Maurizio Casagrande, una lingua bianca di latte

Maurizio Casagrande, SOFEGON CAROGNA, Il ponte dl sale 2011

A riscoprirli nella loro stesura definitiva, questi testi, mi è chiaro solo adesso un errore di prospettiva compiuto dal sottoscritto anni addietro, mentre l’autore me li proponeva nel loro farsi: per chi non ha intimità con un dialetto – che sempre è altra lingua dalla nostra – l’errore consiste nel leggere al contrario, partendo dalla traduzione per poi avvicinarsi all’originale; svista grave, quantomeno, se si sa di attingere a una traduzione di servizio il cui unico scopo è quello di approssimarsi solo a uno dei tanti fili che costituiscono la complessità di un testo.
Il libro di Maurizio, ora mi si presenta prima di tutto nella necessità di coglierne il suono originale, che, a dire il vero, risulta quasi sempre marcatissimo, appoggiato a strutture formali classiche, per esempio una forma di canzonetta metastasiana, forse mediata da invenzioni venete; riferimenti robustissimi, a dispetto delle nuvolette della modernità. Scrivere in punta di penna, come Manzoni e Parini; chè in punta di penna non vuol dire scivolare gioiosamente sulla superficie delle cose.
Tutto si può dire, però di questo libro, tranne che sia gioioso. Musicalità non vuol dire, qui, tradizione del melos, ma, come vedremo, scenario di un intero entroterra. Innanzitutto il libro è canzoniere autobiografico se vogliamo sfatare, però, la fola che autobiografia voglia dire necessariamente innalzamento del peso della propria statua. Forse, piuttosto, autobiografia è riconoscimento di un bios presente nella lingua, dell’entità di una gens. E la lingua, oltre che essere degli altri, è soprattutto nostra.
Ora, se la costituzione di una lingua nazionale, almeno per quanto riguarda l’italiano, fu operazione, almeno in parte, elaborata a tavolino, il dialetto rimane la terra dei suoni percepiti nel seno aurorale dell’infanzia. Il dialetto realizza, come dice Franco Loi, un dialogo tra suoni e oggetti, in un rapporto con le cose spesso inadeguato ad esprimere qualsiasi concettualizzazione se non attraverso il plus valore esperienziale del dire seccamente e dei proverbi.
Leggendo queste poesie, balza subito agli occhi il rapporto, spesso rude o crudele, e in contrapposizione, dolcissimo e schietto, con l’esperienza della vita tutta: persone, oggetti, spazi e paesaggi: è caratteristica della tradizione di lingue fortemente legate a contesti extraurbani, lungo solchi di carri e sentieri in mezzo ai campi; a uno sguardo assai prossimo alla casa; da un terrazzo. Uno sguardo che tende a cogliere, anche nella dimensione del viaggio, l’aspetto meno urbanizzato dei paesaggi; una familiarità, insomma, con un locus interiore, intuito per somiglianza piuttosto che per precisazioni topografiche. Gli uomini stessi sono percepiti come elementi di natura.

Bonòra

Svejàsse col scuro
d’istà
métase in vjajo
drio tròxi
sbandonài
sensa gnà el sigo
de on gaeo

’édare el ciaro
ca s’inpisa xo in vae
coando ca ‘a naransa
del soe rimbalsa so i copi
de Tòe
orbàndote

ciavàsse on café
e po’ vanti
drio arsari
e canài
fin ca no te rivi
in mexo al caìgo
ca monta da l’alcoa
da ‘a tera cofà
’na sièrpa
’na lengoa ciara
de ‘ate

cussì stranìo
ca te pare
de ‘ère intraessà
chel portòn
da do ca no se torna pì ‘olta
’fa coando da putìn
te ciapava el morbìn
del scuro
o el sofegòn carogna

p. 50

Di buon mattino

Alzarsi in piena notte
d’estate
mettersi in viaggio
per strade
deserte
senza percepire nemmeno il canto
del primo gallo

vedere l’alba
che si allarga sulle valli
mentre l’arancia
del sole si riflette sui tetti
di Tolle
accecandoti

sorbire un caffè
e poi avanti
lungo argini
e canali
fino a quando non piombi
nel bel mezzo di una nebbia
che sale dall’acqua
dalla terra come fosse
una sciarpa
una lingua bianca
di latte

così surreale
che credi
di aver varcato
quella soglia
da cui non c’è ritorno
come quando da piccolo
ti vinceva l’angoscia
del buio
o una repentina crisi d’asma

