Morire per sete di amore

Un semplice racconto di
UNA STORIA DELLA VERA CROCE, di Piero Marelli, con illustrazioni di Gaetano Orazio, Introduzione di Maria Teresa Paolini, La vita felice 2003

marelli 20Il canto della passione e morte di Gesù è un vero e proprio genere letterario. Ricordo le prove in poesia di Franca Grisoni, di Mario Luzi, ma tanti altri esempi si potrebbero aggiungere. E’, insomma, l’episodio più umano e drammatico dei vangeli, tante volte narrato al cinema da grandi registi, fra tutti mi piace ricordare la passione secondo Matteo di Paolini, forse il film che ha compreso meglio; o forse il film, uno dei primi, che ha restituito il messaggio al realismo della contemporaneità, all’urgenza del vestire il Cristo degli abiti che indossiamo, dei nostri dubbi e della nostra sete di amore. Episodio, insomma, che attrae credenti e non credenti, tutti accomunati dall’umana comprensione verso il nostro stesso mistero.
Ora leggo questo testo prezioso di Piero Marelli. Prezioso anche nella veste grafica: grande formato adattato alle tavole in carboncino di Gaetano Orazio che raccontano parallelamente, nel genere della via crucis.
E’ uno dei testi più belli di Piero, accostabile alle sue prime prove: Antigone, Edipo, Stralusc… per l’equilibrio tra i passaggi lirici e le parti argomentative, in sintonia con i procedimenti di riconsegna al quotidiano dei pensieri e delle reazioni dei personaggi al grande evento; di smitizzazione, insomma, come fa Ritsos nella evocazione delle grandi eroine del passato, liberandole della maschera del mito e restituendole alle passioni che ci accomunano; ma anche Diego Fabbri, uno dei primi a far indossare al Cristo l’abito “civile”, nel suo bellissimo Processo a Gesù.
Leggiamo dunque le parole di Pilato, il funzionario, l’amministratore della legge in nome di terzi. Parla di sé mettendoci in guardia dai falsi idoli, senza risparmiare critiche neanche a se stesso, alla propria mediocrità e ipocrisia: “Io sono una persona banale …”. Senza idealismi di sorta, ma con quel realismo un po’ becero o pragmatico, a secondo dei gusti, che così bene conosciamo negli ambienti di lavoro: “Ma che giusti e giusti/nessuno lo è, e detto sottovoce, nemmeno io/lo sono”.
Soprattutto non capisce, non ha voglia di capire, non ammette sconti alla banalità del quotidiano, al fatalismo della Storia: “Beati?… Chi?… I poveri?…Non fatemi/ridere!…Boh!…Non capisco e soprattutto/non ho nessuna voglia di capire. Me ne lavo/le mani, così capiranno per la prossima volta”
Parlano i carnefici: professionisti del dolore, quelli che fanno il lavoro sporco, che non vedono l’ora di staccare la sera, perché in fondo di un lavoro si tratta, di uno sporco lavoro, necessario per un pezzo di pane: “Bene! Anche questa volta non abbiamo lavorato per niente. In magazzino era già pronta/una croce, velocemente le abbiamo dato/l’ultima sistemata (…)Ogni volta/la stessa storia, gli altri a comandare e noi/a eseguire e guai a commettere errori, tutto deve/andare liscio, altrimenti ci aspetta una punizione…”. Ingranaggi, insomma, “ho sempre ubbidito agli ordini,/eseguito puntualmente i comandi e non venitemi/a dire che ho qualche responsabilità. Sono stato/e sono solo una rotellina di un ingranaggio/oliato da altri”.
E poi le parole che forse ci riguardano di più: “Rassegnatevi, siamo il modello vincente/le nostre leggi sono le migliori e le nostre diete/e la nostra medicina prolungheranno sicuramente/anche la vostra giovinezza”. Come non pensare al globalismo, alla cannibalizzazione di un modello dominante? E soprattutto al potere del sangue versato per l’avvento del male – se il male è il desiderio dell’unotutto, sraricamento delle memorie – E sarebbe possibile il potere senza un esercito di sgherri? Senza la forza della manodopera che non si chiede, perché non è chiesto di chiedersi di nulla, ma solo di smuovere montagne? “Le tue sofferenze mi sono indifferenti, sono/un professionista della morte io, è tutta la vita/che ammazzo, uno più uno meno è la stessa cosa./Via, andiamo, sbrighiamoci, non ho ancora/mangiato oggi e ho voglia di fare/una bella dormita quando tutto sarà finito”.
Poi, finalmente, sentiamo la voce di Gesù. E’ concentrato nel suo dolore; nel problema di non cadere, di non perdere l’equilibrio. Riprende la considerazione dei soldati e, nelle parole di Piero, si spalanca il senso di quella espressione famosa:perdona loro perché non sanno quello che fanno. Questo non sapere è la conseguenza dell’obbedire ciecamente, “Alla resa dei conti, tutti non fanno che obbedire”. (…)sento/che sto restando proprio solo,/sento che da tutti e da tutto sarò abbandonato.//Poche ore fa ero ancora a cena/con gli amici, abbiamo parlato del più e del meno,/vino ne è girato abbastanza e, come sempre/alla fine di una festa, mi ha preso un po’/di tristezza, e sono andato nell’orto a prendere/un filo d’aria”.
Qui assistiamo addirittura all’umanizzazione del gesto più solenne, più storicamente rilevante: non si descrive l’istituzione del rito dell’eucarestia, ma siamo prima, al vino come legante fra amici, con parole che potrebbero riguardarci personalmente, che ci riguardano, quando ci scostiamo dalla festa, usciamo fuori, aspettando un amico che ci consoli. Che ci tiri fuori dal nostro male, dalla nostra solitudine inconsolabile; un cane rognoso che spesso non conosciamo bene anche noi; un cane antico, come le origini del mondo, che ci mette in contatto prematuramente con la nostra morte, il nostro desiderio di ritornare:

