Edoardo Zuccato: lungo la Storia

Edoardo Zuccato, OLONA, Il ponte del sale 2010

Nota: riporto il testo nella traduzione in italiano dell’autore e mi scuso per eventuali refusi nell’accentazione

zuccato 1Lungo il percorso dell’Olona si dipana  il racconto dialogato e monologante di un’umanità descritta per fasce: i personaggi dell’infanzia, della “sorgente” e del primo “tratto” della vita; quelli sperduti nella suburra babelica che è diventata Milano; i popoli delle pianure, infine, fin verso la foce, dove il paesaggio reca ancora i tratti della malattia del moderno, con le sue case piatte, gli scarichi delle fabbriche, le autostrade… Anche se i nomi della topografia e del ricordo, dice l’Olona, sono rimasti tali e quali,  maggiore risulta l’attrito del senso delle cose, nella perdita, che il poeta registra con toni aspri e spesso da invettiva, da disperazione dantesca.

Perché è l’Olona la voce poetante che ci accompagna nel suo percorso di discesa, e  ci fa vedere, ricordare –  vedere e ricordare, perché non ci può essere compassione e senso etico senza il guardare ricordando – .

Questo scagliarsi contro i mali della modernità,  è la necessità di verità che appartiene a ogni vera poesia, cancellata la quale rimane la forma bella. E qui non si fa certamente poesia “bella” –  ed è detto chiaramente – ; perché la poesia bella è quella che fanno “gli artisti”:

”Gli artisti non si capisce un cristo cosa dicono/tartagliano sempre io Io I-O/mangiare e bere e prendere medaglie/la storia/e la letteratura è tutta lì,/la topaia non va mai in malora: “, p. 33.

La poesia vera, o verosimile, è quella ispirata da una lingua altra, il dialetto: “Parlo in dialetto perché solo in/dialetto/si vede tutta la merda che c’è dentro./Piuttosto di dire Avvocato di’ aucàtt/che dirlo ti senti correre i topi in bocca,/invece di Ordinario di’ urdinâri/come il panegiallo, e che mi scusi il panegiallo,/marchétt per Marketing e fritt per Chips,/il Mouse è un topo, Umts Wapp sono una lingua/da cottolengo, Big Bang un colpo del boia,/il diretûr ha i calzoni flosci,/Deputato diventa deputâ/ puttana, come onorevol vuol dir troia.”, p. 41.

Questa franchezza è resa possibile solo dal parlato, non mediato dalle forme della letteratura alta, qui rappresentata dal personaggio di PIROBUTIRRO GADDUS, evidentemente, verso il quale LA PIPINA così si rivolge: “Furbacchione d’un furbacchione, ho capito/che tu cerchi sempre di litigare/per intingere la tua penna stanca/nel mio cuore come in un calamaio,/ma io non ci casco più e ti dico/solo questo, che tu delle persone/hai visto soprattutto la schiena abbassata/e il cappello in mano…”, p. 37

Così CARLO PORTA, improvvisamente apparso tra le strade di una Milano che non riconosce più e, annichilito da tanto sfascio, preferisce tornarsene nel niente dal quale è venuto, “che è qualcosa rispetto a questo posto”, p. 47, dopo essere stato scambiato per un marocchino da UN OMM DE LA MM, e dopo aver osservato, sconsolatamente, che “in questo posto sono tutti professori,/con un lavoro di carta, venditori/di parole che non sanno cosa significano”, p. 47.

