notti. A vita sutta sutta
si prepara all’usi ‘i nu jiri
senza fini.

Nzoccù è spasciatu ormà
‘u cielu si smujica, i senzi
s’arrendiru, a nnudu ad ogni
sarza ‘u corpu. E a memoria
nt’agghjiara scava cùfali.
(Cusì ‘a sthracchezza avanza
scippandu a peji è sònnura).

Resta ‘n pugnu di rina int’a sicca
chi si traspurma ‘n Oru di Bilogna.
A na sciupata luna
na nivulata ammuccia a rraggia
di l’Oceanu, menthri ‘n lanzolu
umidu ‘i hjiatu ccuppa n’angra
prena prena ‘i cruci.

UN GIARDINO DI CROCI
Fendendo il buio/ un carico da soma/ (lampi e fascine d’ombre)/ scivola sulla seta/ di un fazzoletto di mare.// Sospiri accartocciati, miseria/ bruta-cieca, silenzi vomitati/ tra le onde. Di ghiaccio colmi/ i volti accantonati ai lati/ del barcone.// S’accende come lucciole/ un alveare d’occhi/ a un fragile richiamo/ della notte. La vita sotto sotto/ si prepara ai riti di un fluire/ inesorabile.// Tutto è violato ormai/ il cielo che si sbriciola, i sentimenti/ arresi, l’umiliazione in ogni/ salsa al corpo. E la memoria/ scava buche nella sabbia./ (Avanza la stanchezza/ facendo a brani i sogni).// Resta un pugno di rena nella secca/ che si trasforma in oro di Bologna./ A una sciupata luna/ una nuvola nasconde la rabbia/ dell’Oceano, mentre un lenzuolo/ umido di fiato copre un giardino/ gravido di croci.

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7 thoughts on “Fiori di torchio: Alfredo Panetta

  1. Panetta è bravo, molto. E questi versi sono un ulteriore conferma. La perplessità che nutro nei confronti del dialetto è quella data dall’impossibilità di comprenderne il suono, la musicalità; credo questo tolga qualcosa.
    Ma… il nome dell’autore nel titolo?

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  2. ciao Liliana. Una svista il nome del titolo: avevo mischiato Corrado Bagnoli e Alfredo Panetta! Si vede che ieri sera era tardi…Sul dialetto: è vero che c’è un problema legato alla comprensione, un po’ come accade con i poeti di altre lingue. Per questo credo che la resa in italiano non debba essere una traduzione di servizio ma un vero e proprio testo, magari non proprio coincidente ma che permetta di entrare in sintonia, per quanto possibile, con l’originale. Sono per delle traduzioni d’arte, insomma, dello stesso autore sul proprio testo. Sta di fatto che il dialetto ha dato e sta dando autori importanti e per un motivo fondamentale, credo, visto che anche io senza averlo previsto, mi sono ritrovato a scrivere in dialetto. Il motivo è che, essendo il dialetto una lingua praticissima, spesso non ha parole che designino concetti, idee astratte, chi lo utiizza è costretto, suo malgrado, a distaccarsi dalle pastoie della poesia degli ultimi anni; il dialetto ti denuda, ti costringe a stare in contatto con gli oggetti e se sei post simbolista, ermetico, sperimentalista e non so cos’altro, sei costretto a mandare a puttane tutte queste categorie e a sentire un espressionismo che ti costringe a fare i conti con la verità. Grazie, come al solito, del passaggio e del commento. Sebastiano

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  3. grazie a Sebastiano per l’ accoglienza riservata ai Fiori di torchio in questo suo blog. Condivido la sua posizione sul dialetto: costringe sì, quasi per statuto, a distaccarsi dalle pastoie letterarie, ti denuda e ti mette dentro le cose. Ma è una via, una delle vie, attraverso la quale questo benefico allontanamento può essere realizzato. Direi che così il dialetto è una sfida alla lingua perché essa rientri nel suo destino o venga ricondotta al suo compito. Ecco, devo dire che questo allontanamento, questo stare dentro le cose, raggiungibile attraverso il dialetto – anche qui però non automaticamente -, diventa per me un criterio fondamentale per il giudizio della poesia oggi, di tutta la poesia nei suoi diversi aspetti: contenuti, struttura, lessico, capacità di comunicare. Se la poesia dialettale costringe la lingua a fare i conti con la verità è perché essa stessa, nelle sue punte più riuscite, fa questi conti. Ma si potrebbe anche verificare l’inverso, essendo la verità – o l’onestà – il discrimine dell’intera questione. Corrado

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  4. Scusa Sebastiano, volevo ricordare che l’incisione che accompagna il libretto – perché I fiori di torchio nascono proprio come una collana di libri d’artista – è dell’ottimo Bruno Biffi, un artista lecchese che, per certi versi, ha frequentato il dialetto dell’arte per molto tempo, dedicandosi in un periodo della sua vita ad una intensa attività di stampatore per altri importanti autori e poi mettendo a frutto questa sua abilità nelle sue successive creazioni.

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  5. Eccomi: provveduto in presa diretta! Per risponderti, e parafrasando: le vie della verità sono infinite, certo.

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  6. Splendida proposta da tutti i punti di vista. Concordo in pieno con Sebastiano e con Corrado Bagnoli circa le loro riflessioni sulla poesia in dialetto ( e l’Italia può vantare una produzione di altissimo livello nei vari dialetti, non dimentichiamolo).

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  7. grazie, come sempre del passaggio caro Antonio. Qualche antologia che attesta la presenza di questa poesia in dialetto c’è…bisognerebbe approfondire: penso alla einaudiana curata da Franco Loi, o a quella curata da Piero Marelli per LietoColle…Ultimamente sono stato fortemente colpito da uno studio sulla poesia siciliana, di cui presto parlerò, di Marco Scalabrino in due volumi, pubblicato per CFR. Ma credo ci siano altre cose in cantiere. Per curiosità e interesse, poi, qualche bella scoperta l’ho fatta anche io. Per esempio un poeta del mio paese natale, conosciuto per caso, Massimiliano Magnano, che in un suo libro in italiano pubblica una bellissima sezione di poesie in dialetto che si possono leggere in questo blog qualche posto indietro. Ne vale la pena. Seb

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