Da rileggere: Umana gloria

Mario Benedetti, UMANA GLORIA, Mondadori 2004

Torno a rileggere UMANA GLORIA. Forse perché le parole che oggi mi stanno scrivendo richiamano al senso di una poesia che si spogli il più possibile, che rinunci agli orpelli e attinga, invece, all’acqua, al pane, ai bambini, alla “povera umana gloria” che ogni giorno coltiviamo.
Libro rispettato, sia da chi corteggi il civile, l’impegno politico della parola (essenzialmente il dettato comprensibile e le nominazioni di un territorio), sia da chi vagheggi l’idea di un mito incarnato (l’infanzia depauperata, il non ritorno, la fragilità dell’essere, l’atemporalità dello sguardo).
In questi testi, insomma, si concentrano le possibilità future – che per la poesia potrebbero sembrare delle sconfitte – e cioè la parola incustodita, la rinuncia a qualsiasi maledettismo post moderno, una dolcezza disincantata capace di accogliere l’umano: una voce, cioè, che parlando di se stessa, richiama e accoglie, piangendo.
Poesia che si lacera lasciandoci visibili, sanguinanti, segnati dalle preghiere e dalle maledizioni, pronti ad offrire la nostra pochezza e una parola che non inganni.
Per fare questo, certo, occorre stile, consapevolezza e disincanto; capacità di schiantarsi, anche, nell’offerta della parola povera, talmente povera che spesso semplifica la costruzione sintattica, in nome di un parlato che assurge alla forma di una bellezza ricostruita a brandelli. Occorre, soprattutto, lasciarsi sopraffare dalla musa più esigente e più accecante; quella evocata a tutte le latitudini, ma mai con parole dirette, con intenzioni dichiarate: la musa della verità.

Essere oscuri è facile perché i fumi della sibilla esercitano sempre il fascino di una vittoria, il guadagno di una qualche oscura eternità.
Essere chiari è facile perché confondiamo l’oggetto con la parola, pensando siano la stessa cosa: e questo è il realismo ingenuo, la cronaca del giornale.
Essere complessi è difficile perché prima di scrivere bisogna aver superato tutte le complessità e le banalità.
Scrivere poesia, oggi, è complesso, perché non possiamo far finta di sconoscere i giganti che ci hanno preceduti – giganti perché fratelli, piuttosto che dei -. Soprattutto, per scrivere, oggi, bisogna essere capaci di disconoscere le piccole voci che ci ingannano con promesse di facili glorie: “Povera umana gloria/quali parole abbiamo ancora per noi?”
Questo libro si costruisce sull’espoliazione – ma con la premessa di una consapevolezza già dichiarata –. C’è la campagna, ci sono i bambini – l’essere stati bambini – ci sono le promesse dei paesaggi portati dalle maree dove l’essere può scomparire e ritornare all’inizio da un momento all’altro, rifondato. I bambini incominciano; i poeti devono ricominciare, con umiltà; i poeti non dovrebbero mai dimenticare l’inizio. Oggi più che mai, che tutto tende tremendamente a una complessità sempre più inconsapevole.

Sebastiano Aglieco

***

Le mani sulla mela, sole con il verde
le dita avvoltolate nelle bucce.

Le cassette donate che Rina portava dal lavoro,
quelle cadute sul prato, mamma, che cosa mangi?

E il succo nella bocca della tua eternità
dove il mondo è stato unico e minuscolo.

Povera umana gloria
quali parole abbiamo ancora per noi?

***

Nel mio dormiveglia

Cortile, casa e cortile, nei passi.
Poi le strade vanno su, le strade insieme alla grondaia.

(Non potevi che il rumore dell’acqua
e il venire giù della legna dirmi…)

Fai fatica, non so: sei un tronco che resta piegato,
non portato via, piegato,
e non dice niente nelle tante dita,
dove si sente così piegato,
non dice niente della pioggia.

Ci sono lamiere ogni tanto,
delle lamiere che passano la carne, e tu mi guardi tanto.
Passa il becco di un uccello e un’ala.
Va via tra i vestiti nelle ossa il dolore.

***

Lasciamo il tempo e li guardiamo dormire,
si decompongono e il cielo e la terra li disperdono.

Non abbiamo creduto che fosse così:
ogni cosa e il suo posto,
le alopecia sui crani, l’assottigliarsi, avere male,
sempre un posto da vivi.

Ma questo dissolversi no, e lasciare dolore
su ogni cosa guardata, toccata.

Qui durano i libri.
Qui ho lo sguardo che ama il qualunque viso,
le erbe, i mari, le città.
Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi.

***

Nelle finestre i giorni.
Si animano pochi visi,
venuti senza chiedere mai perché ne ho bisogno.
Dove comincio anch’io. Dove finisco.
È una lunga luna, il grande nero delle montagne.

Mi sembrava una notte con la neve oggi
la piccola spesa, i pochi soldi, la tua piccola felicità.
E anch’io ho visto le montagne, mamma, per sempre,
ma ho visto le tue montagne.
I sassi rotolano giù, basta non gridare.

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