Oltre la recensione

Gian Ruggero Manzoni su LA POESIA E LO SPIRITO, mi dedica queste parole che vanno al di là del concetto di recensione e delle quali lo ringrazio.

manzoni 234Sebastiano Aglieco, a mio modesto avviso, è uno dei nuovi grandi che la poesia italiana contemporanea può vantare. Se n’è accorto l’amico Milo De Angelis e se ne sono accorti anche altri, ma ancora pochi, sempre a mio parere (in particolare chi cura le collane di poesia degli editori ‘patentati’ – ma forse se ne sono accorti fin troppo bene… dare spazio a personalità del calibro di Sebastiano vorrebbe dire mettere in discussione il 90% di ciò che si pubblica in dette collane… cioè il Nulla). I suoi “La giornata”, Ed. La Vita Felice 2003, e il recente “Dolore della casa”, Ed. Il ponte del sale 2006, sono due libri finiti, opere complete, che vivono a sé e, come tali, Sebastiano ce li ha consegnati e noi li custodiamo. Chi mi conosce sa bene che non sono solito sprecate elogi, anzi, o ‘castigo’ oppure mi stringo nelle spalle e vado avanti, perché poco il tempo che mi rimane, ma di fronte alla poesia di Aglieco non posso che dire bravo, ci sei, il leggerti vale il sostare, il non lanciarmi ai 200 con la mia moto alla ricerca del “volo in ombra”, come lo definiva William Butler Yeats. Sappiamo che nell’elaborazione cristiana il dolore viene associato alla condizione primordiale di umanità, che richiede una riparazione. La sofferenza assume allora il significato di un prezzo da pagare. Cristo sulla croce diventa un caso paradigmatico di sofferenza positiva. Fu questo sacrificio a salvare l’umanità dal peccato e ogni cristiano è chiamato a parteciparvi dedicando la propria sofferenza all’azione salvifica. Ai nostri giorni il Papa ha glorificato la sofferenza : “Condividere le sofferenze di Cristo è al tempo stesso soffrire per il Regno di Dio. Il soffrire contiene un appello alla grandezza morale e alla maturità spirituale dell’uomo”. Questa interpretazione ha avuto conseguenze, in particolare sulla terapia del dolore nei malati oncologici terminali, infatti alcuni medici cattolici esitano ad alleviare la sofferenza perché il trattamento potrebbe entrare in conflitto con la redenzione dei pazienti (giusto tutto ciò? A voi il dire). Nel secolo illuminato il male fisico, il dolore e la sofferenza sono visti come ineluttabili, si insediano nella nostra esperienza e, come il bene, non esistono in sé ma unicamente in rapporto agli uomini. Per Voltaire il male è necessario per il fatto che: “Non scorgo altra ragione della sua esistenza al di fuori di questa nostra e sua stessa esistenza”. Nietzsche attribuisce all’esistenza il significato di tragedia, loda la sofferenza come mezzo attraverso il quale l’umanità evolve verso un ordine più elevato e disprezza il comfort e l’evitamento del dolore, quali forme di decadenza che portano all’indebolimento dello spirito umano. Per il filosofo ebreo Levinas, mentre è nella nostra natura esistenziale essere attivi in relazione al mondo, di fronte alla sofferenza siamo passivi. Ne consegue che la sofferenza è sempre un’alienazione del nostro essere e distrugge l’autocompiacimento della vita. Questo ci permette di aprirci alla sofferenza dell’altro/a attraverso la compassione: l’assenza di significato della sofferenza fornisce le basi di un reale contatto con gli altri. E Sebastiano si sporge fin troppo verso di noi al punto di diventare a sua volta un noi. Che altra virtù artistica può desiderare un poeta? Egli dice di sé. “Sono una mente sotterranea a palpitante”… io aggiungo: “Quella mente è un cuore e quel mettersi in disparte una presenza monolitica”. Altro non aggiungo, già ho dato fin troppo spazio alla (sana) retorica che ho in corpo… ma Aglieco val pure una celebrazione.

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