Iliana De Monte, un giradischi che gira a vuoto

Iliana De Monte L’INCLINAZIONE AL CERCHIO, L’Arcolaio 2008

del monte 546In alcuni passaggi di questa opera prima, l’autrice sottolinea il suo modo di procedere nella scrittura: “piango d’acrobazia sul letto quasi sfatto/tra un’acca e una parentesi/una museruola al litio e il muschio nella pancia”, p. 20.
Scrittura nel corpo, quindi, che si sforza di stare dentro la misura e nello stesso tempo la tradisce. Dentro e fuori; ma anche sopra e sotto – vedi il disegno di un palombaro che, scendendo nell’acqua, si porta con sé dei corpi avvinghiati allo scafandro –
Posture, anche: posizioni del modo della mano di impugnare una stilografica – (disegno di pag. 21)
Ma anche distanza, nel tempo e nello spazio: “In quale stampo sei/anima mia?”, p. 12.
E’ una scrittura che risulta coscientemente dislocata – da qui la sua ricchezza e il suo barocchismo – ma anche fuorviante, perché il corpo della parola è portato a guardare di rovescio, attraverso – assai funzionali appaiono i disegni che accompagnano queste poesie, veri cartelli segnaletici di un percorso illusionistico; nel disegno di copertina si vede una mano che attraversa una racchetta/pentola per afferrare un occhio/noce –
L’io, ancora una volta, e per tradizione, non agisce ma si fa agire: “La mia inclinazione/al cerchio/mi medita”, p, 23, anche se la perdita del centro, qui, non costituisce, sicuramente, il risultato di una resa incondizionata:”L’impellenza del mio/cranio scoperto/e il graffio sul nervo teso/Noi ribadiamo/è tempo di andare/ma nel cerchio restiamo sospesi/al punto imprecisato”, p.23.
Non è scrittura, questa, degli scarti dell’età giovane: ci sono già le rughe, c’è una scena, sconsolata, di un giradischi che gira a vuoto e di un ballo silenzioso. La scrittura, in questo non arrendersi a tutti i costi, approda a una sorta di riso sguaiato, di immagini che il realismo non può contenere, di proclami appiccicati ai muri per protesta; come l’indicazione di un percorso di vita che non porta da nessuna parte.
Libro che a volte cresce per accumuli, un diario barocco di stati d’animo, pensieri, improvvisi attacchi al tempo e altrettanto improvvise ritirate, come il movimento ciclico della risacca, con i suoi pieni e i suoi vuoti, nel cui tempo/ritmo la parola costruisce le sue fragili impalcature sorretta da un’aggettivazione spesso strabordante; come pegno di una presenza, di una volontà ad esserci a tutti i costi; a rimanere nel cerchio, malgrado le partenze.

Sebastiano Aglieco

*
Il clacson morde l’orda leggera
La carne è macchiata di spezie
Sotto la navata si snoda un tunnel
Di vita fraudolento
Dentro una galoppata di piccoli fantini
Corrono gli acini dentro il braciere
E cola il liquido che frigge
Ruminanti i pensieri svaporano
Macchie di pecore in collina
Gli anelli danzano i giri
Della spirale nascosta
Gli uccelli non hanno feste
Ma piste dove si atterra e si riparte
Per una maglia che ha buchi innominati
Da chiudere otturando la luce
Si attorcigli il simulacro
Di un rito che non ha più usanza
Solo denti da rompere e pali da estirpare
I rubinetti versano ritmi alienati
I lupi sanno dove attendere la preda
Guidando dai remoti albori si scuoia
L’involucro al sintomo fatale
La sindrome di rinascere cloni
Attaccati al bagaglio
Ricrescendo a radici staccate
Ed il corpo sospeso in attesa.

*

Io non scrivo,
cerchio con la lama silenziosa le crepe,
e mi tuffo nel muro,
per la sua natura silenziosa,
nel suo ghigno,
che mi restituisce il colpo.
Così la sua voce mi placa,
nel suo timbro mi cancella, deposito le forse nei bagagli a mano
fra spalle di quadrupede che affossa la testa.

*

La mia inclinazione
al cerchio
mi medita
ora puntata
ora girata
Sono sempre seduta
e sognata
nell’ordito minimo
della ripetizione
e sempre punti e spazi
e nuove curve
nella fiera di Levante
sul soffitto dell’Occidente
alla mensa piatta
nella vetrina degradata
sui fondali ancora ingombri
e nei posacenere muti
Lo scoglio e la muta
l’arsura del beduino
sellato al lento scorrere
dello zoccolo scoperto
L’impellenza del mio
cranio scoperto
e il graffio sul nervo teso
Noi ribadiamo
è tempo di andare
ma nel cerchio restiamo sospesi
al punto imprecisato.

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2 Replies to “Iliana De Monte, un giradischi che gira a vuoto”

  1. Grazie, Sebastiano. L’irregolarità di questa “Inclinazione al cerchio”, è scrittura che pendula in contemplazione della propria anomalia. Essa è incline al cerchio come “vaga tangenza”, come tentativo di impossibile collimanza. Pescai io, in fase di produzione, quel verso di Ileana, che successivamente ebbe la sorte-gloria di divenraere titolo.
    La tua scheda, caro Seba, ha la virtù di vedere altri angoli di questa segnatura, a mio avviso geniale.
    Grazie e complimenti per il tuo acume.
    Gianfranco

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