Giacomo Leronni: La lingua dei puri

Giacomo Leronni, LE DIMORE DELLO SPIRITO ASSENTE, puntoacapo 2012
leronni-locchio-della-poesIl libro di Leronni corteggia un progetto vicino a qualcosa che definirei “gnoseologia del reale”; i versi sono aperti a captare, quindi in maniera rabdomantica, le geometrie di una realtà che si mostra e si cela in continuazione; i suoi messaggi devono essere percepiti con la sensibilità di una trivella simbolica.
Il tutto si declina, nella prima parte del libro, in “lectio”, proprio per facilitare l’esercizio dello sguardo e della conoscenza.
Ora: ci sono due modi per fare poesia intesa come forma di conoscenza: svelare distruggendo i meccanismi della forma, smascherarsi con l’intenzione di giungere a un “grado zero”, oppure accettare l’immensa inconoscibilità e farsi mimesi di una causa inconoscibile, in nome del dominio degli angeli o di qualche demone poco importa.
Così sottolinea l’autore nella nota: “non ritengo opportuno fornire ulteriori dettagli/appigli che di fatto potrebbero depistare o distogliere il lettore dalla libera fruizione del testo. Tra l’altro, essendomi da tempo affrancato da qualunque insistenza circa l’individuazione di un senso unico (nei versi, nell’arte), a maggior ragione preferisco riconoscere, nelle rifrazioni del testo, l’assoluta necessità/imponderabilità del mistero”, p. 140. Siamo quindi, in un novecento sfaccettato, soggettivo e relativistico.
Il progetto “aperto” di Leronni, raccoglie i frutti migliori nei passaggi in cui la parola si alimenta di inquietudine e dolore, si frange in immagini che sembrano apparizioni improvvise di senso dal buio.
La sua poesia rimane in attesa del dicibile e del possibile e nello stesso tempo prova ad attraversare le piccole pozze di fango, (in forma di distici) in cui qualcosa apparirà, si fermerà, a partire dal torbido.
Poesia è, dunque, apparizione e attesa, dal buio, dal sangue delle galassie; così il taglio della parola finisce per rappresentare lo strumento più necessario per far sgorgare qualcosa che, diversamente, rimarrebbe indistinto e senza nome.
Il libro evoca gli elementi primordiali (se ne potrebbe fare un lungo elenco), con la conseguenza di una certezza ontologica da dare alla parola; l’adesso, il qui, seppur necessari, non potranno mai rappresentare l’atto definitivo di una rivelazione in quanto ogni cosa deve ritornare, tornare a bruciarsi.
Leronni si muove utilizzando una strumentazione sensoriale, un procedere per tappe minime di azione, per poi concludere, quasi subito, che la realtà si ritira e che non può essere detta veramente se non con parole, con piccoli gesti. Se la realtà delle cose viene svelata, essa non riluce ma muore.
Come si può trattenere, allora, il dato? Leronni sembra indicare la strada del ricordo (La pena è elusa/il ricordo s’incatena), e cioè non il tempo presente del dato della scoperta, ma quello della rivivescenza; oppure, per altre strade, quello della catalogazione del dato emotivo.
Lo sguardo, allora, funziona per meccanismi, congerie naturali, con la certezza, però, che trattasi di un organo di divisione, di dissipazione tra il visibile – nominabile per approssimazioni – e l’invisibile, nominabile per sottrazioni, per azzardi e scommesse.
Ciò che manca sensorialmente al corpo, è l’impossibilità, o il divieto, di poter sforare una certa soglia, e lo stesso divieto, per conseguenza, è dato alla parola. Come Rimbaud, al termine della sua carriera, dopo aver tanto vissuto, poteva offrire ai suoi lettori solo fogli staccati di un quaderno inzuppato di lacrime, sconfitto nell’esperienza di conoscenza del mondo, anche Leronni non può che offrire le inguaribili azioni dello scrivere, del suo vivere.
Parola che non nasce, dunque, che non vuole nascere veramente, poichè ogni cosa ha il potere di cancellare la descrizione a cui si sottopone. Ogni cosa è già tracimata.

Il libro si chiude con una bella affermazione, che è un problema di tutti quelli che scrivono, sia che accettino di accogliere o ricercare una lingua di qui, sia che ne neghino la praticabilità o l’inesistenza: “il nome violato non garantisce/più nulla//allora//ridivento mia madre/nella lingua dei puri”.
Sono per l’ipotesi espressa nei primi due versi: ché, in fondo, la lingua dei puri, non esiste, è solo una metafora di vicinanza alle ragioni più intime dello scrivere; alle proprie ragioni persino, coniate con la consapevolezza storica della perdita di una idea di poesia condivisibile.
Sebastiano Aglieco

ALCUNI TESTI

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2 Replies to “Giacomo Leronni: La lingua dei puri”

  1. L’ESSERE E’ UNA PICCOLA METEORA CHE SI MUOVE NELLO SPAZIO INFINITO, SOLO QUANDO AVRA’ FINITO I SUOI GIORNI CONOSCERA’ L’UNICA VERITA’.
    GIACOMO LERONNI E’ UNO SPIRITO IN CONTINUO MOVIMENTO,
    SARA’ VIVO FINO A QUANDO ANDRA’ ALLA RICERCA DELLA VERITA’

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