PER FABIO FRANZIN E I SUOI OPERAI

Fabio Franzin, FABRICA, Atelier 2009

fabio_raitre1Non ho avuto un padre operaio. Mio padre, i miei zii, quasi tutti gli abitanti del mio paese, erano braccianti agricoli: termine palese, per dire delle braccia e di ciò che è loro richiesto.
Così la mia infanzia e la mia adolescenza sono state costellate dalla ricorrenza di un lavoro che si trovava ai tempi del raccolto e della semina, quando i padroni, piccoli o grandi, spesso si rivolgevano alla piazza piuttosto che agli uffici di collocamento.
I ragazzi che “non volevano” la scuola andavano a bottega, assai spesso si facevano garzoni per imparare la dura arte del muratore e del meccanico. Già da piccoli, appena prima o appena dopo la terza media.
Poi c’era la strada del profondo Nord, la piccola e scomoda carriera militare, la malinconia e la reverie dei treni, l’invidia per chi se ne andava, per chi era riuscito a tracciarsi l’idea di un possibile futuro.
Nello sfondo del paese: la parrocchia e il circolo degli operai, la malinconia di chi restava col sentimento dell’inutilità, e la caparbietà di chi proseguiva e si anneriva con dignità nelle campagne, o con rassegnazione, sulle panchine della piazza, a montare e smontare motorini, a esibire piccole e grandi libertà, piccole e grandi idee di una rivoluzione impossibile e idealizzata.
Gli operai erano lontani, a Gela, ad Augusta, alla Sincat. Quelli erano i privilegiati, possessori di posti fissi ottenuti chissà come, tolti alla campagna e perfino all’handicap mentale della pastorizia e del piccolo crimine. E infine l’aspirazione a un posto fisso, negli uffici pubblici: un sogno al quale si poteva accedere solo attraverso una raccomandazione. Le raccomandazioni c’erano veramente, e palesi, altro che frottole!
Non ho respirato, da ragazzo, l’odore delle grandi lotte sociali. Le lotte operaie c’erano già state, ad Avola; i braccianti avevano alzato la voce, avevano preso le botte. E poi si diceva che i comunisti adocchiassero gli adolescenti, si diceva che li strumentalizzassero. I tazzibbau al circolo degli operai li ho preparati anch’io, in un breve periodo della mia vita da adolescente, un anno in cui la ricerca di un pensiero proprio venne scambiato per inutile idealismo. “Ma chi te lo fa fare, lascia perdere, pensa alla tua vita! Non farti nemici. Prima o poi avrai bisogno anche tu…”
Seguì la fuga nel profondo Nord, più immaginato che reale. Lasciavo un luogo che non è cambiato: il circolo del partito comunista simile a un ritrovo di vecchietti; la parrocchia; discorsi impegnati sulle panchine della piazza, voglia di fuga, strazio adolescenziale.
Gli operai erano ad Augusta, a Priolo, a Gela. Non li vedevamo. Li leggevamo sui giornali, soprattutto quando scoppiava qualche cisterna e i fumi arrivavano a Siracusa, e si diceva di malattie, di metamorfosi del corpo. Noi sapevamo, piuttosto, della fatica della campagna, del sole che bruciava la schiena, della vergogna di non sentirsi all’altezza delle donne che entravano nelle serre a quaranta gradi e ne uscivano come madonne straziate da un calvario, nere come carbone. Questo dolore, questo peso della vita, questa grande dignità, me li ricordo. Sono valori che ho avuto la fortuna di respirare. Ero studente con le mani nella terra – un rapporto che ho sempre mantenuto ancora ora – il dolore di sentirsi fuori dal tempo circolare delle stagioni, di abitare una consapevolezza lontana e crudele, lontana dalla Comunità.
Gli operai sono sempre rimasti in un orizzonte culturale, piuttosto che nella vicinanza del capire.
Dico questo per un fatto molto semplice:
per parlare del dolore bisogna aver provato dolore
per parlare della lotta bisogna aver lottato
per parlare della rabbia bisogna essere stati arrabbiati
per parlare degli operai bisogna essere o essere stati operai.
Io non potrei. Non mi permetterei.
L’operaio poeta Fabio Franzin, operaio per necessità di sopravvivenza, parla da dentro per testimonianza, ma anche per necessità. Lui lo può fare, i poeti che fanno la cronaca no. Per questa necessità le sue parole trovano un ritmo naturale, una cadenza che non ha niente di manieristico e che ci fa ascoltare il racconto, ci fa vedere le immagini degli interni; al principio con una forte connotazione sinestetica, poi col cipiglio della polemica, necessaria polemica, e della sconfitta.
Chi è passato a Sesto Marelli, tutte le mattine, per anni, e ha assistito allo smantellamento delle grandi acciaierie, fino alla creazione dei centri commerciali della modernità e dei casermoni lussuosi per ricchi, forse ha provato, come me, l’impressione di un cambiamento epocale, di senso delle cose. Noi non possiamo veramente sapere, noi che abbiamo assistito senza conoscere. Noi possiamo, però, e dobbiamo, ascoltare chi ha buttato sudore dentro quegli spazi, chi, per sopravvivere agli ingranaggi, ha dovuto usare la forza dell’arte per raccontare e raccontarsi. Io posso dire dell’angoscia di andare a prendere qualcuno a mezzanotte, imprigionato in un magazzino a incassettare verdure; dei miei studi interrotti per senso di colpa e debolezza, di un mondo perduto per sempre, già a 25 anni, e ancora perduto, doloroso, che affiora ogni tanto dalle macerie di ciò che non abbiamo potuto realizzare fino in fondo e che mai splende limpido, se non in qualche ricordo dell’infanzia dove i grandi non potevano entrare.
Non conosco, non ho conosciuto gli operai. I contadini sì, la loro pesantezza, la loro testa diversa dalla mia. Ma forse, contadini e operai sono stati accomunati dallo stesso destino della scomparsa di un mondo, certo crudele, ma forse ancora vivo, fatto di cose che si devono fare e dire per necessità, una necessità che accomuna chi scrive e chi legge, chi parla e chi ascolta, chi subisce contro chi ferisce. Mangiare un pezzo di pane e un’insalata appena strappata alla terra, dopo la fatica, in cerchio: questo sì che me lo ricordo bene.

