Stelvio Di Spigno:Stare al mondo è lasciarsi acconsentire

Stelvio Di Spigno, LA NUDITA’, peQuod 2010

di-spigno-222Mi capita sempre più spesso, leggendo poesia, intrecciando esperienza diretta e discussioni sul campo di poetica e proponimenti, ma anche, a volte, quasi manifesti di letteratura, di chiedermi quali siano i libri, oggi, anche imperfetti, non importa, ma vivi, contraddittori e sporchi, capaci di suggerire un’idea, di indicare una strada che si ponga, quantomeno, nella traccia di un’apertura, di un abbassamento dello strumentario retorico, di una rinuncia, insomma, alle grandi invenzioni letterarie del novecento. Rinuncia, certo, non alla parola, al suo essere, comunque, una forma dell’esistenza dotata di vita propria, ma al trucco del mestiere, all’imitazione neotestamentaria a partire dal canone di una tradizione. A una nudità, insomma, per dirla col titolo di questo libro, evitando certamente il fraintendimento di pensare che questa nudità si riferisca al corpo del poeta più che, invece, come mi sembra necessario chiarire, alla nudità della lingua. Non si può esporre alcun corpo al ludibrio della luce e rinunciare, nello stesso tempo, all’arte – questa volta sì – di dire l’esperienza con la massima resa formale possibile.
«Questa esistenza ulteriore è del resto l’unico “corpo” della poesia. L’unico di cui si possa parlare. Se non trova in esso la propria palingenesi, ogni palingenesi, ogni altro corpo – biografico, sociale – è solo chiacchiere da antologie. La nudità del nuovo libro di Stelvio Di Spigno è nudità – esposizione, deposizione – di questo corpo schiodato dalla quotidianità e ricreato, rinominato, ri-mosso. E’ nudità dell’artificio. Non la sua assenza, ma la consapevolezza del suo tradimento» (Fernando Marchiori nella postprefazione).
Quindi ogni arte è altro dalla realtà, è la sua maschera o la sua ra/presentazione. Ecco il punto. L’arte è maschera o rappresentazione? Si potrebbe affermare l’una e l’alta cosa a seconda delle epoche storiche e dell’attrito che il soggetto, il famoso io, sempre oppone con l’altro, declinato nelle forme del voi, del loro. Ma cosa sarebbe, allora, il noi? Il noi, è, appunto, il luogo dell’attrito tra le istanze, non proprio coincidenti, della parola che si dice, si autoesplicita, e la parola costretta a fare i conti, a rinunciare, quantomeno in parte, alle sue fazioni ingannatrici, rispettose di una necessità tutta interna. E qui Di Spigno mostra come il punto di appiglio possa essere non più romanticamente, come ancora purtroppo è dato di leggere, una voce oscura e riassuntiva, un noi ambiguamente declinato e distratto, ma un allargamento del lavoro della parola verso il transeunte e il sensibile: “Non ho nessuna pelle e assomiglio a tutto,/eppure cerco qualcosa che sia io: una pietra o un’idea,/un essere indifeso per essere sicuro che così/lo si ama”, p. 44.
“alla fine/volevo essere lui, volevo essere lei,/che posso farci se non so chi sono:/volevo replicarli e a nessuno è concessa/quella follia di chi è nati per niente”, p.45.
Il soggetto che si espone al mondo è costretto a vedere nello specchio della rappresentazione la forma del mondo che svaria nella luce, la trasformazione che il sensibile drammaticamente opera sui lineamenti di un viso. Essendo questa nudità, come si è detto, forma rappresentata della realtà, la parola ripiegata è un seme morto, è ombra propria, mentre la parola specchiata vive nella realtà cangiante dell’ombra portata.
Così, leggendo questo testo, possiamo vedere come il fatto nudo e crudo non possa mai essere dato nella cronaca dell’accaduto, ma in una sottile propensione della lingua a capirlo, tirandolo fuori dal suo non senso quotidiano, dalla placida esistenza del sensibile. Se, ogni arte è invasa dal vizio di parlare, proprio per questo essa va sottratta alle maschere dell’eccesso di rappresentazione:

Come un mare non ancora potato né descritto
strappa via da sé ogni alga e corallo
e resta nudo come fosse stato dragato
mentre arriva pianissimo alla pagina

ma dopo è difficile parlarne
di questa creatura che dorme al sole
senza parlare a persone
che hanno strappato da se la propria vita

con un ferro rovente o una tenaglia
da criminale, senza un vero motivo,
solo per farsi più male o perché l’hanno sentita
questa voglia di annullarsi per essere obbedienti

pensiamo a negozi con la serranda a mezz’asta
a barche capovolte sotto il pelo dell’acqua
a uomini colpevoli come me, insomma,
che ancora di questa colpa chiedono ragione.

