Introduzione: Stefano Pini

Ho il piacere di presentare un giovanissimo autore, Stefano Pini, conosciuto l’anno scorso, al premio 50 e più, che curo con l’ottima compagnia di Filippo Ravizza e Mauro Germani. Una scoperta interessante Stefano, che ora approda all’opera prima e che introduco.

 Stefano Pini, Anatomia della fame, La Vita Felice 2011
Collana Sguardi
Direzione: Gabriela Fantato
Comitato: Sebastiano Aglieco, Corrado Bagnoli, Luigi Cannillo

L’essenziale è senza voce

Leggiamo del palpitare dei corpi in questa opera prima di Stefano Pini: il nostro; quello di un altro in cui ci specchiamo, e quello di una città, periferia mobile, cavernosa e oscura che ci contiene, i cui passaggi notturni sono aorte, e le sue stagioni l’incedere di un tempo senza divisioni, scandito solo da una improvvisa assenza: “Ogni stagione termina così/senza riuscire a trattenere i colori”.
Si legge, in queste poesie, di un corpo che spesso si avverte come distante da se stesso, dislocato e dolorante: “Mi fanno male i capelli”; “le tue paure osservano /il resto del corpo sorridere; “Le lenzuola lasciano i corpi,/soli”. Un corpo che forse si sconosce e si teme, sicuramente assiste al suo veloce galoppare verso l’età adulta annotando ciò che si perde e ciò che deve ancora scoprire di sé negli altri: “Senza alcuna possibilità/di nascondersi/le tue paure osservano/il resto del corpo sorridere.//Dovremmo trovare un nome per ciascuna di loro”
Spesso, poi, ha bisogno di sospendere il tempo – “fermo immagine/interrotti alla finestra” – bloccare le cose per poterle conoscere meglio, rallentare il flusso vitale e ricondurlo a un etimo, a un vocabolario minimo. Così, mentre tutto svilisce, Pini vorrebbe trattenere, almeno nelle parole, qualcosa che va al di là della morte, che è stato prima del precipitare in questa assenza: “L’assenza è la qualità prima della morte”.
Queste osservazioni avvengono in un’età della vita in cui probabilmente ci rendiamo conto di essere davanti a un bivio: accettare di entrare nella vetrina del mondo e recitare il nostro dramma, i nostri “monologhi provati allo specchio”, o fermare, per un momento, il flusso scomposto della marginalità e accettare per sempre un equilibrio precario.
Così questi testi si situano in un imperfetto che non si è ancora concluso – mi hai lasciato…credevamo – e in un futuro esortativo che vuole inventarsi nuovi paesaggi, credere a nuovi orizzonti: “Chiedi,/portami dove le radici/hanno il culto dei vivi:/inventeremo stanze in cui il giorno/dimentica di arrivare, un tango/di corsa”; fanno il resoconto del già stato, dell’essere stati spavaldi, e, “smesso il vestito”, additano la strada dell’età adulta.

Quando, dunque, accade la lingua di un poeta? Accade quando egli sa scegliere, dopo che il corpo di un padre ci lascia e noi improvvisamente percepiamo il nostro: nudo.

Se riusciremo a salvarci, mi chiedi.
Se le vie dei padri saranno luce
scintille per il linguaggio, almeno.
*
Mentre riveli l’incisione
misuro la profondità calando i polsi nudi
nel diluvio del tuo nome.
La notte non ha più occhi,
sei la sola legge viva che conosco.

E’ allora che sentiamo le voci, il brusio, la folla, i fratelli, i nemici. Abbiamo bisogno di “istruzioni primarie”, provare a conoscere, vivisezionandola, la fame che è passata “attraverso mille anime” ma, certo, l’abbiamo dovuta riconoscere nella nostra bocca prima che negli altri; nel nostro bisogno. “Vorrei essere grande” dice Pini, e per fare questo lavora sulla sua lingua, non rimpiange e forse nemmeno rievoca, piuttosto si comporta come fa la metropoli: “sovverte/invoca le parole dei padri”. La metropoli che ci fa ri/conoscere, attraverso limiti e sbarre, imposizioni, perdite.
La poesia di Stefano Pini, dunque, nasce scritta nella consapevolezza di un disincanto formale – della forma della vita e della scrittura –. Non si scompone ma spesso trema, fragile, in quanto ha conosciuto la fatica dell’aver dovuto cercare le parole più giuste, quelle che rimarranno, insostituibili negli anni. Sono parole che descrivono la precarietà, lo spavento di esistere, piuttosto che la pienezza della vita; il resto saranno variazioni, altri versi e libri da far girare intorno al non sapere di sempre.

Sebastiano Aglieco

***

Ho prestato fiato a ciascun focolaio
gli occhi spalancati
la lingua a descrivere gli inchini del sole.
A capofitto nei giorni
del solstizio d’estate e del cemento,
la città accatasta, incide e arrampica
non sa pregare un disordine che raccoglie.

***

– Ricordo un calore a ginocchia raccolte –

Tutto è immobile
l’umidità scandisce
i nomi che credevamo persi:
il fuoco presente, gridavamo
scrivevamo la notte centrale
l’adesione a una lingua nuova.

***

– Mi fanno male i capelli –

Non arretri di un passo e io fingo
una preghiera per le illuminazioni scomparse
le pozzanghere da cortile
migliori amici d’infanzia.

***

Resterà il mio peggio, ti ciberai del mio meglio.
Una finestra rotta guida la luce su questo teatro di posa:
ci esiliamo, riduciamo la storia a placida fame.

(la morte appesa alla trama di una fantasia a fiori)

Al sole della campagna non succede niente.
Allungo le mani sulla pelle, la carne cede ogni punto
in cui manchi.

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