IL SEGNALE N. 94

Sul numero 94 del semestrale IL SEGNALE, percorsi di ricerca letteraria, è possibile leggere questo mio intervento. Fa parte della rubrica SOGGETTIVITA’ E SCRITTURE, con materiali di Massimo Rizza, Giulio Campiglio, Pancrazio Luisi.

EVOLUZIONE E MORTE DELL’OGGETTO/NOME
di Sebastiano Aglieco


il-segnale-n77Il concetto di cura, in un’epoca di sperpero come la nostra, è paradossalmente uno dei più usati e abusati; la tradizionale attribuzione etimologica connessa a còira, e quindi a cuore, con la conseguente necessità di delineare il clima di competenza, “quia cor urat”, perchè stimola il cuore e lo consuma (1), è un valore che la pubblicità, serva delle urgenze economiche, utilizza assai spesso per vivificare l’oggetto da vendere, attraverso le armi della convinzione e della seduzione – in questo senso personificazione e sinestesia sono le figure retoriche sicuramente più abusate -.
L’oggetto, che è, modernamente, un soggetto al contrario – merce morta, dunque – viene ricaricato esponenzialmente dei significati emotivi connessi all’infanzia, e ne esce rivificato da un bagno di plus valore commercializzabile.
Sono convinto che i nostri tempi, attraverso la duplicazione praticamente infinita del modello, abbiano portato alle estreme conseguenze l’idea di un archetipo immortale e riproducibile, così come è venuto a delinearsi nel tempo, a partire da Filone di Alessandria fino a Jung.
Gli archetipi, oggi, sarebbero oggetti mentali classificabili a seconda dell’uso, più che della sostanza, proprio perchè la sostanza rimane invariabile, mentre l’uso è economicamente spendibile. Se il pupazzetto di pelouche è, certo, una merce depositaria di un plus valore affettivo ed emozionale ricorrente e riconoscibile nel tempo, la sua forma è invece soggetta all’uso nella practica.
Qual è la conseguenza di questa metamorfosi per cui l’oggetto e la parola che dovrebbe dirlo, non coincidono necessariamente? E’ l’immagine di una società distopica, fittizia, in cui il nome, svincolato dal suo etimo – e quindi dalla sua radice – è votato ad abitare nell’essere in atto delle mutazioni, nel sacrificio del suo continuo tra/passare e quindi della sua morte.
Non è un caso la tendenza di alcuni musei di arte contemporanea (2) – e certo bisogna risalire a Duchamp per intendere il fenomeno nella sua diacronia – a considerare come oggetti artistici, materiali nati per altri scopi.
Siamo in presenza dell’esternazione di una morte in atto, teatralizzata attraverso i riti di un travestimento continuo; celebrazione di una ritualità che si gioca a dadi il senso dell’essere come identità.
Insomma: pur volendo prendere la distanza da posizioni moralistiche, il relativismo è sicuramente l’arma di conoscenza più efficace oggi per intendere le mutazioni dei tempi e per tentare una ricomposizione, almeno teorica, della questione.
“È quindi necessario rifarsi al fatto molto elementare che la parola umana è non soltanto espressione di soggettività, ma anche, o meglio anzitutto, affermazione circa l’elemento oggettivo. Essa significa prima di tutto la constatazione: questo è questo; e solo secondariamente un’espressione del sentimento: io sento questo così. Ciò è valido ovunque appare la parola umana, anche e in modo tutto singolare là dove essa tocca la penetrante intensità e la potenza della poesia.” (3)

Note:

(1) http://www.etimo.it
(2) A sostegno della tesi (assolutamente legittima) enunciata da molti appassionati e che vogliono identificare i videogame come vere e proprie opere d’arte, c’è una simpatica e curiosa notizia che arriva da New York: Sembra infatti che il popolare e pazzo videogame Katamari sta facendo parte di una rassegna d’arte moderna chiamata “Century of the Child: Growing by Design”, che è partita in questi giorni proprio al Museo d’Arte Moderna situato nella grande città americana e che serve per mostrare le evoluzioni, le architetture e i design di 100 anni di giochi per bambini.” (http://notizieplaystation.blogspot.it/2012/07/katamari-rotola-nei-musei-darte-moderna.html)
(3) Romano Guardini, Rainer Maria Rilke

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