CAPITA

32345457Capita che qualcuno ti dica: ti occupi di poetucoli e non dei Grandi: tu sei un critico!
Capita di rispondere: i grandi di cui parli pubblicano presso le griffes, non hanno certamente bisogno di una mia recensione.
Capita di non avere parole a sufficienza e di potersi esprimere solo a frammenti.
Eccone qualcuno:
Se fossi un critico, dovrei appartenere a una comunità che si confronta…
Se fossi un critico non dovrei essere un poeta.
Se fossi un poeta non dovrei essere un critico.
Un critico oggi, supplisce. Forse perché la poesia deperisce.
Non sono un critico, sono uno che si avvicina. Quindi scrivo solo perché qualcuno allontana.
Dovrei fare un elenco di gente che detesto ma non lo faccio perché non le conosco veramente.
Per quanto mi riguarda, un’opera può anche scomparire come la più deperibile delle creature. Succede se rimane l’ombra del suo autore.
Chi grida allo scandalo dell’opera d’arte non riuscita, in realtà sta combattendo per la propria sopravvivenza.
Non ho strumenti, non ho tecnica. Non ho fatto l’università. Sono alle prime armi. Insegno ai bambini. Insegno a un libro a ex sistere. Il libro, se è tale, mi insegna la stessa cosa.
Non mi interessano i libri perfetti, anche se il mondo chiede la totalità dell’imago.
Leggo i libri a frammenti.
Il libro riflette qualcosa, è specchio del suo autore, i suoi splendori e le sue miserie. Un libro può essere splendente o misero. Come me. Come il suo autore.
Se incontro un poeta misero, vedo il suo libro misero, ed è un mio limite.
Un altro limite: non riesco quasi mai a vedere la miseria di un libro: vedo il suo tentativo di splendere.
Se non puoi lodare, taci. É la necessità del silenzio di fronte alle cose che non vivono.
Io non esercito il potere della clava, il diritto alla guerra del villaggio. Del resto tutti quelli che non leggono, non giudicano.
Aprite gli occhi e vedrete quanto siano strette le maglie dell’opera a cui vi avvicinate, quanto diventi relativa la volontà di giudicare in questo stretto campo.
Criticare è posizionare, distinguere. Illuminare ciò, o chi, è inconsapevole.
Si dice spesso, e sicuramente in passato l’ho detto anche io: i poeti si fanno favori, esistono le cricche, le mafie… esistono, certo, ma se un poeta mi ha dato è perché io ho dato a lui: ci siamo incontrati nella nostra reciproca parola, non ci siamo giudicati ma conosciuti, e forse compresi. E questo è il modo migliore per conoscersi: essere poeti nella propria opera e nella vita. In questo modo è possibile accettare le asperità, i vuoti, com/muoversi leggendo parole.
Mi piace questo pensiero di Agotha Kristof, citato da Paolo Donini: “per scrivere bisogna essere niente, il che vale anche per leggere e scrivere sugli altri”.
Vale ancora la forza di un pensiero debole? Sì. Perché quando i deboli urlano, è solo per rabbia, è solo perché sono feriti a morte.
Sebastiano Aglieco

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2 Replies to “CAPITA”

  1. Capita a questo scritto ciò che capita all’altro, di Patrizia Caporossi, sull’argomento insegnanti e scuola, perché anche qui si in-segna e si mette in evidenza una scuola, che non si forma con i banchi di scuola e con le cattedre ma attraverso la relazione con la vita. Mi è personalmente difficile, oggi, dare un senso plasmato, configurato sulla realtà quotidiana alla scuola. Quando vedo e leggo ciò che mi capita intorno non posso fare a meno di chiedermi se quanto insegno viene dopo, appena subito dopo qualcosa che devo affrontare quando in classe mi ritrovo liti profonde e veri assalti fisici, non solo verbali, a chi non è originario di questo paese divenuto ormai da troppo una nazione incivile, quando le ragazze di colore e non sono fatte oggetto di scherno con frasi pesanti e scherzi violenti da parte di ragazzetti imbecilli che nemmeno conoscono il significato delle parole che dicono e non sanno il peso dei loro gesti, gesti che forse condividono a casa, o negli ambienti che frequentano fuori , e non sono solo i ragazzi di famiglie a più basso reddito che spesso scatenano comportamenti da tenere a bada ma coloro che credono di avere una posizione di prestigio. Cos’è il prestigio? Corre sulla forca della vanità e ci si impiccano i miserabili, quelli che rincorrono la loro vuota faccia e non certo sentono la com-passione verso ciò che vive, parola incompresa, e l’etica che è ormai una etichetta modesta, una griffa con cui fregiare la propria vanità, la propria ambizione curata cullata a spese di una umanità inchiodata ad un linguaggio da mercato. fernanda f.

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