Recensioni e commenti
RECENSIONI E COMMENTI DALLA RETE
MINIME
1.
Bruna Spagnuolo in “Alla Bottega” 1986
Diviso In «Minime I-Minime Il-Minime III. Aforismi, questo libro si presenta senza prefazione, ovvero senza alcuna chiave di lettura che possa dare al lettore un indirizzo d’impressioni esterno alla propria mente ed al proprio sentire. Non farò accostamenti-incasellamenti di Aglieco in periodi-sottoperiodi / correnti-sottocorrenti di vario indirizzo, poiché questa opera prima, con tutta la parte di mondo-mente-corpo-anima che si porta dentro, si autodice. Costretto a trovare una propria chiave di lettura, il lettore si avventura nei versi asciutti, raggiunto ora da una percezione sensitiva di sintomi-sentori premonitori, ora da una pensosa mediazione osservazione (o aspirazione?). I versi sembrano sfociare in confini intuiti oltre la città che uccide, ma dopo brevi schiarite, furtiva e inavvertita, come nebbia senza corpo, una tristezza-nausea ondeggia (nient’altro che eterea presenza o epilogo? / non si sa se in oriente o in occaso). Di tanto in tanto l’eco di un lamento sale dal quotidiano come una pena fanciullesca partorita (partoriente) da (il) tempo morente (vissuto come dimensione-sofferenza di passi che si ricongiungono). Gli occhi sono specchi, le vite fotogrammi-pathos racchiusi in distanze separanti. Lo sconsolato malessere esistenziale che si delinea nei versi non trova scintille-catarsi neppure nell’amore, che appare come semplice lenimento (soltanto una pausa tra le intersezioni-scambio di vita e di morte). Quando alcuni versi disegnano spiragli, s’intravede gioia, ma sincopata ,/mutilata, così come la luce-amore appare acrilica e racconta di una insicurezza che non riesce ad imparentarsi col cinismo, benché lo corteggi. A volte il lettore si sente avvolgere dall’eco di una stanchezza smarrita nell’aria e nel tempo (passato/presente?), come il limite-consapevolezza d’impotenza in/volontaria, non avulsa da una sorta d’insofferenza-dipendenza (inconscia) nei confronti della luce. All’incalzare del tempo-insidia-bluff, Aglieco oppone una attesa senza guerre, come se il suo desiderio di riscatto fosse bloccato da un guscio-guardia-prigione.
2.
“Tra l’apnea e gli strati” di Gabriele Contini in “Malvagia” 1986
Pause, sospensioni, ritorni ora lenti ora incalzanti segnano le fasi cliniche di questo libro, “Minime”, dovuto all’estro di Sebastiano Aglieco , poeta al primo esame del volume in versi. “Minime” è un libro che conosce l’unità tematica, un’unità che auspica il delinearsi dell’universo poematico. La visceralità dell’ispirazione è corrispondente alla velocità della stesura del testo che di quando in quando cede alle lusinghe autobiografiche più per smania di focalizzazione interna che per incoerenza o incertezza espressiva. E’ importante dire che, peraltro, in larga parte della struttura estetica l’esperienza del soggetto come una leva verso l’oscuro sondato e misteriosamente misurato dalla parola. I poeti non scagliano la parola come fosse uno strumento consumato e, quindi, di puro significato logico, dialettico: la costringono nel prisma dalle facce molteplici che rimanderà nei raggi l’effetto di una luce nuova. Il poeta di “Minime” non vuole sprecare parole. Non c’è quasi mai verbo che non abbia, all’interno della costruzione espressiva, effetti plurimi. Questo non significa che le immagini siano lucenti tutte della stessa intensità, ma significa che la tensione vitale verso una nuova dimensione del linguaggio è ben presente. “Minime” si snoda sul filo di un rapporto a due, forse intrecciato e incrociato fra questi elementi: l’individuo-poeta, la coscienza di sè, la vita, la poesia, la femmina, la materia. Forse sono “minime” le difese che il conflitto, il rapporto cioè, fra due entità induce a schierarsi. Volume esile, di questo “Minime» ha il gusto del frammento, lo stile ermetico, il puntuale ricorso ai temi interiori, l’atmosfera difficile e fragile determinata da un’ansiosa ricerca nella psiche della Psiche stessa.
3.
recensione di Fabio Greco
Bel libro, “Minime” di Sebastiano Aglieco, delizioso nella sua ma1izia acerba (con vivissimi riferimenti alla bocca e al sesso), nella sua struttura paratattica con frasi apparentemente indipendenti, una accanto all’altra, separate da una semplice virgola o unite da un provocatorio enjambement (perché provoca inoltre un soprasenso che tende a staccarsi, inutilmente, dall’oggetto della rappresentazione, ossia quello erotico-sensuale), frasi indipendenti, dunque, che come un mosaico, cercano di farsi posto in un tessuto fonico e ritmico, senza quasi mai sgomitare. Un linguaggio amabile che riesce meglio, forse, nei testi brevi, dove il tempo manca e subito è necessario soddisfare le esigenze che dittano dentro, meglio dove c’è breve respiro e l’itinerarium poetico si blocca, dove manca quasi l’ossigeno perché inizialmente e avidamente soddisfatto, e nell’immediato vuoto la cicatrice sembra rimarginarsi, ma è solo apparenza che desta meraviglia e lascia insoddisfatto un desiderio che di conseguenza aumenta. Uno degli esempi più belli è a pag.10 che, dopo un inizio, come dire, rappresentativo, dove in quel “lasci nella bocca quest’amarezza” apparentemente semplice e scontato, si chiude il primo periodo, proprio in quel momento, appunto, che sembra non avere nessuna pretesa, si modella la chiave che darà modo alla lima poetica di prendere velocità, di velocizzare il ritmo, nell’alliterazione della lettera “c”, spingendo il verso sul piano erotico-sensuale (”… tutto è come un sonno/se non avessi la tua carne che consola/e la carne s’appuntella contro la carne/il resto è baciare sulla morte) e in quel s’appuntella ad aumentarne la tensione che paradossalmente si spegne nel baciare la morte sulla bocca dove morte si lega all’amarezza di prima e insieme a loro volta preparano gli ultimi due versi finali i quali, come in un cerchio, si rifanno vagamente a quelli iniziali dove l’indeterminatezza in “questo lento confine” del primo verso si risolve nella determinatezza del penultimo “Ho un male, qui ” e che il secondo verso anticipatore della rottura del collasso della tragedia “che separa la strada dai tuoi occhi” a sua volta si risolve nell’ultimo “dove appoggi spesso i tuoi occhi”, in una ambiguità (necessaria insoddisfazione) che prelude al consenso amoroso sempre minato dal suo esito contrario. Un piano, quello erotico-sensuale, che dominerà per esteso tutto il volume, una tematica anticipata fin dall’inizio, nella molle descrizione degli occhi che “avanzano così minimali, così superficialmente lenti” e del sesso inconsciamente metaforizzato nel verso “Intanto dalle finestre stagnano/queste vie melmose”. E’ un volume d’amore, “Minime”, che Sebastiano Aglieco edifica con estrema cura con riferimenti alla bocca, al corpo come talamo d’amore, agli occhi (topos poetico da molta e antica tradizione rivisitato) e di altri luoghi erotici di altre aree semantiche come la luce, la pioggia e da questa inevitabili sono la goccia, le lacrime (quest’ultime di un fascino sentimentale e sensuale, e così apparse prepotentemente sulla scena dal secolo XVIII, in Prèvost, in Recine), es, a p.16 “Questa luce soltanto/ addossata ai muri della stanza(…) e queste nuvole fradice che piombano/ (. ..) la tua bocca è cosi acerba/ ha sapore che non so dirti” dove alla consueta melodia si unisce il fascino della parola singola (fradice; bocca; acerba; sapore). Il preziosismo che Aglieco, in questa sua prima e molto che più discreta opera ricerca è assiduo, quasi una necessità. E con esso lo stupore, l’imbarazzo che vuole volutamente arrecare e che con molta frequenza genera (dalla metà del libro in poi), come a voler richiamare più fortemente l’attenzione del lettore, a voler mantere la stessa e più alta tensione che qui cresce alla distanza come a p.23 “nuovamente si ripete la follia della gola/la cancrena della carne aperta senza suture” o alla pagina successiva “è bestiale come l’unghia che passa/sulle braccia,l’afoso sorriso carico di schiuma” che inevitabilmente apre un altro motivo, quello dell’orrido-sensuale. Un libro che sa farsi apprezzare, soprattutto per l’impegno elargito dall’autore. Un impegno che troverà la sua migliore espressione nel volume “Grandi frammenti”, pubblicato dieci anni più tardi (Ed. Tracce, 1995) nel quale i temi principali, profusi in “Minime”, ritorneranno più ampliamente e con più maturità artistica. Un volume “Grandi frammenti “, che a una prima lettura fa ben sperare e che in tempi migliori sarà di certo oggetto di una mia analisi, e, lo merita, visto l’inevitabile interesse che ha suscitato in me la lettura, assai gradevole, del primo.
