Anticipazioni: Sebastiano Adernò, OSSA PER SETE

Sebastiano Adernò, OSSA PER SETE, Nuova Magenta Editrice

Questa sezione di testi tratti dal nuovo libro di Sebastiano Adernò, ci restituisce in forma di apologhi concentrati, le domande irrisolte che alcune figure dell’antichitá – culturalmente pressanti – sono ancora in grado di riproporre a una civiltà tutta sbilanciata verso un sentimento di perdita.
Sono riflessioni fredde, che recuperano l’aspetto metaforico di vicende minime, dicendoci che l’interesse di Adernò è rivolto al potenziale poetico di lasciti culturali non ancora pacificati, simboli vivi, da restituire all’esperienza del moderno. E forse é questo, oggi, uno degli errori dello scrivere: l’accortezza, quasi la ritrosia, dell’evitare la riattivazione simbolica delle grandi metafore, abbandonandole all’oblio o depotetenziandone la carica intrusiva; fallito il tentativo de l’enfant terrible della poesia occidentale, rimane il compito sempre attuale di una responsabilità di senso.
Si tratta di creare un amalgama delicatissimo tra una metaletteratura capace di ri/flessione, di pensiero, e una vibrazione emotiva in grado di accogliere il poetico e il non poetico che abitano il mondo.
Mi interessa, per esempio, fra tutte, la figura di un Tommaso colto in un gesto misterioso, tutto da dischiudere verso un futuro: tremare, chiudere un cerchio…mentre per le altre figure si rimanda a una domanda semplicissima ma pressante: e Maddalena? E Maria? E Abramo? E il profeta Daniele? Che mi sai dire di Lazzaro? Il tutto per tagliare le gambe a una verità purtroppo storica:

Perché per sempre
nessuno
s’azzardi a dire
che la mia religione si fonda
sulla paura di morire.

Sebastiano Aglieco

***

Ossa per sete.
Il vento alza la voce
raccoglie pietre: chi sei?

Un uomo che spinge la miccia nel cavo
cova un osso
per germinare volo e vece
canto capace
di trasformare il sangue in Croce.

*

Te lo ripeto. Chi sei?

Sono la mano
che scisse Dio e Misericordia
e per quietanza
coprì la seconda
con la sabbia.

*

Oppure?

Un verme che sfonda l’alveare,
e coi suoi anelli, corrompe
milioni di sentinelle.

*

Perché sei qui?

Perché per sempre
nessuno
s’azzardi a dire
che la mia religione si fonda
sulla paura di morire.

*

Sei armato?

Sulla spalla porto un fucile
per offendere il Mago
che scambiò mia madre
per una pista da ballo.

*

Allora ricordi Caino
quando il sangue della mano
che strinse la pietra
pulsava e pestava
come l’estuario in piena.

*

E Abramo?

Che più volte tentò rivoltando la piana
ma nulla. Con gli occhi insaccava solo pietre
mentre ogni passo segnava altre crepe.

*

E Adamo
che passò al guado Lète
coprendosi
il sesso con la mano.

Ed Eva gravida e storta
come una barca colta dalla malora.

Sette volte Dio
cacciò loro in bocca
terra e tempesta.

*

E il Profeta Daniele?

Quando disse:

se Dio fosse un oracolo
svegliatosi all’ora di pranzo,
il primo passo per capirlo
sarebbe rientrare in casa
scavalcando il leone addormentato.

*

Che mi sai dire di Lazzaro?

Vivo come il braccio
si nega al seme.
Vissuto seminando digiuno.

Alla sua festa
per la gioia
non fu predisposta nessuna sedia.

*

Guarda Tommaso.

Ora trema come l’amo
che chiude il cerchio
tra la lenza il pesce
e la mano.

*

Hai notizia di Pietro?

Che per mascherarsi
si coprì di lacrime. Pentito
fino alla morte
d’aver deglutito
con un solo sorso
il nome dell’amico?

*

E Maria?

Dovrebbe difendersi
pensare al suo ventre
magari all’intero novembre
che dice, aspetta almeno di vedere il verde
delle gemme
scivolarti via dalle gambe.

*

E Maddalena?

Di quali inganni si vestirà
per portarlo alle labbra
accusandolo
di non essere adatto?

Ama questa vertigine.

Uno sputo sul germoglio
e la premura
di riporre le ciglia
tra le stoviglie.

*

Ricordi quel viaggio?

Quando la chiglia incaricata
di portare a buon fine la Novella
s’infranse contro la scogliera dei denti.

*

Al di qua del Paradiso
sta scritto:

edificammo un’oasi,
ma fu risucchiata
dall’ombelico

6 commenti

  1. Secondo il mio modesto parere, questo è il tipo di “poesia”- per forma (sciatta), contenuti (pedantemente presentati) e oscurità artificiosa- che può allontanare intere folle.

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  2. Io, ma si sa son di parte – dopo la lettura a Montichiari di INRI non ho avuto dubbi – credo che questa sia la poesia che può avvicinare il futuro della poesia alla poesia. Dipende certo se si vuole esser consolati, se si preferisce l’autobiografismo diaristico in cui nel web si affoga… certo, bisogna rifletterci un attimo (ma se guendo anche solo le schegge che t’attivano in faccia, anche solo cercando di evitarle, la poesia funziona in quanto adempie perfettamente il suo scopo). Insomma, Ave Sebastiano, ancora. Dalla folla una folle apertura di versi –

    Chiara Catapano

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  3. care Francesca e Chiara: due punti di vista diametralmente opposti, e questo non è uno scandalo, ma anche due giudizi, più che opinioni, sui quali bisognerebbe ragionare:
    per Francesca: la poesia non è sempre chiara, vedi Celan…chiarezza ed oscurità non sono di per sé elementi che possano compromettere la dignità di un testo. Purtroppo scarseggiano lettori sia per la poesia semplice, sia che per quella complicata.
    per Chiara: l’autobiografismo è genere assai nobile che purtroppo, per una specie di sufficialità critica, è fatto corrispondere a piagnisteo soggettivo. Non è così. L’autobiografismo attraversa più spesso di quanto si possa pensare intere fette di storia della poesia. Negarlo sarebbe negare la storia della poesia italiana in particolare. In quanto agli “ave”, sinceramente eviterei; non sono complimenti che giovano alla poesia; servono solo ad ingrossare l’ego del poeta…
    grazie. Sebastiano

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  4. Per Autobiografismo (ovviamente – non credevo di dovremo specificare) mi riferivo a ciò che il web passa per poesia. Ed è piagnisteo autocommiserativo.
    Certo leggendo i diari di Kafka non penso che la diaristica sia un genere basso, oppure?

    Ave. Saluto simpatico a Sebastiano che certo (conoscendomi) capisce che il suo ego non cerca d’essere pompato. E non va nella direzione del servilistico commento.

    Arrivederci

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