Francesco Scaramozzino: variazioni intorno alla realtà

Francesco Scaramozzino, UNA BREVE STAGIONE, Il foglio clandestino 2010

scaramozzinoCi sono autori assai appartati la cui prosa ubbidisce a un’idea di verità spirituale che precede la parola stessa. Il lavoro, graduale e faticoso, contro una semplificazione della lingua, sia parlata che scritta, è messo in evidenza, quasi come cifra di poetica e necessità etica, dallo stesso Scaramozzino in una nota finale: «La scrittura è soprattutto fatica e nel lavorio duro del dubbio e della scelta trova le sue ragioni e il suo significato». Lo stile, cioè,  è un modo complesso di intendere l’opera d’arte, che è oggetto sicuramente dotato di corpo spirituale. Così, capita, in questi racconti, di assistere a un pensiero che si ridimensiona o si allarga a seconda della materia, innestandosi laddove il racconto debba essere supportato da un esempio, una riflessione finale, un’illuminazione improvvisa  che ne chiarisca il senso; o che, piuttosto, dia senso all’inconcluso.  Alla retorica della narrazione, Scaramozzino oppone l’inconcludenza di un finale mancato o interrotto, la mancanza di soluzioni nel grande dramma della vita. La materia del ricordo è possibilità moltiplicata della narrazione, la quale procede per variazioni, a partire dallo stesso fatto, sviluppandosi in possibilità di procedure, in angolazioni del comprensibile, a volte da un racconto all’altro. Il narratore è cosciente di cosa sia la letteratura; e cioè passaggi della forma in cui, partendo da una traccia del reale, il  ricordo e il sogno la conducono al di là della sua fragile esistenza attraverso l’invenzione, lo svariare della forma. Così, per esempio, a partire da un vecchio racconto abbozzato in quaderni e dimenticato (L’ambulante), il narratore sviluppa nel presente altre soluzioni; variazioni, appunto, del dato oggettivo della realtà, portandola, misteriosamente, attraverso la letteratura, ad essere molteplice e quindi inconsistente. Ma anche personaggi con un loro doppio, (I gemelli Raggi, Voci, Topini) ci dicono di un’inquietudine leggera che si innesta nel dato sensibile, e che raggiunge il suo culmine nel breve sogno della nonna che mostra al bambino una bambola con una cicatrice nella pancia. Non per ultimo, questi racconti sanno cantare il rapido sbocciare e sfiorire delle illusioni, l’essere andati verso  direzioni che non immaginavamo, o l’essere rimasti sospesi, a volte, senza riuscire a capire quale fosse il nostro destino. Il ragazzo col pigiama, per esempio, non sposato, ospite di casa in casa, con bonarietà e naturalezza, ci dice di un essere a parte, di un fallimento, forse; o semplicemente, anche in questo caso, di un altro rivolo che prende la vita, lontana dai grandi mutamenti sociali e dal dolore della condivisione. In un mondo in cui anche il simbolo ha perduto la sua realtà di simbolo (Il pavone), rimangono i resti di una fabbrica dismessa con tutte le vite che si porta dietro a dirci come, contro l’illusione della realtà, ci possa consolare ancora l’illusione della letteratura. (punto, almanacco della poesia italiana 1/2011)

Sebastiano Aglieco

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