LE COLONNE D’ERCOLE
1.
Recensione di Francesco Mandrino
Indubbiamente lo sguardo è stato gettato oltre quell’ antico baluardo della mente, ci sono prove: “oppure adagiate nei noviluni”, “nella calugine di un’estate”, “Gli uomini li riconosceva I dall’odore portato dagli uccelli”, “di giunchiglie e di malve I succhiate dalla luce”. Ma si avverte anche il peso di un dio che non ne riconosce i passaggi: “quando, nella nudità, il peso della colpa / lo ricacciava nella stiva. Veniva con / passo lento e gli si sedeva accanto / … / o gli asciugava il pianto.” Resta comunque veridico questo Ulisse: “la nave era stata so.lo un pretesto / (l’esercito si era ritirato da anni).”. Resta a rappresentare il cosiddetto occidente: “…Nessuno vede l’altro / nessuno può veramente restituirci la sua dignità;”, anche se giunto oltre il baluardo ciò che gli è richiesto è un passaggio a oriente, e mai come in questo momento emerge la contraddizione: il viaggio come ritorno. Nella seconda parte la restaurazione è forte, s’avverte il desiderio di tirare i remi in barca, la volontà di cercare la terra d’oltreconfine nell’unico sguardo fermato in una fotografia. Viene il dubbio che in questa rinuncia il poeta abbia stralciato la parte dignitosa del suo Ulisse per offrirlo al dio nella sua veste più umile: un’àncora che, offerta alla sicurezza, in realtà depreda della ventura e rafforza i limiti. Ma non c’è strada meno concludente del ritorno, e nella poesia che rifermenta nell’ ultima sezione appare un termine nuovo: “nord”. Una possibile digressione sui fianchi di quella direttrice inflazionata in precedenza: occidente-oriente. Sulla quale la prima parte ha oscillato sperando ne “la formula per sedare il vento;” senza riuscire a fissarsi per un attimo neppure in quella frattura del mare “in cui, a volte, un dio c’intrattiene.”. S’avverte l’imminenza di un nuovo tentativo, un ulteriore approccio col “limite”: “Più in alto, i pensieri degli angeli / sospese sotto i ventri, le radici.”. Il poeta non mente a sé stesso; conosce le colonne d’Ercole, “I pesci segnavano sulla riva / un confine tra i vivi e i morti,” e sa che deve porre “di là i gabbiani, in attesa di una / preda. …”. Coraggio dunque.
LA TUA VOCE
1.
dalla nota di Milo de Angelis
Sentiamo, in ogni pagina di questo libro, un oscuro contrasto, una lesione, un’ardua fedeltà alla propria missione, altrettanto ardua e lacerante: esprimere la libertà attraverso regole severe.
2.
Parole e sangue di Isabella Vincentini
Leggere i versi di Sebastiano Aglieco quali estrapolazioni da l poeti di trent’anni può sembrare riduttivo: come lo è sempre quando si guarda a un autore con gli occhi rivolti a un movimento o ad una tendenza. Eppure la sensazione di appartenere a un “coro della terra”, a uno stesso sentire, a uno “stesso essere stati”, a uno stesso “grembo” è cosi netta da travalicare l’idea di nutrimento comune e di iscrizione ad una medesima scuola. Oltre la questione dello stile c’è la consapevolezza bruciante di una specie che attende la conflagrazione della parola: “le parole dei poeti in pena / il fuoco di quegli anni”. Ma cos’è questa attesa? Non è certo uno stato sognante e limbale, come accade di frequente in chi si affaccia alla scrittura. E’ una veglia, e si svolge di notte: “La notte portava la forma a brani / a chiazze, a morsi del suo sangue / aperto come un fiume”; “Dagli occhi chiusi gli apparve ancora quel/colore da epifania/le ruote precise che rovinano nella notte”; “All’insaputa della notte/quel fumo rappreso sul davanzale/portava i canti delle falene morte”. E’ un vigilare solitario e freddo, recluso, ” – perché non sono mai stato come voi / perché non vi ho mai conosciuti / perché non mi siete mai appartenuti”. Ecco, allora, che l’appartenenza ad uno stesso sentire, lungi dalla confortevole partecipazione, si delinea come uno stato di duro isolamento, come una tebaide, dove l’anacoreta non può che custodire “il ramo del/pianto, secco, l’indurita sentenza dei / poeti, questo sei tu, luce / inappagata, ombra rifranta”. Stupisce una segregazione casi desolata, questa contumacia rinserrata in tane da formiche (”ora viene la notte / ora è la stagione delle serre / ti sentirò dalle tane delle formiche / sangue in bollore caldo, solo forma di / sangue accucciato nei miei pori”). Ed eccola la notte su cui è di pattuglia Aglieco: dare il cambio a una generazione troppo vicina e precoce per smontare di guardia, l’avere in consegna una parola scavata e indurita come una sentenza, ed avvertire, per questo, il bollore del sangue, il fiotto caldo di una palla silenziosa, l’attesa del “giusto taglio”, l’avanzare dall’oscurità di apparizioni e segni, ma “senza ritmo, senza poesia / un colore freddo svagato nella memoria”, “e tu sapevi che non c’era redenzione / – ho collezionato dei tagli / mi , sono consumato tutto in attesa di questi tagli”. Avamposto, vedetta o piantone, per Aglieco, poeta di trent’anni la poesia è taglio e sangue.
GRANDI FRAMMENTI
1.
dalla quarta di copertina:
…l’orfismo, la densità simbolica del testo, la forte espressività sono qui tutti calati nella vita quotidiana, che si fa humus di ogni pensiero creativo…
2.
Luca Rando in “La Rosa Necessaria” 1986
Questa raccolta di Sebastiano Aglieco raccoglie poesie che vanno dal 1985 al 1988. Divisa in quattro sezioni, con diversi percorsi tematici, è tenuta insieme dall’idea di fondo che senza passato non c’è futuro. Così nel primo gruppo (Grandi frammenti), le 8 poesie presenti si riferiscono variamente all’idea di patria prendendo le mosse da una frase di Chatwin secondo cui la terra deve prima nascere come concetto mentale per poi essere cantata e quindi poter esistere. Dal mondo spirituale dei primitivi e dalle loro civiltà sepolte, dalle metropoli moderne fino alla propria terra (la Sicilia) ripescata dalla memoria (Aglieco vive a Monza dove insegna in una scuola elementare), il percorso della patria è introdotto proprio dall’idea della necessità del ricordo e della difficoltà, nel tempo che trascorre, del suo recupero.Nel secondo gruppo (La guerra, i nascituri), il discorso memoriale prosegue con il recupero di un passato che si riferisce ora al concetto di famiglia. Le 6 poesie (che partono da un verso di Jahier che circoscrive il tempo del ricordo agli anni della guerra) ancora una volta pongono in primo piano l’opposizione dimenticare/ricordare, anche se il ricordo assume i contorni del sogno «
GIORNATA
1.
dalla presentazione di Milo De Angelis
Dalla luce della Sicilia, al velo di nebbia del parco di Monza si distende la poesia di Sebastiano Aglieco…una forza antica è presente nei suoi versi, una naturalezza, un’istintiva dote di associare cose lontane e distanziare cose prossime…
2.
dal quotidiano La Sicilia, maggio 2005
E’ nato a Sortino, in provincia di Siracusa, quarantaquattro anni fa, vive a Monza, dove fa il maestro elementare, e si occupa di didattica teatrale e di poesia. In questo libro di versi, che ha vinto il premio Montale Europa l’anno scorso, mostra una vocazione a lavorare in una specie di solitaria distillazione le cose quotidiane. Per Aglieco le parole, pesate, sofferte ed evocate (”parole” è il termine che ricorre più spesso nei testi), hanno la capacità di pronunciare sul mondo e sui ricordi un verdetto che ha il tono dell’inappellabilità.