Ho la stessa paura
di un cane abbandonato, esigente nel chiedere
se proprio così doveva essere fatto,
con le mie guance pronte per il sogno
dei trent’anni…Sto imparando la riuscita
del morire, custodito dagli sguardi
di tanti spettatori, dove niente di più
è aggiunto al mio sogno temporale,
rivelando in me il bambino spaventato
dal buio, cercando la madre del padre,
pacificata dalla memoria dei profeti
su regni immaginati, su città abbattute …

Mai parole più belle ho letto per la descrizione di questo momento, di questo prologo all’orto degli ulivi. Quando riascoltiamo la solitudine che ci faceva nascondere, da bambini, dietro un muro di carta e vento che un soffio leggero poteva sgretolare, mostrandoci improvvisamente braccati dagli occhi. Riparla questo bambino, qui; non un figlio abbandonato dal padre ma un figlio che riprova lo spavento del buio, perché la mano dei carnefici è troppo grande e gli sguardi sono pronti a varcare le porte.

Poi appare la madre, come tutti sappiamo. Quante volte è stata descritta questa scena nel corso della storia? Quante volte una madre deve avere immaginato il dolore per la morte di un figlio? Non il contrario, forse: un figlio la sua stessa morte di fronte alla madre.
“Cosa sei venuta a fare? Non devi vedere!/Avremo altre occasioni per stare insieme,/non queste. Posso solo guardarti e non posso fermarmi,/ho promesso ai soldati di essere ubbidiente,/quindi lasciami proseguire nel necessario pomeriggio/a litigare con me stesso perché non ne conosco/un altro per dare un senso a questo giorno…”.
Per amore, per un mortale sbaglio d’amore.
Potrei andare avanti così, semplicemente, a raccontare le pagine di questo libro. Perchè i libri più belli sono quelli che si fanno raccontare, che non ci assalgono con la loro chiusura ma ci lasciano spiragli. Anche i libri più monolitici, più duri a capirsi devono mostrarci una fragilità, il punto debole che possiamo spaccare, allargare con il forcipe per entrare.

Noi siamo la madre che non ha capito questo figlio, che prova a entrare nella sua testa, a salvarlo da un istinto all’amore forsennato, costi quel che costi.

Vorrei anch’io disperarmi per questo figlio
contando sulle sue parole così calme
e senza scampo, sgomente per chi non ha
la più vaga idea di questo bambino
che ho sempre spiato nei giochi. Lungamente
l’ho guardato dormire, confusi io e Giuseppe
se il suo sonno sembrava così felice.

E…poi il trovarsi per caso sulla scia della Storia; per caso, sotto i riflettori del mondo. Scoprirsi, per caso, un attore involontario:

Cosa c’entro io in tutta questa baraonda?
Ho appena lasciato i campi per venire
a fare compere in città, che subito mi sono trovato
in mezzo a questo trambusto. (Il cireneo)

…e poi lo sguardo delle donne, “la solita intromissione femminile in questioni capite confusamente”. O forse, meglio, un altro modo di vedere le cose, “un altro orizzonte delle donne”. Prova del cuore, non della testa. Mentre il cireneo è obbligato, la veronica decide e si fa avanti, utilizza altri strumenti per interpretare i fatti. Anzi, rinuncia a interpretarli. Con meraviglia arresa. Ma anche con forza di rottura:

A casa brontoleranno
per il pranzo non ancora pronto, per la camicia
non stirata, per i vetri non puliti…

Anche lei ha

il diritto di non cantare
in questo coro di Patrioti di Dio,
sapendo bene che i giorni e i fatti non sono
quei cari parenti che arrivano inaspettati
portando scatole di caramelle, ma una distanza
da percorrere semplicemente nel bisogno
di questo pomeriggio con i muti aggrediti
dal sole, nel timore di essere indesiderata.