Come tutti i libri semplici e belli, capita di trovarsi in difficoltà a parlarne, per il semplice fatto che, l’unico modo per raccontarli  rimane, appunto, il racconto. Cioè non una interpretazione ma una traccia parallela e una forma di ricostruzione a memoria dell’epica” del racconto. Rimane, soprattutto, lo stridore tra  il senso dell’abitare il territorio di una volta, la spiritualità del sogno, delle sue infinite possibilità, e il sentirlo adesso, tra gli ingranaggi della scomparsa: “e poi c’è stato qualcosa/anche se prima c’era il lievito/e le mani per impastare come in camporella/le nuvole gonfie in cielo come michette”, p. 15 –  così parla ad inizio di racconto, IL BRAM, il panettiere –  e la spoccheria noiosa e malsana del quotidiano: “Del mondo di oggi capisco poco/e dell’eternità niente del tutto/e non so cosa dire a chi dice/che Dio non c’è più: però c’è il porcodio,/sicuro come l’oro, e anche più di uno,/facce da faldoni che con i loro garbugli/ti rimbambiscono completamente e poi/non li vedi più non perché siano spariti,/sei tu che un bel momento sei diventato/la guardia, la prigione e il prigioniero”, p. 49.

A dire di questa possibile necessità del dialetto,  è una sua caratteristica che forse ho capito solo dopo questa lettura: e cioè il compito di slacciarsi da una lingua ufficiale e  per giunta imbastardita come l’italiano: non perché il suo male consista nell’essere lingua mutante e invasa, cosa che, del resto, è sempre avvenuto e avviene nella storia dell’evoluzione delle  lingue – ma perché la lingua delle scuole, della televisione e dei giornali, non è più la lingua che si parla dentro la casa, dove le cose hanno nomi familiari e non mutano per invasione ma piuttosto trattengono, ricordano incessantemente, contribuendo così a preservare un paesaggio, e non solo linguistico.

Il tono di questo libro, appunto, è quello di un “poetico” che non coincide col “lirico”, se siamo disposti ad accettare che anche la lirica è genere, mentre il poetico è, in modo più complesso, lo sguardo che si pone limpidamente davanti alle cose e non le nasconde.  –  uno degli aspetti più interessanti che si potrebbe indagare a proposito di questa scrittura, è l’irrilevanza dell’apparto retorico “poetico” –.

Il poetico, o il lirico, e a questo punto non si fa più alcuna differenza, proprio perché non si percepisce la giustapposizione retorica del PIROBUTIRRO GADDUS, lo leggiamo nello splendido finale in cui tutti i personaggi dell’infanzia vengono evocati come in un coro, e la nonna Angelina chiama il suo nipotino al viaggio, con parole che mi hanno commosso – si può ancora dire? – e che qui riporto per intero:

ULONA

Ma pian piano nel buio nelle case

si aprono porte e finestre

di luce e le persone si incontrano tutte per strada –

ecco lì il Cumén ombrellaio, il Canòn,

il Segiuné, il Ragnècu e il por Parö,

il Pepp e – oh gente chi

c’è! –  il pà Luigi,

la Maglia il Dazi e la Biaja il Chichinetu

e gli Stévan, ci sono tutti, e dal Bisbèrgual

scendono insieme alla ferrovia.

LA NONNA ANGELINA

Lascia pure a casa il tuo giubbetto, piccolo caro,

e anche i calzoni, le scarpe, tutti i vestiti,

vieni via così, che tanto dove

stiamo andando è un posto più lontano

e più freddo della Transiberiana,

o più caldo, non lo so, e se la strada è lunga,

e incontrerai per strada persone

che con sicumera e un sorriso

stitico ti diranno “Dio” oppure “Nulla” come

fosse una spiegazione –  la spiegazione

sono i loro modi, ma tu badaci

senza esagerare, che la tua lingua si muova

come la punta della fiamma che hai dentro,

che anche la mattina presto d’inverno

ci sono i fiori di gas dei fornelli accesi,

i girasoli blu che seguono il buio,

e perfino la ferrovia abbandonata

sembra una scala d’argento e d’oro

che muore via verso le smagliature del buio:

e ora guarda quella roncola arrugginita

lasciata al bordo della strada da un contadino,

sta lì calma come un punto di domanda;

e guarda la porta dell’imbianchino

che adesso è nera ma domani è blu

quando il sole la rivestirà di uno strato di luce,

come adesso in cielo e in mano c’è la luna

splendente come una maniglia di ottone.

ULONA

L’Olona e la sua gente hanno cantato le loro canzoni;

il resto domani, se salirà ancora il fiato del mondo.

p.75/76

Sebastiano Aglieco

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