3.
recensione di Alessandro Catà
I tempi e i luoghi sono importanti nella poesia di Sebastiano Aglieco, egli sente il bisogno di precisarli, annotandoli alla fine di un testo o, come accade in questo libro, indicandoli al termine delle sezioni che lo costituiscono. Questo come per ricordarsi, e ricordarci, che lo sfondo degli eventi che lo riguardano non è mai puramente mentale, né tanto meno il luogo di un’invenzione, ma che invece si tratta di uno sfondo reale, di uno spazio-tempo – ancorché deformato – rintracciabile in una geografia e in un calendario, che sono quelli della sua e della nostra vita. Voglio dire un gran bene della poesia di Sebastiano Aglieco, e in particolare di questo libro, esemplare per la qualità dei testi, per la sapiente, naturale, interna scansione creata dalle sezioni; ognuna delle quali si espande come da un nucleo centrale e segreto che ne ha determinato l’urgenza, l’esplodere della visione. Ne scaturisce una musica austera, di grande uniformità tonale, che conferisce all’insieme un senso di estensione, di ampio respiro e durata. Si ha l’impressione di una scrittura che opera per lente stratificazioni, che evolve per vasti cerchi di tempo sotterraneo; il sentimento di una costruzione ostinata, incessante, che sporge, giorno dopo giorno, sull’oscuro. Nella sua intensa prefazione, Milo De Angelis ha evidenziato la rara capacità visionaria di questa poesia, il senso di arcaicità e di imminenza che la pervade.
Leggendo il libro ho creduto di riconoscere alcuni elementi costitutivi, alcune, potremmo definirle così, forze elementari, quali la materia e la luce, il tempo e il dolore, che fondano la scrittura di Sebastiano Aglieco.
La luce, in Aglieco, ha forti connotazioni caravaggesche, e dunque di intenso chiaroscuro; il che la rende inscindibile dal suo opposto: l’oscurità. È questo il motivo per cui il colore (al contrario del segno) appare relativamente poco importante, tanto da suggerire una percezione dei testi fondamentalmente acromatica. Anche quando compaiono, i colori assumono soltanto valore nominale, mai ottico: non lo consentirebbe la luce, che è troppo intensa, o troppo debole. Se la luce è la luce, la materia è la terra, tutta la terra: il fango e la pioggia; la grotta di una remota iniziazione d’infanzia; il sangue che i picciotti vangano in Sicilia e che le donne conservano (nella sezione “Via della Spidduta”); le case fragili che ci separano e a malapena ci avvincono; e i viaggi, le partenze e i ritorni, il senso dell’infinito “finire di un luogo”. Il titolo del libro, Giornata, riassume l’andamento temporale dell’opera, modellata su questa durata, scandita da questa unità di misura. “Il tempo”, per restare a una definizione di Aristotele, “è il numero del movimento nella prospettiva del prima e del poi.” Il tempo è la configurazione di tutte le cose; esso inaugura il dolore che pervade il libro e in generale tutta la poesia di Sebastiano Aglieco. È con un gesto definitivo che Aglieco si libera del “falso tempo quotidiano”, del superfluo, dei tempi psicologico-personali, delle ritualità sociali, di ogni playtime, delle dimenticanze, del lusso di ogni distrazione. Con questo atto, egli ci restituisce un tempo fondamentale nato dalla sua testimonianza e dalla sua attenzione. Se è vero, seguendo Celan, che l’attenzione è la preghiera dell’anima, allora questo libro è anche un libro religioso. La descrizione del dolore (di un dolore diffuso, che pervade le cose e non se ne andrà mai più; di un dolore che si alimenta da solo, lontano dalle sue ferite) presuppone una cura: “Se proprio vorrai parlare del dolore / ogni tanto dovrai fermarti a / custodire ciò che resta”, scrive Aglieco; presuppone la nascita di un ordine, di una chiarezza dalla confusione; implica la trasformazione da il dolore della coscienza a la coscienza del dolore. Tutta la poesia di Aglieco testimonia di tale trasformazione, resa in lui possibile attraverso una fedeltà; la fedeltà a una Voce, per altro imprecisata e imprecisabile, che, come la sua luce, proviene da un altrove che irrompe sulla scena; oppure si apre un varco negli stretti passaggi che collegano segretamente la terra della sua poesia. In questo senso, la sua scrittura è anche trascrizione di una topografia sotterranea, testimonianza di una circolazione linfatico-segreta sottesa dal quotidiano. Il collegamento tra i due mondi non introduce una metafisica; nessuna illusione, nessun elemento salvifico, perché ci avverte Aglieco: “Non c’è niente che ci renda felici.” Interessante è anche l’atteggiamento dell’autore nei riguardi della parola; o meglio, bisognerebbe dire delle parole. Il dubbio che anche dalla chiarezza delle parole possa dipendere qualcosa; quando addirittura esse non ingannano. In ogni caso, le parole assumono un valore strumentale, di medium, dato che la sacralità e la verità non risiedono in esse, ma in una Voce che dimora altrove. Il valore strumentale attribuito alle parole comporta anche, se restiamo a una distinzione di Roland Barthes, che la sua poesia debba essere vista come una poesia del discorso e non della parola; ossia come una poesia che distribuisce uniformemente il valore lungo la frase senza accentrarlo nella parola singola. La sua resta fondamentalmente una lingua intersoggettiva, socialmente condivisa, non una lingua di invenzione.
“Se dimentico / se mi lascio superare dalle parole, / dopo diranno che non ho avuto / misura, che in questo sentire c’è / l’inganno della terra e delle voci / che hanno posseduto un corpo”, scrive in “Guardando Il Sacrificio di A. Tarkovskij”. La bellissima sezione “Di questo non voglio niente”, che chiude il libro, riassume l’atteggiamento di Sebastiano Aglieco di fronte al dolore: la rinuncia, necessaria a una fedeltà; il sacrificio richiesto per poter ‘vedere’. Il canto, a tratti, si fa più ampio e solenne come conviene a un congedo. Si estende come una quiete; e in una scuola, un’aula si apre a un mondo possibile, alle voci dei “bambini che insorgono e / ci chiedono di spiegare / il dolore del mondo”.
4.
