da Annuario puntoacapo 2012: Roberto Bertoldo

Roberto Bertoldo, “Pergamena dei ribelli”, Joker 2011

A partire da “Il calvario delle gru”, la poesia di Roberto Bertoldo si è via via concentrata intorno al tema della bruciante necessità. L’incipit dell’ultimo libro conferma allora una conclusione banale e inquietante: e cioè che la Storia non è il luogo della verità ma dell’inganno e del mercimonio. Eppure questa miseria è necessaria alla carta, alle pene dei poeti che cantano.  Senza questa pena, la lingua non potrebbe dire che l’architettura della Convenzione, conformarsi al beato belare e al lamento. La lingua della poesia rinuncia a pronunciare l’invisibile e si mette a scrivere di guerra, la guerra che è già qui, “senza scomodare infernip.9, decapitando le metafore; perché  “questo è il martirio del poeta”, p.9.

  Ecco il quadro introduttivo, chiarissimo, l’unico tema portante, il martello percussivo dell’opera, intorno al quale Bertoldo esercita la retorica della lingua, posseduto da una specie di pathos frontale, come a volersi mettere alle spalle le lingue del secolo difficile e ripartire “nel solco delle lacrime”, p.10; ma anche dalle scene di devastazione delle grandi guerre, dai segni primitivi di sventura; per esempio “i corvi che azzannavano le pianure”, p.14.

  Il paesaggio che descrive, anche se contemporaneo, è probabilmente lo stesso conosciuto da Quasimodo al termine della seconda guerra mondiale, col problema di dover decapitare le metafore in nome di uno sguardo frontale sulle cose, capace di far irrompere nella lingua la verità delle Erinni, senza l’inganno di una pacificazione a tutti i costi o di un abbassamento della crudeltà.

  Così come i morti gonfi, l’ululato delle madri, ancora oggi è possibile dire: “Abbiamo visto i nostri bambini/aperti come zolle/e avevano vermi bastardi anche loro”, p.17. La parola deflagrata, insomma, è sempre moderna e contemporanea, si nutre degli scarti e delle devastazioni, ricostruisce, come tanta arte povera, poveri e potenti oggetti di parole, corpi sghembi esposti sul piedistallo come i resti avanzati dalle autopsie. Mostra, sfacciatamente, l’orribile bellezza, il brancolare, l’equilibrio precario dei pezzi.

  E’, insomma, l’urgenza della parola a farsi musa di se stessa e questo accade quando il divario tra vita e letteratura si fa insostenibile.   Così la poesia di Bertoldo si infligge dei colpi mortali; scoppia in immagini/spari, talmente violente da subire combustione immediata. Esercita la vocazione al grido, come a voler smuovere l’enorme montagna dell’indifferenza delle parole comuni, incapace di capire quanto soffre un poeta; l’urgenza di essere utile, di dichiarare senza mezzi termini, che la corsa e il dissanguamento della forma verso la perfezione non ci salverà, non salverà nessuno, nemmeno la stessa poesia come genere.

  Nostro è, in questo libro, e non solo del poeta,  il compito di rinunciare all’esegesi, di saper cogliere, piuttosto, l’amarezza, la torsione, la sbavatura che sentiamo inferta alle parole; l’urlo, persino la reiterazione, quasi un atto di appello finale, dell’insulto contro gli uomini a vanvera, compresi noi stessi, che cerchiamo un inutile bottino.

Sebastiano Aglieco

 

*

Voi, uomini mediocri, che rubate

i miei versi cantati a calce,

indubbiamente voi siete la storia

e incutete la miseria sulle porte,

quando la nube lastrica i ciottoli

di impronta umida e fraseggi di luna.

Fate della pena vostra l’inganno

che penetra con le sue dita disciolte

nella bottega dei miei occhi,

orsù padroni delle piaghe,

ci sono nate addosso le credenziali.

*

Noi, prediletti, abbiamo abbandonato la vita.

C’erano troppe clausole

per la raccolta dei fondi.

I poeti speculavano sulle parole,

andava a gettoni il loro cuore.

Maestro, facci sedere nella tua aula,

il tempo passa, come la tua carezza possibile,

non ridere di queste nostre ossa ansiose,

non avevamo che il mondo,

come possono le bestie farcene colpa?

*

Dicono che ero una poesia

troppo timida per essere riconosciuta

nella strada dei barbari

che hanno catene di versi,

ora, dicono, è esploso il mio tormento

e semina libertà,

c’è un canto, dicono, che dilania

e mai nessuno ha sparato

con tanta provvigione.

*

La terra, anche fradicia e zeppa di morti,

scopre i suoi seni vagabondi,

perchè l’uomo abbraccia le favole

mentre ripara i danni delle guerre

con la pietà e i sepolcri.

La terra nasconde i suoi amanti

e nutre i discepoli che la chiavano,

puttana che scioglie i nostri corpi

con l’acido dell’orgasmo.

*

Voi la sentire respirare, sentite l’aria

di questa poesia di cloaca. Lo sappiamo.

Siete infami. Sappiamo la rendita delle vostre scarpe.

Voltate la testa nel senso della storia,

siete l’apparenza che gloria se stessa

così come nel falò la carta che si sgretola.

Sulle dita avete l’inchiostro, lo sappiamo.

Lo sappiamo perchè noi ce l’abbiamo nel cuore.

*

Vogliamo una poesia che sdruccioli sui pavimenti insanguinati

come le note di un pianoforte bizzarro,

vogliamo che gli uomini amino la bestemmia

perchè abbiamo sorvolato le piogge che sgretolano le nubi,

perchè abbiamo portato dentro le età delle bestie

e le sconfitte e i rimorsi. Ma c’è sangue

anche nelle bifore, dove il bene e il male

hanno sguardi doppi e vogliamo una donna

che non abbia il volto di questo dio mediocre

che ha costruito poesie infelici.

Non ci sono strade più arcuate di questa

che ci trapassa d’amore e ci ha visti impropri

perchè la spada si piega quando ha in punta

il peso della morte.

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3 commenti

  1. Commento non scontato, e perciò efficace e giusto, di un libro che deve essere diffuso, e letto – lasciando da parte le inutili retoriche accademiche.

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