Leggiamo, insomma, come nei grandi quadri preromantici all’aria aperta in cui l’essere si perde quasi per reazione spontanea ai teatrini della città, della cultura, della politica. Leggiamo, anche, di come il tema dell’opera, mimetizzato, qui, nella forma di un ricordo dell’infanzia, per sottile pudore, finanche, riguardi l’improvvisa e malevola interruzione del respiro che avvolge come una sciarpa bianca, (bellissima la resa del groppo, del soffocamento, nella lingua originale).
Interruzione della lingua, dunque, della lingua “disarmonica e ispida/che si avvolge su se stessa e si districa/sempre più sgangherata”, (p.65), proprio come il corpo, nel momento della perdita di contatto con la propria voce. Che è, anche, desiderio di perdita nel grande senso delle cose di Natura: andare per canali, cioè in quel confine tra terra e acqua che ci restituisce il senso profondo della nostra inadeguatezza. Anche delle parole.
Ed è questa, credo, l’operazione più sottile che questi testi hanno dovuto affrontare in questi anni di formazione: e cioè la riappropriazione di un contatto tra lingua e respiro: dire come si mangia, come si guarda un paesaggio.
Gli strali feroci lanciati da Maurizio contro persone, o piuttosto, personaggi più o meno riconoscibili, possono essere interpretati nel senso di un disagio dell’esistere, dell’existere; cioè dell’avvertire l’essere fuori dalla sua forma. L’essere senza maschera, che denuda totalmente la parola e la rende vulnerabile, esposta alle sue stesse ferite, è il vero nume tutelare di questo libro. Per questo mi sembra, ora, che questa poesia debba essere letta nella sua natura di voce roca contro chi si crede poeta ma è cattivo poeta perché traduce la sua lingua interna, aurorale, del sentire il suo canto, nella lingua che “a parlarla…/nemmeno un cane”, p 17.
Questo vizio di una falsa lingua è il tradimento più grande verso l’atto originale e animale del lambire, dell’entrare in contatto diretto, per necessità di conoscenza. Parlare una lingua è sentire in bocca la sostanza e inventare il nome della sua anima, senza che la cosa si dissecchi nella nuova forma che essa ha assunto davanti agli occhi di tutti.
Questo dialetto rude che Maurizio utilizza, è, invero, lingua e basta, che non nasconde gli oggetti dietro la patina letteraria ma li àncora saldamente a una extraletteratura, senza alcuna intenzione di rinunciare alle cose dell’inferno.
La lingua per Maurizio Casagrande, non è la maschera che bisogna indossare. “E’, piuttosto il simulacro del matto/Palmieri vicentino trapiantato/fra le brume della bassa abbandonando/il baccalà per i fagioli pasticciati/con due bicchieri di rosso/presso l’osteria dell’Adigetto”, p. 68.
Questa osteria dell’Adigetto, più volte nominata e ricorrente anche in scritti di altra natura, rappresenta la riconoscibilità culturale in cui con la lingua del dialetto si può dire tutto. Si può dire tutto, però, perché difficilmente la funzione di una lingua disarmonica…che si allunga su se stessa e si districa sempre più sgangherata, può essere relegabile alle dimensioni del monologo, chiusa in sé come se appartenesse ai morti. Ecco che in questa dimensione sociale e duale del dialetto, l’amaro fiele della malinconia, del rimbrotto e dell’affanno, alimenta il parlato come se ne costituisse la necessità. In un milieu sociale in cui l’urlo, il parlare come si taglia il pane col coltello sono considerati gesti relegabili alla sfera dell’istinto e del pericolo, le parole di Maurizio mi giungono sane e nobili, dotate di quella sfrontatezza e di quella sincerità che ci salvano dall’ipocrisia del ben parlare e del ben vivere.

Sebastiano Aglieco

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2 Replies to “Maurizio Casagrande, una lingua bianca di latte”

  1. L’infinito montaliano sancisce una paternità ma non pregiudica l’originalità naive ( non trovo i due puntini sulla i ) di questo testo , il legame intimo con la natura e le sue suggestioni risolto con controllata partecipazione .
    Un bell’inserimento di Sebastiano .
    grazie

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  2. Qui è controllato, e intimo Maurizio. In altri testi rude e diretto. E’ un libro di esordio molto pensato e sofferto. A differenza di tanti che pubbicano il giorno dopo che hanno scritto … grazie come sempre, caro Leopoldo.

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