Paolo Rabissi in “La Mosca” aprile 2004
Fanno capo a quaderni scritti e inscritti nell’infanzia (compresi quelli che i suoi piccoli allievi riempiono col suo aiuto) i versi di questa Giornata di Sebastiano Aglieco. Stanno tutti, dice il poeta, in un baule che verrà ³lanciato in un pozzo / verso una luce contraria.² (pag. 92). Se vorremo accoglierli in noi bisognerà seguirne il viaggio sotterraneo armati di pietà per il dolore e disposti a bruciare per i sicuri fallimenti perché se ³i versi anelano a una prosa chiara e limpida² dichiara il poeta, c¹è il rischio che la lotta sia perduta (pag.92). Ma il poeta, abbandonata la Sicilia e l¹infanzia, continua tuttavia a credere solo ³al bambino di me che ancora dice: / tutto è scritto subito in un quaderno / tornerai ancora lì / in quell¹angolo di mondo / che era tutto il mondo.² (pag. 91). Ci torniamo, con lui, all¹infanzia, ed è un atto dovuto per vedere riemergere dal pozzo alla luce la poesia. L¹oscurità colpirà all¹inizio del viaggio chi si è allontanato troppo, si tratta di riabituare gli occhi, di riattivare sensibilità. Per questo il linguaggio del poeta, che nella sua grammatica (senza tremiti, senza tenerezze, senza compromessi) ³avvicinacose lontanissime e separa cose vicinissime² ( l¹espressione è di Milo De Angelis nella prefazione e non saprei dire meglio), appare come quello di chi si è rinserrato a difesa in una trincea e rappresenta invece, col suo tono inaudito, il prezzo necessario per conservare il contatto necessario non solo con le proprie origini ma anche con quei bambini che del dolore nel mondo chiedono insistentemente spiegazione. Ci torniamo all¹infanzia, alla ³fonte semplice ³, perché tutto era già lì, in quello spazio-tempo nel quale dovevamo armarci e ³fondare una parola che dicesse il dolore² (pag. 19) una volta per sempre. I grandi comunque, affaccendati, non avrebbero ascoltato, non ascoltarono, così, insieme al poeta, siamo usciti dall¹infanzia ³con i capelli scomposti² e con quanto di sacro portava con sé lo spavento. L¹offesa, la ferita, il dolore, l¹oscenità della violenza nascono lì e le parole non sono mai sufficientemente chiare per dire tutto ciò. Per questo occorre vigilare sulle parole. Vigilare sulle parole è vigilare sul dolore e sulla pietà. Bisogna curare di non lasciarsi ³superare dalle parole² (pag.67), provarci a ridere ³delle parole che ci allontanano² con la loro ferocia. Ma è dunque destinato al fallimento questo impegno dichiarato a più riprese dal poeta che sa già che ³il coro del mondo non ti ascolterಠe anzi ³ti chiederà la resa² (pag. 36)? Sarà possibile ³essere prova di sé / nell¹inganno del mondo / o nella sua salvezza² (pag.87) quando risulta ³scardinata l¹appartenenza al mondo / allo stare e alla misura² (pag. 70)? A tratti la risposta sembra confortante, ci sono parole che a volte vengono ³?a reclamare una città tra gli uomini² (pag.70), a reclamare un canto che è rimasto sospeso. Quello che può aiutare a ³? rompere l¹incantesimo /chiudere i quaderni e uscire al sole / pregare con un pensiero chiuso / a contatto frontale!². E l¹invocazione non può che farsi preghiera: ³Dio della voce ora? / ?custodiscici / dal vero nemico celato nelle parole²(pag. 89). Ne vale ancora la pena in nome dei bambini : ³ Dio della voce, ora calmaci / prepara la giornata nella sua misura difficile / borsa e pennino verso i bambini.² (pag. 45). Del dolore del mondo, della sua infelicità e della pietà necessaria Aglieco parla in un canto dolente che si distende in una grammatica dai nessi spesso misteriosi quanto necessari, parola e verbo fanno risuonare tra loro significati dei quali senti quanto siano indissolubilmente legati alle radici profonde dell¹esistenza e alle sue lacerazioni. Il verso procede dalla purezza e dalla semplicità di radici sotterranee e semmai è sporco di terra, ma poi, respirato dal vento, si intride dei grumi di una luce attesa, è ³il lampo che il fiore imprime in me² (pag.41). Opera matura che dice una complessità questa nuova prova di Aglieco, di quella complessità restituisco qui solo l¹eco più immediata che ha suscitato in me.
5.
POESIA E’ PREGARE, di Pietro Vernizzi – in “Il Cittadino di Lodi”, 2003
Mentre legge le proprie poesie, la voce di Sebastiano Aglieco risuona paziente e profonda, come quella di un maestro elementare che insegni a leggere e a scrivere a un bambino. A Milano, presso la libreria Archivi del ‘900, il poeta ha presentato il suo nuovo libro, intitolato Giornata, insieme a Milo De Angelis, Isabella Vicentini, Alessandro Catà e Mimmo Galletta. Aglieco, in effetti, oltre che sembrare un maestro, lo è davvero. Insegna infatti nelle scuole di Monza, dove abita da quando ha scelto di lasciare la Sicilia. Nato a Sortino (Siracusa) nel 1961, l’autore è al quinto libro di poesie, dopo Minime, Grandi frammenti, Le colonne d’Ercole e La tua voce. Suoi lavori sono comparsi anche sulle riviste «La rosa necessaria» e «Galleria» e nell’antologia La luce. Al termine della sua performance, di fronte a un pubblico incuriosito da un poeta che forse non conosceva prima, l’autore ha raccontato da quale impulso nasce la propria opera: «La poesia è un atto necessario e dovuto a un Dio, a una voce che ce lo chiede. E quindi in cambio di questo lavoro non c’è veramente niente: né l’applauso né la critica. È un gesto che ha molto a che fare con la preghiera e il sacrificio e, attraverso di esso, quanto vi è di oscuro nell’esperienza umana è trasformato in parola». Riferendosi alle distinzioni dello studioso Roland Barthes, Catà ha osservato: «Quella di Giornata è una poesia del discorso e non una poesia della parola. Cioè il suo valore è distribuito su tutto il verso e non su singole espressioni. La lingua è quella usata da tutti, senza particolari invenzioni». Il pregevole libro, pur non semplicissimo a una prima lettura, comunica con evidenza quel pacato ma non tranquillo sentimento di attesa, che vibra anche nella voce del poeta. Una condizione ben espressa in particolare in una poesia della prima sezione: «Verrà una chiarezza nelle parole / attendo l’ora della voce, quando / ricorderemo, forse, il nostro / duro padre con un viso di bambino». Una chiave di lettura per comprendere l’intera opera può essere fornita da un verso autobiografico dello stesso Aglieco: «In Sicilia solo partendo un poeta può essere poeta». Nel dire l’essenza delle cose, in cui consiste la poesia, è cioè necessaria una distanza tra chi dice e ciò che è detto. Una distanza che non è distacco o indifferenza, ma condizione in cui avviene un lungo e faticoso lavoro. Lo spiega bene Milo De Angelis nella prefazione alla raccolta: «Aglieco sgorga alla luce dopo lente macerazioni, come se la parola si caricasse di una lunga attesa, minuto dopo minuto, giornata dopo giornata, prima di giungere alle labbra. Ne nasce una poesia accesa da un pensiero che sembra ferirsi e sanguinare, tanto faticoso è stato l’ingresso nella parola». Importante, nella raccolta, è anche il tema del tempo, cui Aglieco dedica versi molto forti: «Esiste un ordine e un tempo, / cerco questo in questo tempo. / Guarda cos’è stato il giorno / nelle ore della pioggia: qualcosa è / accaduto e non ce ne siamo accorti». Il poeta cerca di fissare il proprio sguardo nel punto in cui due tempi s’intersecano, senza giungere a un approdo definitivo, ma senza stancarsi di cercare. Ha spiegato lo stesso Aglieco: «La giornata, che dà il nome alla raccolta, è un momento di un tempo infinito. Che cosa rimane di questo momento?». Ciascun verso di Aglieco è un tentativo di rispondere a questa domanda.
6.
