Luigi Cannone: INEDITI

Luigi Cannone: inediti

Sono poesie attraversate da un senso doloroso dell’esistere, queste, lontane dalle farraginositá di una forma che si sovraespone, eppur coscienti che la forma è un modo per reggere il corpo e salvarlo dai suoi disastri. Così la forma qui è fatta di una vibrazione musicale, certamente sorella della lira, e quindi in funzione di un soggetto che condivide: ” nell’immane fatica dell’essere/ mi guardo più vivo”.
La questione è: alzi la mano chi almeno una volta nella vita non ha sentito questo!
Ciò che dunque mi interessa di queste poesie, è la dichiarazione di una sconoscenza, di una impossibilità ad essere in linea con una felicità fittizia, inseguita a tutti i costi; il non sapere, dunque, archetipo della poesia montaliana: abitare la diatriba tra il tempo e l’infinito e sentire addosso tutto il peso della vita che incede con i suoi splendori fugaci e le sue bugie.
Il lavoro da fare, dunque, è quello di un’attesa vigile nel saper cogliere senza enfasi, lo scolorarsi delle cose che abitiamo, dei segni naturali che ci abitano.
Le poesie di Luigi Cannone hanno la dolente certezza di una verità semplice che non consola. É l’accadere del Tutto nelle cose, il suo ripetersi, malgrado gli uomini: evento dell’Essere che è, che forse ci guida, malgrado noi stessi. Perchè “nessuno è colpevole del proprio accadere”
Sebastiano Aglieco

*

C’è un attimo in cui tutto si mantiene,
un morso più vivo tra la vita e la morte
che mi piace succhiare
e cessato d’essere vento,
attaccarmi al vento che storce,
cadendo.

*

Prometto il mio ritorno,
l’interminabile forza d’un vuoto inciso
e d’invisibile spazio,
l’amore col quale franai,
le buche franose
che cielo disceso ha sepolto.

*
A quest’ora,
in un giro più largo di polvere e luce
ho raccolto il perdono,
allagato tra pini giganti
e sui sentieri e medesimi sassi.
Esiste un battito d’ali che muta
Fino al mutare del vento,
un’amorosa mancanza di noi che indugiamo
a quest’ora già stata.

*
Verrò qui dove senza lotta si disperde il mio vociare
E al tempo giusto,
in una notte come questa.

Qui dove si abbatte l’aspro trattenere che mi segna
E la vita si fa vita,
il suono dei passi sulla ghiaia,
l’accadere d’una pioggia
e levità che assale,
chiaro e oscuro ricordare.

*
Altro non conosco
Se quel silenzio dentro al petto
E l’aria mossa che si posa come sole,
come sangue all’esistenza.
Ecco il punto,
quella nota, quella massa che non torna
e dell’essere umani
l’invalicabile presenza.

*

Ad occhi aperti
mi lascio nella differenza,
nell’incendio che incessante svela il mio stupore
e luoghi in ombra
e grandi nubi in cielo.
Così sono qualcosa,
l’aperta piaga,
la terra luminosa.

*

Sento un dolore stiparsi,
un avaro senso di lutto
e un po’ sorrido di me che sono così tanta pochezza,
che sono la vita illuminata
senza il prima e il poi,
la stanchezza del gorgo che mi sbrana.
Controsole e a mezza strada
Nuvole,
imprendibili contorni.

*

C’è tutto in questa nullità,
l’opaco presente e la delizia d’un sentire
strappato al collasso d’ogni morte
e intanto vivo per troppa dolcezza in cuore.

*

Giá l’identico ruotare d’ogni idea
e le invariabili assenze,
i luoghi d’una vita senza luogo
e non ometto devozioni,
l’infinita impotenza che mi lega.
Eppure qui seduto è sempre vero il mio origliare alle risposte,
il peso d’un momento senza tempo,
la gioia un po’ triste con cui stare.

*

Parte dell’umano muovere
è quell’attimo in cui tutto il non amore si smarrisce
e si ferma il filo delle cose,
la luce sulla tenda.

Una voce che ci guida,
un cedere, ma fermo transitare
dove soli non siamo
e ancora vivi in cuore.

*

Non ho scelta se la vita m’insegue
a questa notte cupa,
a queste vie senza forza.
Non ho scelta se spargo dolore e ingiustizia
o baci d’amore
come rapido il vento d’estate.
Son dietro questi vetri di casa con un nome
e mille crudeltà,
mille dolcezze,
immolato senza fine
al mestiere oscuro d’essere qualcosa di vero.

*

Nonostante l’amore che abbiamo
rinuncio a sentirmi chiamare
e fermo e vecchio come i pensieri
copro d’inutile calma il temporale che arriva.
Dal cielo che arde, mille rondini sbracciano,
nessuna colpevole del proprio cadere.

*

E’ mattina e il fiume è grosso,
fatto di temporali e disordini antichi.
Mi lascio sedere sul bordo
e scorro a quest’acqua
e stringo il male, la fretta, la ferita che possiede.
Nello storno che passa, nel bimbo che gioca a pescare
c’è l’orlo amaro del tutto,
il filo che scoppia dietro al sole.
Qualcosa che non affonda si leva senza limite
dove è semplice nel gesto l’infinito,
il crudo navigare dentro al fango.

*

Vivere dietro ai quieti passi che ho lasciato,
lasciare la strada conosciuta,
semplicemente incerto
e fino all’ultima preghiera,
all’ultimo mutarsi
rendere il tempo propizio allo stupore.

*

Nell’immane fatica d’essere
Non ho memoria, né immagine, né sogno
da intendere o portare,
né gioia o speranza al destino che è dato.
Se annotta e in cielo è giá inverno
volto al cielo senza fine.

Gigi. Il 30 ottobre 2012 per il suo 47esimo compleanno.

2 commenti

  1. Molto interessanti. Un registro piano, senza scarti, una fluidità di immagini e pensiero. E mi ri-conosco in quel “mestiere oscuro di essere qualcosa di vero” sull’ “orlo amaro del tutto” , laddove la poesia muove, interroga, respira.
    in “quel sentire addosso il peso della vita” (Sebastiano) che rende necessaria e urgente la parola, che riduce il linguaggio del mondo a un rumore di fondo, un brusio inintelligibile, volgare,
    poesie come queste sono un suono puro, autentico. Di un essere che si interroga e ci interroga.
    Apprezzate.

    Piace a 1 persona

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