Autori LietoColle: Paolo Agrati

Paolo Agrati, QUANDO L’ESTATE CREPA, Lietocolle 2011

Il fallimento dell’esperienza amorosa costringe spesso il linguaggio a riedificarsi sulle proprie stesse rovine, prima del ritorno alla sensualità del quotidiano. La lingua ha cercato, descrivendo i sommovimenti dell’abbandono, di innalzare una qualche statua, un urlo, un improperio; non fatto del singulto che si affloscia sulle stimmate del dolore, ma del ritratto sghembo, del veleno e della rabbia dovuti al racconto, all’allucinazione di un tempo ossessivamente bloccato su poche scene che si ripetono, che non vogliono sottrarsi alla dimenticanza.
Insomma, l’arte non butta nella spazzatura i lacerti informi dell’esperienza, ma li riutilizza, ne fa oggetti che hanno inglobato in sé le cose avvenute e le raccontano.
Così apprezzo di queste poesie di Paolo Agrati, le storpiature, seppure musicalissime, per dire frontalmente, senza nascondimenti e metafore eccessivamente elaborate, ma piuttosto col cipiglio nervoso e doloroso che impasta; che non distrugge per vendetta ma che costruisce per necessità.
La fine dell’amore è raccontato nell’onestà del voler dire apertamente, come i corpi esposti di Schiele, o di Freud, ma senza quel pascersi nel difetto, nella contemplazione del male, quanto, piuttosto, col cipiglio giovanile dell’andare oltre l’accaduto fino a farsi sorprendere di nuovo dalla vita.
Quando l’estate crepa, l’amore si brucia, si accartoccia. L’amore che ”Non riconosce/verso e geometria”, p. 16. L’amore che si perde con l’arrivo dell’inverno quando il dolore diventa nenia.
“Goccia nella pioggia prima che piova/tra meraviglia e disperazione. Che/temporale mi porti tra le braccia./Le tue”, p. 18.
E lacrime: “Gli occhi in aiuto alla pioggia/nel catino del ventre bucato/dove la tua testa poggia”, p. 21.
E poi rabbia: “Fu fracasso d’ossa, tonfo/costruzione di macerie./Frana che non bada al germoglio/ti eri presa la mia pace/ed al passo della pietra/col calcagno, me la togli”, p. 24.
Ma anche la descrizione di scene minime, quelle che si imprimono allo sguardo perché archetipi semplici, dell’abbandono e della resa: “Io che ho lasciato senz’acqua le piante/le scarpe slacciate,la giacca gettata/sul divano, avanzi e biscotti nel piatto/cerino bruciato al tuo lato del letto”, p. 25.
Si dice spesso che la poesia non dovrebbe attardarsi sul lato minimo, pena, appunto, un minimalismo senza peso, un soggettivismo inadeguato ad esprimere le istanze di uno sguardo più alto sulla realtà. Non ho mai creduto del tutto a questa diceria. L’attraversamento del soggetto, certo, è un compito, ma una qualche terra in cui abbiamo sentito battere fortemente il nostro cuore per un amore fallito, bisogna pur averla incontrata! Anche se valga lo scacco di un’amara verità: “Non ci sono vie di fuga dal se”, p. 44.

Sebastiano Aglieco

***

Ho buttato
il tuo spazzolino.
Spelacchiato come
un vecchio airone
curvo e fiero.
Affacciava dal bicchiere
i tuoi sorrisi bianchissimi
ringhiere d’una bocca avara
oramai.

Era una mattina d’aprile.
Il sole caldo.
Da tempo nessuno
veniva a trovarmi.

*

Non resta che ingannarle, queste dita
distrarle in qualche astuta operazione
quotidiana. Si incontrano smarrite
dalla lieve passeggiata del mattino.
Era la mia lingua straniera, compresa
dalle labbra con le quali non pronunci
parola, era lo sguardo d’erba bagnata,
la marcia dei soldati sulla pelle di neve.
L’impronta non concessa a questa bocca
illusa d’esser casa di un respiro.
Del suono, del tuo soffio sono cassa.
Ti porto come un organo
all’altare della chiesa.

*

Forse cedendo il capo all’indietro inclinavi
al ruggito. Le dita minuscoli soldati, lottavano
ancora a battaglia conclusa. O era timido sussulto
latte versato dal bricco, soffi su stoffa brillante.
O forse cagna guaivi sotto i colpi di bastone.

Rammento solamente che eravamo
foglie dello stesso gambo, petali di siepe.
Quella che un giorno divise i nostri giardini.

*

La notte, seppur breve, concede libertà
a volte strazi. Scoppiettanti in fili di tabacco.
Insetti acquattati con le ossa fuori dal corpo.

Lividi come, chiesi alle lune scintillanti
al cuscino di piume, agli intonaci bruni
fuori, ai colori coperti dal velo come fino
al collo io, cerulea cimice.
L’odore lascia il sonno.

*

Schiaccio le ore come mandorle.
Evoluzioni in circolo ricercano il nòcciolo.
Le parti vogliono un centro, questo
è quanto. Il peso del cerchio nell’unico angolo.

Apre un varco un coltellaccio
frottole.

Non ci sono vie di fuga al se.

Qui  Qui  Qui Qui

Un commento

  1. Molto concreta e ben definita la tua recensione Seba, io ho avuto il piacere di ascoltare il reading a 3 voci di LietoColle un paio di settimane fa e Paolo è stato particolarmente comunicativo e gradevole. E’ riuscito a raggiungere il pubblico con un’ottima interpretazione e a creare un giusto mix di simpatia.
    Ciao
    Mauirizio Alberto

    "Mi piace"

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