Elio Grasso, in “Archivi del ‘900″ Milano – La Clessidra n. 2 2004
Bacon e le visioni, ma anche la casa e la sua soglia. Aperture di parole dirette ai poeti, come si offre un bicchiere di cosa buona. Quietamente. Ma senza sottrarsi alla turbolenza di un giorno che potrebbe essere diverso, più parco di bruciature. Alcune apparizioni, e vari atteggiamenti presenti in Giornata, rendono necessario questo libro dove prevale la relazione tra cose e persone, e dove le lontananze procurano compensi imprevisti. Una luce specifica prova a rendere consistenti, a dar loro volume, figure tanto umane da apparire – proprio come nelle tele di Bacon – stirate e incurvate, precisamente come accade nella realtà. Bacon non deforma la materia umana, la carne, ma la inquadra così come è. Di fronte a questa verità innegabile, Aglieco resta quieto, ci parla di cose terribili e dolci con la forza antica dell’alba, che non omette nulla, avendo davanti a sé tutto il tempo possibile. Egli resta in un suo ordine, in uno stato di tregua vigile, ed è una luce del mattino quella che si stende su tutte le poesie. In alcuni versi, le zone descritte del paesaggio si trasformano rapidamente in parti vitali del corpo, come se la parola servisse a collegare le strade terrestri ai tessuti: “Esisteva un passaggio della terra, qui, / per un piccolo viaggio verso l’inizio; / ora è rimasta la mia vena giugulare / strappata nel punto più alto…” La casa è posata in luoghi ombrosi, i rumori sono lontani, c’è un mondo che ha perso il rombo orgoglioso del suo esistere. Se da un lato questa sensazione dà inquietudine, si fa presto presente un’altra offerta, come da lingua sconosciuta: “Allora saremo calmi / quando il giorno vi aprirà tutte, lingue sconosciute / e non ci sarà più stile / nessuna parola che vi possa veramente contenere.” C’è protezione in versi come questo, una mano che mostra le visioni e che porta vicino ad esse, ma che contemporaneamente stringe le spalle di fronte al mistero. Una stretta confortante. E c’è posto per i bambini in questa giornata, perché non esiste ristoro senza movimenti delicati, e argille morbide che nutrano la “giornata”. Niente è privo di dolore, scrive Aglieco, ma il suo scrivere è la prova che in poesia è ancora possibile fermarsi a sentire gli odori del mondo, senza perderne il senso tragico o sotterrarsi in attesa della fine. Si resta sempre dentro le cose, leggendo queste pagine, non mancano i contatti o l’adesione al racconto: l’appartenenza al mondo resta intatta, così come nei film di Tarkovski (a cui è dedicata una sezione), dove tutto accade e lo spettatore quasi non s’accorge che la cinepresa si muove seguendo la scena. Il fatto è che il tempo spesso viaggia proprio così, ognuno è contenuto dentro l’attesa, e navigare secondo le regole cosmiche inasprisce il canto. Nessuno dice che sia confortevole, semplicemente sottrarsi non si può. Ma al senso dei bambini occorre dare qualcosa, qui si sente che Aglieco è abituato ad averli scolasticamente vicini, e dunque a ricordarsi che le loro domande esistono ancora più forti delle nostre. Un altro aspetto di Giornata è proprio ordinare un metodo per spiegare loro il dolore senza sottrarre bellezza o gioia: “Ma i bambini, i bambini in un’aula dove / un mondo è possibile, dove i debiti / saranno rimessi, / i bambini che insorgono e / ci chiedono di spiegare / il dolore del mondo!”. La solenne volontà si compie dentro un’etica che non dà scampo, anche dura se occorre. La grande luce che vi si allarga viene dal sud, come un aiuto a chi dovrebbe incontrarsi con la poesia. E basta. Ma questo è un discorso che porta lontano, anche fuori dalle tensioni presenti nel libro che bisogna, invece, prendere e conciliare completamente.
7.
Stefano Guglielmin, in www.dissidenze.com
La “poesia-problema” di cui si fa carico Sebastiano Aglieco è assai lontana dall’antipetrarchismo che i cari amici Giampiero Marano e Marco Giovenale portano legittimamente avanti nei loro rispettivi ambiti. Se infatti petrarchismo significa mettere l’identità franta in primo piano, riconciliandola nello stile, possiamo dire che l’Aglieco petrarchista lo è a tutto tondo, e non da solo, ma in compagnia di chiunque creda nella possibilità d’incontrare il pubblico sul piano del significato, senza per questo annullare la carica eversiva del poetico nei confronti dell’ovvio e del senza-scarto. La bellezza, in questo senso, non si fa fronzolo o viatico medicamentoso, orlo zuccherino della medicina morale, come capita spesso nella comunicazione di regime, bensì approdo antagonista al non senso quotidiano, “angolo del mondo” che è “tutto il mondo”, “casa protetta dal contegno” e dagli uomini “affaccendati” in mansioni d’ordinario decoro. Così come nel Sacrificio di Andrei Tarkovski (ampiamente citato dall’autore), il tragico non si sottrae all’evidenza del simbolico – con quel bambino che annaffia l’albero morto, e il fuoco che annienta l’abitare – anche Giornata mette in scena lo spazio consueto, senza filtri criptici o colti rimandi extratestuali, di cui la parola poetica si fa “vedetta”, luogo singolare, ma del sentire collettivo. La problematicità cui sopra facevo cenno (riprendendo una questione discussa in questi giorni altrove), si risolve nel lavoro di scrematura del ridondante e dell’ideologico, ma soprattutto nel particolare agone che Aglieco istituisce fra sé e la lingua: “Voglio parole in me, senza la musa/ oscura che mi ha generato, senza la luce/ dell’angelo. Omettere quell’oscuro presagio…”, recita un frammento della seconda poesia della silloge, che si erge in tal modo ad epigrafe d’un percorso che nega Orfeo, in nome di “una prosa chiara e limpida” (p.92) la quale, senza togliere brio alla parola, rinunci – come l’autore ribadisce in Diario danese (cfr. Stylos del 10/02/06) – “a un’arte che stupisce, che si nutre delle nostre e delle altrui lusinghe”, così da potersi muovere “nelle parole senza la preoccupazione che qualcuno debba occuparsi di noi, ma piuttosto attenti ad ascoltare il respiro dell’angelo bambino che ancora dorme in noi”. Dove “angelo”, nella chiusa, funge da aggettivo, indicando pascolianamente lo scarto fanciullo del vedere, la cui profezia slega l’utile dall’autentico, essendo – l’animo suo infante – immediatezza e speranza, preghiera alle cose che sono, nella pienezza della loro presenza: “Ma tu non fingere la pietà/ non lasciare la consolazione ai morti/ piuttosto bevi da questa polla d’acqua/ di’ che sono le lacrime del/ cielo che ci nutrono” (p.21). Insegnamento, questo, del maestro elementare Aglieco ai “bambini che aspettano il nome conclusivo” (ibidem), ma anche impegno del poeta verso tutti gli altri uomini, fratelli di pena – anche se “fratelli”, per il momento, sono soltanto i poeti (pp. 27, 37) e in particolare Milo de Angelis, con il quale il libro tesse uno stretto colloquio, quasi alla ricerca di un padre putativo duro e necessario (tema, questo del padre severo, non raro nel libro). Nessuna poesia consolatoria, dunque, questa di Sebastiano Aglieco, proprio nella misura in cui egli evita il trabocchetto orfico del voltarsi indietro per salvare l’integrità del proprio mondo e non ha alcuna aspettativa di ricompensa futura, anelando invece ad un abbraccio con le cose e con gli esseri viventi, che sia tuttavia slegato dall’ordine fittizio e/o ipocrita della civilizzazione: “sono quello che non credono e non perdonano/ sono una mente sotterrata e palpitante” recita la chiusa del libro, a ribadire che il poeta è uomo del sottosuolo eppure massimamente vivo, che cerca “un ordine e un tempo/ … in questo tempo” (p.14). E lo cerca, appunto, sapendosi comunità: “ognuno è contenuto e contenente/ qualcosa che ci lascia spaiati, in noi stessi” (p.68), che ci lascia, per così dire, in un dissidio ontologico, superando in tal modo l’equivoco – questo sì limite petrarchesco – che l’identità sia plurale soltanto in seguito ad una scelta indecisa o a una colpa impronunciabile; in Aglieco, invece, l’identità si sa da sempre, appunto, “contenuto e contenente”, in un espropriarsi continuo del materiale di travaso, così che senso e non-senso, autenticità e inautenticità del dire e del fare si richiamino vicendevolmente e senza tregua.
8.