La Storia è un’altra, probabilmente ha altre ragioni, altre dimostrazioni. E’ la scelta di non farsi portare le valigie continuando la salita per non mancare a un appuntamento. Perché

Questo pianto non è che uno
dei tanti modi per cominciare, sarà in questo
possibile, dare ragione all’incredibile
di questa terra dalle facili stagioni…

Perché:

Questa è l’ultima riga di un sogno
Affermato solamente da quanto dovrà accadere.

Perché:

Cosa sarà mai
la casa domani, in ordine per le mani
che non avranno pietà delle tovaglie ricamate,
del servizio di bicchieri mai usato,
delle poltrone a cui non è stata tolta
la protezione? Incontrerete voci sconosciute
nel corridoio, quando le bocche non sapranno
cosa rispondere e ascolterete i bambini gridare
a piedi nudi sulle scale e la cucina si troverà
saccheggiata da sconosciuti con passi rimbombati
come un temporale in arrivo. Nessuno di voi
potrà assomigliare all’indifferenza
delle nuvole o agli uccelli che se ne andranno
da un’altra parte, perché il vostro cuore rientrerà
nella pietra e gli oleandri, ambiziosi come statue,
caricheranno con i loro colori
le ombre sul tavolo, il pane non mangiato.
…………………………………………………..
Quello che ho provato per quest’uomo
non lo capirete mai.

Un pensiero altro, che ben coincide col sogno di un altro racconto del mondo dove il dare a Cesare quel che è di Cesare presuppone la creazione di una città dove i cuori si espandono nella libertà di “ricominciare da un’altra parte, di seguirlo…”
Forse, l’errore della predicazione consistette nell’’essersi svolta pubblicamente; di non avere esercitato come il mestiere della maddalena “fuorilegge protetta dalla legge”. Liberi dentro, da dentro, insomma, abitanti della città degli angeli e ospiti della città degli uomini.

Morire è sapere di morire.

Ho perso la mia casa e perso mia madre, ho nascosto
nel cassetto più segreto i fogli della felicità:
morire, ho detto, è sapere di morire.

Morire, insomma, all’ignoranza, alla legge naturale. Qui si muore veramente, non si rinasce al pensiero, al muro di un atto di libertà.

So che questo capiterà altre volte,
il freddo è la risposta in cui rifiutiamo di entrare

Il dopo non può essere descritto. E’ questo prima necessario che ci riguarda, il cammino verso una nostra forma di liberazione; il cammino doloroso, senza il quale nessuna liberazione è possibile o necessaria. In fondo questo racconto millenario è così potente perché parla ancora di noi: dei nostri desideri e delle nostre sconfitte. Del nostro umano voler consegnare a un non tempo, il senso più profondo del nostro esistere. Con o senza Chiesa, teologie, posizioni politiche … L’ossatura che rimane di questo racconto è il riavvolgimento velocissimo della pellicola della nostra vita: la casa in cui abbiamo amato, tradito, desiderato, tremato di fronte alla morte e pianto davanti alla nascita di un bambino. Piero Marelli lo riconsegna ancora una volta all’urgenza della modernità.

Sebastiano Aglieco

Annunci

2 Replies to “Morire per sete di amore”

  1. Questa recensione/restituzione (?) di Sebastiano Aglieco arriva puntuale, per i giorni della Passione. Per le strade si rincorrono milioni di automobili. Le agenzie di viaggio rispondono ai bisogni di molti. Gli agnelli pasquali vengono sacrificati…
    Posso sostenere con la forza della mia convinzione (soltanto) che si tratta di una “restituzione”. Sebastiano ha restituito a Marelli il senso/significato del suo lavoro. Non lo definisco più poesia. Poiesis è il “fare lavoro” che trasforma, altrimenti è un dannoso aggiungere il nulla al vuoto.
    Il libro di Marelli è un libro d’arte, anzi lo diventa,per quelli che non hanno potuto leggerlo perchè non ne sapevano l’esistenza.
    Adesso lo sanno e non possono accampare scuse.
    Per questo “recensire” un libro di poesia ha valore, anche se uno soltanto legge. E il web è per pochi, quelli che “aprono” il sito e “si aprono alla lettura”.
    Per questo i festival, le riunioni, le marce pacifiche, le dichiarazioni di intento devono diventare lavoro: trasformare la parola in gesto, sottoscriverebbe Sebastiano.

    E a questo punto sappiamo che molte parole possono diventare “gesto”.
    Quale, però, quale gesto?
    Dove compierlo? Sulla pagina scritta è stato già fatto.
    Nella edizioni d’arte è stato già fatto con la bellezza che merita.
    Ne vogliamo ancora parlare o vogliamo “fare questo lavoro”ulteriore che “santifica” la poesia altrimenti ripetizione dannosa e narcisa?

    Buona Pasqua a tutti quelli che “lavorano”.

    Mi piace

  2. Grazie come sempre, caro Silvano. Poi ne parliamo, magari…Intanto un abbraccio a te e a Patrizia.
    Sebastiano

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...