p.57; ma già nel testo iniziale… “e la parola mare non suona più come parola familiare/ma solo come distanza dai nomi portati tutti falsamente…”
Si capisce, insomma, come la parola chiami alla necessità della forma la realtà e le creature che la abitano, portandosi con sé anche un soggetto accusato di una qualche colpa, di una qualche inadempienza.
Quali sono le conseguenze di questa sottrazione, di questa nudità della lingua? Innanzitutto il racconto. Ogni volta che il mondo ci chiama, lo sguardo non può svariare, illudendosi di vedere oltre. Questo oltre è, al limite, lo sforzo del capire; sono i luoghi precisi, i fatti, le persone, le mancanze, la realtà psicologica… Soprattutto, direi, l’evocazione di una possibilità, di un lavoro mancato: “e c’è chi come noi ricorda vagamente/dove abbiamo ascoltato per primi/le parole che non hanno ritorno”, p. 13.
Queste poesie fanno i conti col demone che abita sempre la parola: il ricordo contrapposto all’evanescenza del dato; la precisione del significante allo svariare della cosa, al tremolio del sentimento. Sono tutte variabili che la parola sa contenere e che la pongono nella vibrazione del sentire i suoi mutamenti; ma anche di provare a trattenere. Questo avviene, come tentativo di estrema ratio, in un presente fatto di luoghi e incontri in cui la poesia cerca di descrivere esperienze esemplari, accadute una volta sola, e per sempre: “Se lavori a giornata con ogni tua parola/e qualcuna la perdi per caso o per strada/è perché sono alberi o pareti, facili da dire,/e servono a chi ascolta per restare in piedi.//Non perdiamo un compagno o un fratello/ma chi non vuole entrare nel discorso/e vuole tacere per noi e per se stesso”, p. 53.
Non si tratta di chiedere alla poesia di salvarci dalla morte ma di redimerci dalla vita; rinominare, dopo aver sentito il rischio della sottrazione assoluta, dell’afasia; dopo aver dribblato il vizio di parlare:

Ora dovranno dirmi quando tornare e quali sono
le cure per casa, mettermi un foglio in mano
con i medicinali, un cellulare e le ore buone per guarire.
Poi mi diranno che è stato solo un brutto sogno
e di non farlo di nuovo. Ma io lo so che è stato
tutto vero e che mi hanno salvato, che stavo morendo
e che io lo volevo, come ora vorrei prendere
il loro ricettario e scansarmi la vita di nascosto
per tornare a morire sicuro di non essere interrotto
ma questa volta non vorrei essere nei miei panni.
p.63

Sebastiano Aglieco

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8 thoughts on “Stelvio Di Spigno:Stare al mondo è lasciarsi acconsentire

  1. Esemplare ( almeno per me ) questo corpo a corpo parola/poeta ; esemplare perché fecondo di quei soprassalti dell’interiorità capaci di relazionarsi con la problematicità di un reale che appare quantomai sfuggente ineffabile urticante ; indocile nella misura di una sua “verità” che Stelvio non smette di cercare inseguire ed amare con quell’umana partecipazione che vuole obbedire soltanto al cuore della lingua , alla sua profondità .
    Auguri a Stelvio e in gamba .
    L.

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  2. Grazie per le tue parole e per la stima, caro Leopoldo, e grazie sopratutto a Sebastiano per l’attenzione prestata al mio libro. Saluti a tutti, Stelvio.

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  3. Beh, bisognerà incominciare a dividere il grano dalla gramigna 🙂 Saluti a Stelvio e all’attentissimo Leopoldo, sempre pronto a leggere qui…almeno lui.
    Seb

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  4. E’ davvero molto significativo questo commento di Sebastiano Aglieco alla nuova raccolta di Stelvio; il suo indicare in essa “una strada che si ponga nella traccia di un’apertura”, “di un abbassamento dello strumentario retorico” o dell’imitazione “neotestamentaria” (spesso stucchevole ogni oltre dire e stridente); piuttosto lo stridore del”l’attrito tra le istanze” del “noi” – di noi -; la parola che ci e si costringe “a fare i conti” perchè – non si può non convenire con Aglieco – la lingua è “propensa” a capire “i luoghi precisi, i fatti, le persone, le mancanze, la realtà psicologica”.

    Mi ha nolto colpito questo commento e ho provato a ripeterlo come facevamo a scuola; leggevamo, leggevamo, poi, come potevamo, cercavamo di “fare nostre” le parole che avevamo letto.

    Un saluto cordiale

    Adelelmo Ruggieri

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  5. grazie anche a te Adelmo di essere passato da questo spazio dove, a poco a poco, si va delineando la linea dei libri che mi piacciono: e fra questi c’è sicuramente questo di Stelvio.
    Seb

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  6. una lettura davvero notevole, mi ha molto colpito questo passaggio:

    “Di Spigno mostra come il punto di appiglio possa essere non più romanticamente, come ancora purtroppo è dato di leggere, una voce oscura e riassuntiva, un noi ambiguamente declinato e distratto, ma un allargamento del lavoro della parola verso il transeunte e il sensibile”

    questo modo di andare dalla tensione tra maschera e rappresentazione alla materialità dell’identificazione mi sembra assai illuminante, andrò a rileggermi il libro alla luce di questo taglio

    grazie e un caro saluto,
    renata

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  7. “…chiedermi quali siano i libri, oggi, anche imperfetti, non importa,ma vivi,contraddittori e sporchi, capaci di suggerire un’idea, di indicare una strada…”
    Parole importanti che mettono le mani dentro l’urgenza di incontrare una scrittura nuova, che ti costringa all’attenzione, senza mediazioni.
    Davvero un commento ricco di spunti interessanti.
    Saluti a tutti.
    Marco Bellini.

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  8. Un sentito ringraziamento agli amici Renata e Adelelmo e per la puntualità e precisione a Marco Bellini. Avete illuminato sul mio lavoro e quella di sebastiano anche me; può non apparire ma ne ho molto bisogno.

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