Commenti dalla Rete
…qualcosa/ è accaduto e ci siamo già dimenticati” ma la poesia, il “Dio della voce”, ci da la possibilità di ritrovare gli accadimenti, ci chiede però d’abbandonarci a lui, ci chiede una grande fatica che ha come meta e premio il ritrovarci e il ritrovare gli altri (”Ora sei poema di me/vita finalmente libera”). Così leggo stamattina, d’istinto, questa ‘bella giornata di Sebastiano Aglieco
Antonio Fiori
Esiste un ordine e un tempo, cerco questo in questo tempo….. Profondità e ricerca, leggendo questi versi un brivido sottile mi attraversa, è sofferenza , è grande ricerca interiore, va oltre le origini. Questo vagliare il compimento di un lavoro, questo incredibile senso-bisogno di trovare un riscatto, nel distacco dalle parole che fanno male, nel distacco dal mondo, c’è il ritorno all’infanzia, e proprio qui, tra le pareti di una casa, nell’atmosfera conservata di quel mondo, la tua voce si libera e palpita.
*
La trovo una poesia di una delicatezza estrema, mitigata da una certa durezza di vocaboli, a volte, ma il senso di tristezza che svapora è assai sensuale, accattivante.
Carla
9.
Un resoconto critico è presente in VERTIGINE E MISURA, di Marco Ercolani, La Vita Felice 2008 – SENZA RIPARO, di Stefano Guglielmin, La Vita Felice 2009
DOLORE DELLA CASA
1.
Gianfranco Fabbri, in “L’indice dei libri”, maggio 2007
L’uomo che si accinga ad attraversare uno dei dolori più grandi della propria esistenza – la morte della madre – è uomo predisposto alla costruzione di una cattedrale, che nel deserto apparirà, grazie a una curiosa metamorfosi, come un’acutissima vox clamantis. Infatti, il sito cui allude Sebastiano Aglieco nel suo ultimo libro è lo spazio elettivo nel quale l’uomo può soppesare l’enormità della sua distruzione dinastica. Si legge nelle pagine di questa raccolta di versi un senso di tragedia greca, il quale, secondo la dinamica della sottrazione, giunge a eliminare i colori in eccesso, rendendo perciò la location livellata su toni grigi e foschi, quasi che la città narrata debba essere la polis dei morti. La vivezza del pentagramma è molto spesso selvatica, antipoetica nello stile dimesso, seppure raffinato. L’autore non si preoccupa di mettere in vetrina perizie estetiche ma è tutto inteso alla rappresentazione del ricordo di ciò che è stato. La madre, mai nominata direttamente, sfonda la barriera dei sensi grazie ai quadri geografici di una Sicilia occulta, dolorosa come poteva esserlo per Verga, nonostante i paesaggi industriali degli stabilimenti chimici della costa sudorientale. Una Gea che, così dipinta, appare con maggiore evidenza nella propria, fisica natura. Essa viene investita dalle anime dei morti, le quali, interagendo con le intenzioni dei vivi, creano un pathos particolarmente efficace. Il poeta dice: “Dobbiamo sottrarre le linee / e giungere all’inizio; quando / il progetto era solo un’idea…”, a indicare il desiderio di una rigenerazione delle radici stesse. Piace, al di là di ogni conclusione, immaginare Aglieco nell’atto di uscire dalla casa materna (fatta di latte, carne e sangue) con addosso gli indumenti della serenità olimpica; quasi dovesse condividere il futuro con gli spettri antenati di una Pantalica senza tempo.
2.
Cristina Babino su Stilos
Il Dolore della casa si sente stretti tra le pareti domestiche come in lontananza, a distanza di chilometri. Nell’ultima raccolta di poesie di Sebastiano Aglieco il racconto del lutto si svolge su un doppio binario, mai parallelo: il lutto per la perdita della madre e il lutto per la perdita della terra madre. Termini, la madre e la terra, di valenza reciproca e ancestrale, principi generativi strettamente complementari che vivono e prolificano nell’interiorità dell’uomo e del poeta, raccogliendosi in grumi dolenti e gravidi di senso. Nodi da scavare, penetrare, e da cui estrarre infine stille di forza e consapevolezza rinnovate, soprattutto attraverso un inesausto esercizio poetico: “Alla parola ho chiesto tutto / la strada del ritorno e / la formula per sedare il vento(…)”.
Il poeta vive e restituisce in versi, dunque, un duplice abbandono: quello dovuto alla morte della madre, assenza che però si fa nuova, rafforzata presenza non soltanto nel ricordo vivo e lancinante, ma nell’evidenza stessa dei segni lasciati nella dipartita (”La casa è aperta, ogni cosa sottratta / alla sua condanna: le tue medicine / i vestiti pregiati / i macchinari che sostengono il corpo”) – e quello dovuto alla lontananza dalla terra natia, una Sicilia reale e mitica (Aglieco è nato nel 1961 a Sortino e vive a Monza) guardata da lungi e sempre portata dentro come un marchio non solo d’origine, ma distintivo, di un’appartenenza sentita, vissuta e proclamata con orgoglio dolente e commosso: “la mia terra è il mare / e il mare ha sponde tenebrose / anfratti in cui si perde l’ora e il tempo non consola.” Un canto rivolto alle proprie radici che assume i contorni di una trascrizione biografica del classico tema dell’esilio, scelto e forzato al tempo stesso, di una partenza che non è solo percorrenza di distanze fisiche, ma cammino intrapreso come ricerca nell’esistenza e nella parola: “Nei flussi e nei riflussi della marea / il mare mi ha condotto dove la parola è cava / assenza di uomini, dolore ricucito nei confini” e ancora “Si deve partire con onore o / legarsi a una strada, un frutto.” La sezione che dà il nome all’opera è incentrata del resto sul paradigma dell’esule per eccellenza, quell’Ulisse mitologico, e qui rivissuto in prima persona, che dialoga idealmente con figure comprimarie d’eco altrettanto mitica: Calipso, Elena, Telemaco, sullo sfondo di un Olimpo che è simbolo di un Nume tutelare sempre presente, compagno di strada e benigno guardiano.
L’architettura dell’opera è non a caso scandita in sette capitoli: un numero fatidico e fatale, carico di una molteplice portata simbolica, qui legata a una religiosità fortemente sentita dal poeta, e in più tratti evocata con insistenza, tanto da far apparire l’intera raccolta come una struggente, sconfinata preghiera: “Padre che dagli inverni ci abbandoni / oscuro messaggero della mia carne / lasciami rovinare nel mondo / rotolare col respiro di tutte le cose (…)”. Un sentimento di fede profonda e commossa, che Aglieco trasfigura infine nell’immagine ricorrente di bambini, con la loro purezza d’animo, la loro urgenza di dedizione e di cura, ritratti come in un girotondo gioioso che accompagna la vita stessa del poeta, maestro in una scuola elementare, e quindi ogni giorno in contatto, se non in simbiosi, con i piccoli allievi la cui presenza è sollievo, sorgente di energia, inconsapevole e potente lenimento: “(…) Ti accoglieranno i bambini come / hanno fatto oggi: ‘Ben tornato, maestro (…)’ I bambini si mangiano la morte”.
3.
IL TERRITORIO DEL DOLORE
Daniele Piccini – Famiglia Cristiana n. 30, 23 Luglio 2006
Sebastiano Aglieco (1961) ci porta in un territorio spoglio, di pena asciutta e composta: per una madre che parte, che lascia il <> a parlare, che occupa le giunture, i grigiori atmosferici dei morti. Al centro della poesia l’assolutezza, che talvolta è tentata dalla verticalità incomunicante, talvolta si inerpica col peso della carne, dei corpi, della storia.
4.
