UN FARE COMPLESSO

morasso 1Massimo Morasso nella post fazione al libro di Giacomo Leronni, “Le dimore dello spirito assente”, dice: “I poeti che raccontano la realtà sono di moda (…) Esistono poesie e raccolte di poesia che non possono essere familiari…”
Queste due affermazioni, messe una contro l’altra, ribadiscono e autorizzano che le cose in poesia debbano andare così come vanno: da una parte si riconosce l’esistenza di un’arte non familiare, “alta”, sarebbe meglio dire “difficile”, destinata a un pubblico di cultori; dall’altra una poesia “sociale”, sociale solo perché operante in un contesto più comunicativo, più approcciabile da una “massa”.
Mi chiedo perché, invece, non sia possibile affrontare il problema in termini di coscienza dell’opera, delle sue ragioni intrinseche. Del resto, altissime, nel contesto di un ‘900 frastagliato, ci appaiono ancora le lezioni di poeti “semplici”, e lontanissime le prove “non familiari” di “poeti” che del valore della comunicazione han fatto mercimonio – e il ragionamento si potrebbe, d’altronde, invertire, senza poi dimenticare la vasta area intermedia in cui i due modi si incontrano -.
Così, forse perché il panorama della poesia è cambiato, forse perché avverto l’esigenza di una disintossicazione, di una libertà poetica capace finalmente di rimasticare tutte le lezioni, mi capita di leggere sempre più spesso poesia “sociale”, piuttosto che poesia alta, conchiusa – due definizioni superficiali, si sarà capito, che qui utilizzo in termini di polemica, ma forse per capirci meglio, se proprio dobbiamo dividere il mondo della poesia con l’accetta –
E mi metto nei panni del famoso lettore medio, ammesso che esista, preda ambitissima dai grandi sistemi di comunicazione “superficiale”, sempre pronti a carpire il suo disgusto o bisogno di comunicazione, appetibilissimo, questa volta sì, se non soddisfatto da un oggetto d’arte in grado di rappresentare, di specchiarsi, in qualche bellezza o nefandezza del mondo; e quindi anche in me.

Questo come lettore.
Come critico, io penso di avere il compito, prima di ogni cosa, di prendere atto della coerenza interna dei percorsi, valutando le cadute non come cadute in sé ma come fibrillazioni di un progetto più generale, la cui tenuta, quindi, è da verificare in rapporto a quantità e dislocazione dei punti deboli e dei punti di forza – non sopporto, e a volte mi fanno veramente arrabbiare, certe operazioni di analisi testuale che partono da un preconcetto di vivisezione, dimostrando la debolezza della tale immagine, o verso, o passaggio -.
Il lettore (vedi qui) anch’esso è responsabile di un gesto creativo verso l’opera, ed è l’opera che glielo chiede, – quando l’ opera sia disposta a farsi ferire, a mostrare una sua necessaria vulnerabilità -.
Poi, se il mio parlare proviene da un discorso di gusto, in tal caso sarebbe meglio limitarsi alle esternazioni personali, senza pretendere di giungere a conclusioni critiche canonizzabili. Il rischio della presunzione, quando si esprimono giudizi troppo netti, si sa, è sempre alle porte.
Io penso che non sia possibile escludere nella lingua poetica considerata come organismo, seme di se stessa, la possibilità di abbracciare una complessità sporca, tracciando anche percorsi che vadano in direzioni diverse, certificabili per un grado di permeabilità, piuttosto che per una necessaria compiutezza, per il raggiungimento, cioè, di stadi di originalità o bellezza ritenuti difficilmente negoziabili; ma in nome del dono della veggenza, questa volta sì, come dice Morasso, se questa si dimostri capace di metterci in contatto con gli spazi interiori, col lucido riconoscimento di uno squallore – ma anche di una possibilità – nel seno della nostra casa sociale, la polis; e se poi questo avvenga permeando i risvolti metatestuali e le riflessioni, col sangue vivo della pietas, ( imputo alle avanguardie, il peccato della freddezza, della spoccheria formale e di una sostanziale indifferenza, malgrado le dichiarazioni, verso il reale).
In fondo la grande tragedia greca ci insegna che la coesistenza tra le ragioni del tragico, dell’ineluttabile, e quelle della condivisione, nella parola, delle ragioni di un vivere civile, è possibile e auspicabile.
Ciò che autorizzo con il mio intervento di lettore necessario, è un’idea di arte non dichiarata né formalizzata, piuttosto di techè magistrale, e non di gesto secondario. Il mondo che non sa, si rivolge alla sibilla per sapere, legge l’ineffabile per necessità e lo sbeffeggia quando la formula non abbia sortito lo scopo, l’utilità. L’arte, insomma, è un fare complesso, che non si nasconde dietro gli steccati del contorno ma abbraccia il vasto orizzonte del possibile, del rischio, della scommessa e persino della perdita.
Sebastiano Aglieco

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5 thoughts on “UN FARE COMPLESSO