Sebastiano Aglieco

*

Guarda quegli operai, nota
come sono assorti
fra i loro pensieri mentre si
concedono una sigaretta seduti
contro il muro della fabbrica

guardali, stanchi e sporchi,
con i jeans che un tempo
erano alla moda, ed ora
sono solo un paio di brache
troppo corte e rattoppate

con quelle camicie sbiadite,
le scarpe lerce di colla
o di oliaccio, ciglia e capelli
gialli di segatura. Sembrano quasi
dei clown fuggiti

da un circo, così, ridicoli
e malinconici come i comici
del cinema muto, e muti sono
anche loro perché la fatica
gli ha estirpato la parola

guardali ora mentre schiacciano
la cicca sotto i piedi e a capo
chino ritornano dalle macchine
che attendono ancora i loro atti
servili; i sogni volati altrove.

Si sta lì, tutti uniti,
sì, ma perché tocca, più
che altro, appesi tutti
alla catena del bisogno,
finchè tiene.

Un po’ come quei carrelli
uniti fra loro
fuori dai supermarket:
poi giunge un padrone nuovo,
spinge un euro dentro

il tuo taschino, e ti porta
via con lui; contento di te
ti riempie, ti colpa
di cose e regali. Poi – lo
lo comprendi solo alla fine del suo

percorso – le svuota tutte
nel baule della sua auto, quelle cose,
fra i suoi ferretti in croce
rimane solo un sacchetto
di noccioline, dimenticato

lì, forse per sbaglio. Quando
ti riaggancia al tuo
lucchetto, hanno spento le luci;
rimani lì, legato ben stretto
a fratelli che non conosci.

Un mondo intero stipato
nei dieci metri
quadrati di un reparto,
di tutte le sue razze,
di tutte le sue religioni:slavi

e indiani, rumeni e neri,
atei e cristiani, mussulmani
o testimoni di Geova, del demonio
della fame o del dio denaro,
tutti mescolati, così, tutti

già un po’ fratelli
fra di loro, lì, tutti stretti
ad annusarsi l’odore delle scoregge,
il tanfo del sudore, a capirsi a moti,
con gli sguardi, a confutare certe

assurde idee sull’imprimatur
di un popolo, lì, tutti uguali (e compagni d’avventura) ora,
che tanto sotto i guanti di lattice
non lo si scorge più il colore
della pelle, a pisciare, un bianco

e un nero accanto, all’orinatoio,
a passarsi l’un l’altro
un sorriso esausto, una chiave
inglese, a farsi passare quel
tempo sottratto, contare le spese.

(il testo originale è scritto in dialetto. Riporto qui solo la traduzione dello stesso autore)

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5 thoughts on “PER FABIO FRANZIN E I SUOI OPERAI

  1. porto la mia parola a commento perché so cos’ è il dolore, perché conosco la fatica dura dei campi e il peso che si porta alla catena della fabbrica, perchè so cosa significa non avere da mangiare quanto basta, perchè so cosa significa il rispetto per un mondo che non vuole essere migliore di altri ma che ha ospiatato persone che hanno dato molto per le vite degli altri. Grazie per questao aver aperto la porta di casa,fernanda

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  2. Cara Fernanda, grazie del tuo bellissimo commento. Come ho già detto a Fabio: oggi si scrive tanta bella poesia, la tecnica, e anche la furbizia, direi, si sono affinate parecchio, ma la poesia vera la possono fare solo quelli che hanno avuto la possibilità di fare esperienza del dolore e della privazione; per il resto possiamo fare bellissimi discorsi letterari, fingere di essere impegnati, di essere di più di quello che la vita di tutti i giorni può permetterci. Rimane una cosa molto semplice: ad Alda Merini, al di là di tutte le ipocrisie dei politici, si fanno i funerali di stato perchè lei ha saputo e ha potuto trasformare l’esperienza del dolore in parola. E’ stato un privilegio il suo, non un peso. Questo è ancora oggi il vero compito della poesia. Questo incontro dovrebbe permettere la parola.
    ciao e grazie
    Seb

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  3. Cara Fernanda, ti ringrazio, di cuore, per le tue parole di condivisione di un’esperienza che meriterebbe più spazio, nelle lettere, dentro di noi.
    Con affetto e riconoscenza. Fabio Franzin

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