Introduzioni: Filippo Ravizza, TURISTA

Filippo Ravizza, TURISTA PER CASO, LietoColle 2008
“Cosa può dire una parola?/Dica la forza che rimane/ oltre la fuga e il niente”. Sono versi che richiamano a un’urgenza della poesia che Filippo Ravizza immagina, intensamente, nella misura di un volo, di un attraversamento dell’umano per giungere ai lidi di un’origine comune: “Europa, Europa contadina, madre”. Lingua comune, dunque, edificata ai margini di una civiltà che finisce, innestata in altre forze, in altre voci: “proprio qui finiva/ l’impero qui i Romani là i Barbari/ in mezzo questo fiume ancora piccolo”. Testimoniare la Storia per sottrarsi al nulla, per ricerca di un senso e di un compito: “chiama una più grande volontà/ sappimi scegliere o canzone/ cadi a disegnare una/ potenza un più limpido destino”. Queste poesie si stagliano con tono alto, epico, spesso esortativo: “Scrittore di versi, sincero sia il tuo sforzo,/ forte la volontà: possa la parola,/ possano le voci scaturire/ sempre dalla nostra canzone, siano/ ancora testimoni della Storia”. […]

Sebastiano Aglieco

***

Il turista di Filippo Ravizza non è un semplice osservatore e neppure un testimone, ma un soggetto che attraversa il territorio dell’esistenza, un “attore della luce”, che si apre agli eventi umani e ai paesaggi, colti in attimi che restano nella parola, piccole o grandi rivelazioni che rimandano al mistero dell’essere. C’è in questi versi una forza oppositiva all’indifferenza del tempo, una volontà tenace di cogliere nella visione il segno della Storia, le tracce di una civiltà comune, una Heimat del cuore e della speranza, mentre incombe la vanità del tutto e l’accerchiamento di una “verità alta e insuperabile/ lo sguardo asciutto e folle/ che chiamasti il niente”.

La tensione presente nella poesia di Ravizza nasce proprio da questa consapevolezza, dal contrasto tra un desiderio di verità e di appartenenza, che emerge anche nostalgicamente in brevi immagini riferite alla propria giovinezza e ai propri sogni di un più alto destino, e la realtà quotidiana, immersa in un vortice che tutto trascina e cancella. […]

Mauro Germani

 ***

 LE CITTÀ

Barcollavano, tremava lo scenario
allora di quelle finestre, quegli
alberghi. Oppure mi venivate a colpire
la spalla, sbandando sui marciapiedi;
in tutte le tue città Europa passano
di sera incerti poca luce negli occhi
i tuoi ragazzi, attori dei percorsi
trascinati di vetrina in vetrina,
di bar in bar, nell’aria piena
del sentore dell’alcol… e non c’è
meta sono le vetrine percorso
e termine percorso e fine
così il vino, la birra, il whisky;
paiono essere immersi da sempre
pare l’unico destino rimasto
per loro e per te
in questo nuovo secolo
grigio futuro futuro senza scampo.

ESSERE IN LEI

Cresce Milano colore
che passa, corrente veloce
fiume d’uomini ed è
una sera un giorno un anno,
duemilaquattro, chi lo sa
quale sarà la nostra offerta
libertà, paziente il primo
verso si apre, diceva lei,
si apre nella mente
e ancora questa piazza
mi prende per mano mi
dice: ascolta, ascolta la luce,
senti come vita che bussa
alla porta il desiderio di entrare,
da lì vedere il mondo
da lì essere in lei.

PARIGI
Strati, dense offese del tempo,
eppure solo ieri ti muovevi,
nulla dell’attimo forte nulla
sul chiuso orizzonte, un ponte
senza uscita lenta ci guardava la
città più bella, la grande verità,
buie rive come un tunnel, quando
salutando si accendeva l’ora nello
sguardo ed era voglia che esista
la vita come pieno desiderare, come
mattina di vera gloria di marce e urla,
una a una conquistate, attente impressioni
aperte, finalmente aperte luci di vittoria.

*

Forti case come allora tetti come
teli spioventi in questo duemilacinque
torno a voi boschi di Dampierre
come nell’estate dei miei diciotto anni
quando sentivo il cuore e le speranze
intorno ed era fine dei Sessanta
correndo l’inizio dei Settanta
decenni miei case di France-Comté
io camminavo dense ore prime del mattino
tra i saluti tra le lame puro sole
dicente bentornato lentamente
sdràiati a caso in questi solchi
figlio attento al continente che ti abbraccia
e io correvo e pensavo alle ragazze
le ragazze di Francia ai baci alle carezze
scambiati poi nei voli nel cielo dell’Europa
scambiati poi volando dentro al tempo
grande allora grande l’orizzonte
grande la vastità della promessa.

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7 commenti

  1. Mi sembra che il libro di Ravizza si ascriva in modo esemplare al nuovo desiderio comunicativo che certa nuova poesia contemporanea e “post-orfica” possiede: in questo senso si fa strada una parola sicura, avvertita; una poesia che oltre ad estendere la cerchia dei propri riferimenti esistenziali, la propria “topografia emotiva”, fa vibrare in sé una sorta di “nostalgia del ricevente”, amplifica come un diapason le sue possibilità semantiche nella speranza di essere accolta. E insieme, il lettore immaginario si presentifica, attende di essere svelato in una nuova voce. La sete di significato di Ravizza diviene una “prova a priori” dell’esistenza di una dimessa ma sicura sorgente, quella del linguaggio contemporaneo, quella della poesia di oggi. Lo trovo veramente notevole.

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  2. concordo. inoltre gli autori come Filippo, cioè con una storia di scrittura alle spalle andrebbero letti nella loro interezza e minimamente storicizzati. bellissimo rimane, per esempio, un suo testo: BAMBINI TRA LE ONDE

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  3. Hai ragione, Sebastiano. A questo proposito rimando al mio saggio “La lingua imaginalis di Filippo Ravizza”, pubblicato sul n. 2 /2009 della rivista La clessidra, nel quale parlo di tutti i libri di Filippo, cercando di approfondirne i principali aspetti tematici e linguistici.
    Un caro saluto
    Mauro

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  4. Grazie a Vincenzo Di Maro e a Sebastiano e a Mauro per essere intervenuti.
    A Sebastiano grazie due volte per avere qui riproposto il mio “Turista”.

    Filippo

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  5. Da parte mia approfitto per porgere a Filippo Ravizza un saluto e i miei complimenti per la bella raccolta qui magistralmente presentata (ci siamo conosciuti un paio di anni fa in una piovosa serata, ricorda?)

    Complimenti anche a Sebastiano Aglieco per il suo stimolante ed elegante blog che seguo regolarmente e per le sue poesie.

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  6. Gentile Antonio, grazie di passare da qui e di gradire il mio lavoro. In effetti ogni tanto mi chiedo chi siano i lettori di questo blog e rimane sempre un po’ di curiosità… Saluti. Sebastiano

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  7. Anche io ringrazio Devicienti (ricordo il nostro incontro durante una conferenza)…
    grazie anche perché tutti coloro che usano internet per aprire nuovi sentieri al discorso della poesia offrono agli autori una nuova possibilità di entrare in contatto con più larghe fasce di lettori. Da sempre penso che il poeta per essere autentico debba avere i propri lettori; di più, debba incontrarli prima o poi direttamente… la poesia è parola che nasce per essere voce di un “noi”… il poeta se è vero è un tramite è una parola che rappresenta una comunità e la sua vita nel tempo, dentro al tempo. Filippo Ravizza

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