  1. E al tuo ultimo rigo ,mi permetterei d’aggiungere : e persino dell’incomprensione.
    Insomma ,in teoria (per quanto mi riguarda,ah senza nulla a pretendere,direi )sarebbe, un po come dire che l’artefatto sia l’arte in “sè” e d’altronde , l’estetismo (quella che per eccellenza è l’esaltazione egotica sulla creazione )l’arte “più espressiva” ,figlia del formalismo come padre , che diventa generazione e nipote in quella concettuale .Un percorso a ritroso che mostra come la destinazione e l’origine siano uguali nel trasalire .Ma “in realtà” neanche gli specchi nello speculare, l’immagine ,la comunicazione ritornano mai indietro la figura veramente com’era originale ma al massimo un ‘impressione (l’unica cosa vera ,se fatta dall’autore[altrimenti sarebbe capovolta-speculativa “appunto”] ,vedi la corrente d’arte che qui viene ridata alla storia per com’era stata creata) ,che è quello che ci si può leggere .E in più volendo a questo processo cambiare l’ordine dei fattori ,(per verificare l’autenticità,la veridicità) cambia il risultato perche l’improduzione o non produzione ,come è stata detta nel tuo discorso sopra sarebbe risultato emblematico ,unico che racchiude “in sè” :la partenza come “altra” destinazione . In realtà è molto più complesso vedere, che questo “accada semplicemente,invece” in un atto di dizione ma non pura trasmissione : da scrittore a lettore ,infatti , partenza e destinazione sono differenti ma sana la comunicazione e il prodotto “pensato” ,anche se non d’ambedue…. Credo .E che a me tutto questo pensare mi rende con la testa tra le nuvole come la traduzione greca di quel filosofo sulle nuvole sai… e anche che in fondo non mi dispiace stare a fantasticare e in realtà,sembro quasi stia a dormire .

    Un saluto

    Marcello

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  2. Alla luce di quanto visto ora “è trasmesso sembra tantissimo tempo fa ” (e lo è ieri).
    Errata corrige:quel credo che era in forma provocatoria ai fini di quanto io avevo scritto a proposito di un introduzione , per meglio far intravedere veramente ,ciò che scrivo
    preferrsco toglierlo: d’altronde chi mi conosce sa quanto io odi la bestia e sia poco credente(anzi per niente) sotto questo punto di vista ,sotto quello invece dello studio che faccio su santi e falsi delle stesse fila e un altro discorso a cui sono attento.

    di nuovo,

    Bellavia marcello

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  3. io non credo che l’arte sia o debba essere un artefatto. nel senso che se lo pensi, magari lo diventa veramente. per me l’arte è un manufatto, il più complesso che l’uomo sia in grado di produrre, il più misterioso, ma, proprio perchè manufatto, conserva un rapporto strettissimo con la concretezza e col fare. inoltre, avendo a che fare con lo spirito, può nascondersi o improvvisamente apparire, giocare a rimpiattino. scusa la semplificazione e grazie del passaggio. sebastiano

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  4. (scusa tu,Sebastiano :ho letto solo ora,che avevi risposto)
    E si! penso anch’io questo che sia creazione dalle proprie mani (manufatto) e non fatto in se che ne racchiude tanti (artefatto) a simbolo e mediazione di “un oggettivamente tale” ,che serve solo a compromesso per esistere grazie alla collettività.E nei due processi evidenziavo questo e caso (o non credo proprio) vuole ,come avvenga nel modo più semplice e generato nella realtà da cui proviene.Ma gli spiriti (a mio modestissimo ,parere ,come dico sempre perchè sono visione non certo dell’internauta e per niente del credente ) hanno più a che fare con altri mondi e con chi li ne gioca (dio) e poco correttamente- una parte che poco si vede ,sul serio e a in cui ,tento di verificare ,studiare… spiegare e se posso (magari un giorno ,insieme ad -ora collettività,ci vuole – un’umanità e cosmo insieme conscia che ne esce,ovviamente vincente ) : cercare di far cessare o perlomeno gettarne un minimo di luce.
    I rimpiattini lasciamoli a magni e mastri rockettari poeti come…( che un minimo nella semplicità e forse ,non solo ,ha azzeccato che sono propri dell’essere sopra parlato ).e cito per l’appunto:

    “va bene dio
    hai vinto tu
    sei sempre il migliore
    ora però
    basta rimpiattino
    giochiamo a qualcos’altro
    vuoi?”

    L.Ligabue (“liberi tutti” ed. Einaudi e prefazione di Nico Orengo)

    e con questa che fa bene intravedere “a tutti i livelli e anche a quelli ,inesistenti” : a quale tipo di “grandezza” (se non spaziale ,metrica e anche materica 😉
    ci rivolgiamo e come si dovrebbe ….

    scusa tu allora,per la seconda volta il disturbo a titolo pleonastico ed elementare
    ma di certo bene esplicante.

    e un saluto

    Marcello

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