Materiali da Land: Giovanni Turra Zan

Giovanni Turra Zan, STANZE DEL VIAGGIATORE VIRALE, L’arcolaio 2008

turra zanQui la parola segna un rischio, un pericolo. Quello di un improvviso consegnarsi nelle mani di un nemico come serpe in segno.
Il pericolo è dunque, nella lingua, nella sua libertà alla rinuncia, a precipitare nel silenzio, permettendo al nemico di pascersi a caldo come vescica sulla pianura della lingua..
La lingua è baluardo, ma anche arma. Attacca il mondo nell’unico modo che gli è possibile. E cioè inventare immagini che sappiano cogliere esattamente lo sfacelo, il falso del mondo, attraverso un ragionamento per immagini, franto, non logico. Così, in molti passaggi, assistiamo alla convenzione dei riti e delle cerimonie, alla rivolta degli oggetti, in una scena di matrimonio «crolla ciò che non si pensa […] cadono le cose, non si tengono e/non invecchiano nella mano che le ospita», p. 50. Se il mondo si rivolta contro, decide il suo destino e il suo compasso, deve essere all’altezza della lingua, altrimenti il poeta deve dirlo: «mio dio amico/mio, non vorrai vivere per sempre in questa Dalston», p.51.
Questa, però, non è la lingua che sferza, ma che si sferza. Coglie le pustole e le slogature nel corpo del suo stesso statuto.
Se essa è corpo del mondo nella sua forma di coscienza sotterrata, questo sferzarsi è prendere atto della malattia del mondo, trovare i medicamenta della coscienza. «dacci oggi nostra quotidiana spranga/per farne feritoie in cui incastrare i corpi», p.48.
Ma una lingua si fa anche assalire, permette che gli oggetti entrino nella pagina assalendo e scambiando le strutture delle sue ossa. Questo ferirsi, ferire il mondo, sloga la lingua e la imbratta, e se da una parte la conduce verso il racconto di qualcosa, dall’altra la specchia su una superficie che distorce: le membra delle mani, le voci enormi, «s’inforra/la sua distesa, la linea che la vista non sgabbia», p. 17. Il racconto, insomma, è molto concreto; si sente il suono del mondo come una balena morente alla deriva, assalito da una lingua arpione. Il pericolo è in questo passaggio della lingua sui corpi; nel rischio di addolcire le labbra della malattia permettendole il disastro del non senso, lasciando libere le parole verso lo scialo della giostra, del consumo in se stesse: «si apre e si chiude qui la morsa lassa/e crolla ciò che non si pensa. Se ne va/la tazza, il caffè si allarga e ovunque si spande,/cede il piatto fregato al pranzo nuziale, la meringata/seduta e disciolta», p. 50.

Sebastiano Aglieco

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