Stefano Lecchini, La gazzetta di Parma – 22 novembre 2006 – Il nulla più grande
Come «Tema dell’addio» di Milo De Angelis, anche l’ultima raccolta di Sebastiano Aglieco « (Dolore della casa», Il Ponte del Sale) nasce dall’esperienza-limite della scomparsa di una persona amata: «Più grande il tuo corpo/-tu, piccola, assente/madre bambina/tornata nel tuo ventre». La perdita, qui come sempre, porta al diapason la presenza-assenza di chi ci ha lasciati. L’enormità del corpo, corpo amoroso della madre che non c’è più, ne è una spia inequivocabile. Ma tutto è enorme: cioè, alla lettera, di là da ogni norma. E noi possiamo solo attendere, fermarci: giacché solo fermandoci potremo illuderci di fermare per sempre, accanto a noi, il ritorno della persona che ci ha detto addio. Eppure, non sempre dobbiamo aspettarci la «grazia» di questi ritorni: «Ho sognato/gli altri questa notte/ma tu non sei venuta/hai portato la tempesta stamattina/il grigiore del tempo come a volte fanno/i morti, per mettersi/in contatto con i vivi». Aglieco non ignora che il tempo feroce della perdita è il tempo del «silenzio abissale delle bocche». Ma non vi si arrende: e intuisce che l’unica via per arginare l’enormità della perdita è ricondurre il suo sconfinato dolore entro una misura e una proporzione. Soltanto nel piccolo – fra le mura circoscritte della nostra casa, nel «mondo piccolo delle piccole voci», nello «stare quieto e nella/misura» -, forse riusciremo a ritrovarla. Dovremo tornare rasoterra, all’altezza delle cose, come da bambini. Così, al culmine del lutto, ci sarà dato risalire al tempo largo e luminoso della festa: «E’ domenica, i fiori sono al balcone/in alto saliremo, ci baceremo sulle; bocche, in alto riconoscerò il tuo/viso, uno fra tanti, quietamente, lentamente». «Dolore della casa» segna la piena maturità di Aglieco. (Sortino, 1961)
5.
Maurizio Casagrande – Daemon
Le sette “stanze” in cui si articola l’architettura di Dolore della casa, le sette porzioni del libro che ricordano fin da tale scelta nella scansione delle parti l’iconografia dell’addolorata, sono attraversate da un’unica ossessione e, forse, vorrebbero porsi quale lenitivo e superamento di un trauma, quello – dolorosissimo per il poeta – di una duplice perdita: la casa appunto, quindi le radici e il radicamento a una terra, e la madre che costituisce senz’ombra di dubbio il fulcro dell’opera. Un libro sul dolore, quindi, che viene a confermare approfondendola in direzione etica la visione della vita e della poesia che distingue il poeta siciliano coerentemente con le raccolte precedenti, da Minime (Lalli 1985) a Giornata (La Vita Felice 2003). Ma con un’avvertenza che il lettore farà bene a non trascurare: la “casa” rappresenta metaforicamente anche la poesia, come il suo strumento d’espressione – la lingua e la parola, ma una parola “muta” o cannibale: “Mi mangiano le parole nelle bocche / di tutti” (pp. 29 e 30) – e pertanto il libro va letto sempre su due piani paralleli e distinti, quello esistenziale-biografico e quello metalinguistico nel quale non è meno doloroso il rapporto fra il poeta e la parola: “Alla parola ho chiesto tutto / la strada del ritorno e / la formula per sedare il vento; / ma c’è una frattura nel mare / il segno di una separazione / in cui, a volte, un dio c’intrattiene” (Alla parola ho chiesto tutto, p. 75). Una conferma diretta alla tesi appena esposta viene dalla rivisitazione compiuta da Aglieco sul mito di Orfeo ed Euridice, nella felicissima sezione Dialogo col noce come nella precedente Muore chi deve morire: “Aspetta e tutto ti sarà restituito: il veleno a fiotti, l’alba senza le / parole di una volta / […] / Aspetta e tutto ti sarà negato nelle parole. / Credi ancora in questo: credi alla morte / di Euridice, e per sempre” (Crocevia, II, p. 41). Coerentemente alla simbologia di Orfeo, ma senza alcuna deriva orfica, il poeta viene delineato nelle fattezze dello spossessato di se stesso ad opera di un dio e il suo compito è quello di custodire la parola, una parola però alla quale egli impone precisi requisiti etici: “Parole aperte alla chiarezza e respirate / finalmente segnate nella tregua di un confine!” (Bassa marea a Saint Aubin, p. 79). Proprio il serrato confronto con il mito costituisce, nel libro, uno dei guadagni più sicuri da parte di Aglieco. Si tratta, da una parte, dell’approfondimento del tema dell’esule e di quello della perdita sulla scorta dell’Odissea omerica, dall’altra della costruzione di una mitologia familiare e privata che trova i propri punti di forza nella terra e nel mare di Sicilia (ma anche nella luce) come in alcune figure cardinali del vissuto quali la madre, il padre o il nonno Vincenzo Cannata: “… ancora lì, bambino sospeso sulla balaustra, dove m’innalzavi al vuoto, alla luce dei tetti. Perdevo il respiro, e ancora quella luce, quel vuoto, non mi lasciano respirare” (Fondazione, p. 70). La lezione dei classici, dunque, ma coniugata alla maniera dei moderni, di Rilke e Rimbaud, citati non a caso negli eserghi di un paio di sezioni (e non solo: si veda la lirica di p. 43, Una sera ho preso la bellezza), ma anche di Pasolini, quello delle Ceneri di Gramsci e delle poesie alla madre: “Ecco la durezza: essere con te in una / forma della bellezza che redime / le parole, parole mai dette nel / timore. Questa la condanna / dei vivi: tradire i tuoi secondi” (Non ricordo, non mendico, p. 14). O, ancora, alla maniera dura e cruda di un altro grande friulano recentemente scomparso, l’Amedeo Giacomini di Libera nos a malo (Si veda Amedeo Giacomini, Antologia privata. Poesie in friulano 1977-1997, Mobydick, Faenza 1997, p. 27): “Dio che ci fai spezzare il pane / e bere il vino, ogni giorno lo / spezzi insieme a noi, ogni giorno / per tutto quello che non capiamo” (Dio che ci fai spezzare il pane, p. 16), dove la modalità stilistica della preghiera ricorrente anche in altri luoghi del libro attribuisce al medesimo quasi la funzione di una celebrazione liturgica, la liturgia del distacco e della perdita che è anche elaborazione di un lutto e suo superamento: “Casa segnata da un muro divelto / casa di risonanza sottratta alle parole dure / casa da custodire e riparare dalle insidie dei monti! / […] / Questo te lo concedo / questo te lo chiedo con voce forte: / esponimi al silenzio di tutte le stelle” (Casa che si chiama mente, p. 47). Da segnalare, inoltre, come il materiale del mito si sposi con naturalezza ad uno stile nervoso e secco sempre sul limitare del tragico, ma una tragedia che – come in Pasolini, Leopardi o Rimbaud, piuttosto che De Angelis – conosce punte altissime di lirismo, come di lucidità nella disperazione: “vieni, spalancami con le tue chiglie / riempimi di un vino amaro. / […] / Ma la mia terra è il mare / e il mare ha sponde tenebrose / anfratti in cui si perde l’ora / e il tempo non consola” (Esilio, p. 74). Altro nodo di fondo del volume è da riconoscere senz’altro nella tematica della morte: al cospetto del mistero della morte, sembra suggerire Aglieco, gli unici linguaggi dotati di senso sono quelli del silenzio o dei bambini, in una sorta di regresso all’infanzia che restituisce al poeta la madre perduta: “Più grande il tuo corpo / – tu piccola, assente / madre bambina / tornata nel tuo ventre” (Più grande il tuo corpo, p. 11). A fronte di tale scacco, però, il poeta non rinuncia alla parola: egli piuttosto la coniuga nell’unica maniera possibile, la stessa sperimentata a suo tempo da Marco Munaro – chiamato a misurarsi con le medesime urgenze – nella silloge Vaso blu con narcisi (I quaderni del circolo degli artisti, Faenza 2001), vero e proprio libro votivo. E l’itinerario in questa selva tutta interiore conduce ad un “risveglio” (Pietra miliare, III, p. 97) che deve qualcosa, forse, alla saggezza del Libro tibetano dei morti: “non sarai per sempre guardiano delle / parole, puoi solo ritagliare uno sguardo per / gli alberi nuovi, sospenderli nell’acqua / vessilli, da una distanza controllata. / Saranno ancora / le tue innocenti offerte ai vivi. // Ognuno è predetto, battezzato” (Ancora da una prospettiva, p. 87); e ancora: “Nessuno riderà di noi / saremo calmi e sereni / sottraendoci a uno scopo” (Verso l’Isola, II, p. 89).
6.
Luigi Cannillo – ADIACENZE, novembre 2006 n. 1
Aglieco prosegue con questa ampia e articolata raccolta il percorso tracciato dalle precedenti, come a fare il punto e, allo stesso tempo, estendere il territorio tematico/stilistico. Offre quindi testi e sezioni da avvicinare con familiarità e in parte come dono estraneo. L’Origine, la Casa, il Destino, la Parola ritornano qui ossessivi nella trama dell’arazzo, come fili e toni che si approfondiscono e, variando, si rifiniscono incessantemente. In altra raccolta, Aglieco aveva alluso a una poetica “a bocca chiusa” mentre “tutto il pensiero è altrove”. E Milo de Angelis aveva parlato per lui di “voce in controversia”. Così dalle bocche chiuse/aperte della raccolta sgorgano/tacciono flash di esperienza e divinazione spostata verso l’Altrove, un futuro auspicato ma per ora non memorabile. Con slancio e enigmaticità mediterranei, orfici. E sapienza nella scelta delle Figure: “Sei stato, Orfeo, una luce scomposta nelle vene/ maglio dolcissimo nel cuore, per violenza/ calcolata violenza tra le rose./ Le rose selvagge di maggio nella mia terra/ tra i fumi della Montedison/ nell’aria fortissima della sera./…/Questo ho cantato, in questo io ti ho visto,/ nel viso riverso di una bestia, nella bocca, nel fango/ specchiato dell’acqua prigioniera.// Ora perdonami per la resa, per l’acqua nera.”
7.
Stefano Guglielmin – L’Attenzione, novembre 2006 n.
Ci sono autori, e Aglieco è fra questi, la cui opera fonda il proprio centro poematico sin dapprincipio, mettendo sempre più a fuoco – di libro in libro – le ossessioni che la abitano: il sogno di un abbraccio fraterno delle genti,
la Storia quale luogo dell’inautenticità, la lontananza dall’origine, il senso d’inadeguatezza personale, e, prima fra tutte, gli affetti familiari, che, con la casa e il paesaggio, costituiscono il nucleo di un presepe che ha nella madre (e, come vedremo, nel padre) il suo fulcro. ‹‹Mater nostra, mater / dolorosa›› recita la seconda poesia del Dolore, invitandoci idealmente a fondere biografia e mito nell’incontro della ‹‹madre bambina / tornata nel suo ventre›› con la grandezza pietosa della Vergine, entrambi portatrici di una salvezza o di una condanna che non rinnega la radice contadina, dal sapore pagano, di Aglieco: ‹‹La mamma ha portato l’acqua, un dono / per le campagne››, e altrove, invece: ‹‹Hai portato la tempesta stamattina / il grigiore del tempo come a volte fanno / i morti, per mettersi in contatto con i vivi››.
Sotto questo profilo, il sacro s’avvia dai bisogni materiali degli uomini – ‹‹razza atroce›› scrive altrove – per poi risplendere nella comunione dei vivi con i morti, di quei ‹‹Dormienti›› che ‹‹in un tempo più buono della resa / … chiederanno un nome / un bacio››. Lo spostamento d’accento è chiaro, tale che l’uomo, in quanto essere storico e malvagio viene dal poeta assolto nel suo essere mortale e dialogico, aperto all’interrogare perpetuo e stupito della propria caducità, passeggero in una terra rischiosa, gelida, riscaldata soltanto dagli affetti e da quella ‹‹casa›› nella quale trovare orientamento e protezione: casa ‹‹custodiscimi dunque / nascondimi … / [...] / esponimi al silenzio di tutte le stelle››.
Casa è anche la ‹‹mente››, lo spazio aperto al bene della razionalità ‹‹in cui arginare lo spavento››, anche in grazia di una scrittura che si vorrebbe capace di testimonianza e di comunicabilità senza residui, di contro ad uno stile sempre vissuto da Aglieco come artificio perché, afferma, ‹‹il male è nelle parole che / vogliono dire il mondo e lo confondono››. Lo stesso tema lo troviamo anche in Giornata, suo libro precedente, correlato al mito di Orfeo, che qui, ancora più esplicitamente, diventa l’amato-odiato antagonista, ‹‹luce scomposta nelle vene / maglio dolcissimo nel cuore, per violenza››, al quale chiedere perdono ‹‹per la resa”. All’Orfeo-Padre, che deve convincersi della ‹‹morte / di Euridice››, il figlio toglie il canto, scegliendosi poeta in sua vece per poi macerare, di contrappasso, un senso di colpa che traspare vivissimo nella sezione Muore chi deve morire, dove tanto il desiderio di espiazione e di stacco dal ceppo originario, quanto il rancore filiale e la lucida visione sono spine posate a freddo sul metro affinché Orfeo stesso comprenda il messaggio senza equivoci. Proprio in questa necessità di chiarezza sta anche l’identificazione fra Orfeo e scrittura, cui Aglieco, come detto, vorrebbe sottrarre il dominio, la scelta dei modi, dei tempi, quella scelta che, per tradizione, aspetta ai padri, ai capi clan: ‹‹Ora finalmente ti devo lasciare / devo imparare a dire / da questo distacco della / terra – il sole è giallo››. Sembra un lucido addio del figliol prodigo ed invece, senza volerlo, ecco che, nella simbologia del sole, il padre torna sovrano, come se l’autore, inconsciamente, non volesse assassinarlo alla maniera dell’orda tribale (cfr. Freud in Totem e Tabù), bensì convincere se stesso ad accettarne l’autorità, il suo splendore (il giallo oro del sole), la sua inevitabile capacità di additare la via.Da quanto detto finora, appare evidente che Dolore della casa si costruisce sul doppio binario madre / padre, la cui complessità estrema si compie nella sezione omonima, nella quale l’alter-ego del poeta diventa Ulisse, padre mai dimenticato (‹‹Tu, Telemaco, nei miei / sonni, sei ancora in questo bambino che / risale il mare, cercando le orme di un padre››), un Ulisse preda del mare, mito materno dalle ‹‹sponde tenebrose››, dagli ‹‹anfratti in cui si perde l’ora / e il tempo non consola››. Come se non bastasse, questo mare che governa Ulisse, questo mare-madre che ‹‹lo ha condotto dove la parola è cava››, è a propria volta governato da un ‹‹dio›› maschio, che ‹‹intrattiene›› anche parola ed eroe, padre supremo che ‹‹non conosce i passaggi della mente››, la casa-rifugio che la mente è, e non fa esperienza dell’invecchiare, dei paesaggi in rovina, delle ‹‹fratture della terra››. Un dio dunque che non può aiutare i mortali, ‹‹profughi›› e fratelli, condannati a spartirsi, con dolore e violenza, la terra, costretti, dalla loro stessa natura, a non estinguere la penuria. Si tratta di uno stato esistenziale immedicabile, che tuttavia, come ha scritto recentemente il poeta, non bisogna ‹‹averne spavento ma accettarlo come una presenza familiare, serenamente››, così ‹‹da fondare un’arte che sia contemporanea e presente, senza nostalgia di quel che è stato e che ci ha reso felici. Senza “a rebour”, ideologie, infanzia; un’arte che non ci consoli, … che sappia trattenere la disperazione di tutti››.
8.
Giancarlo Fabbri – Fuoricasa, novembre 2006
Il nuovo libro di Sebastiano Aglieco pone all’attenzione la matrice meridionale della nostra scrittura poetica –sempre così icastica, quando parla dei temi interni al proprio ambiente-. Questo “Dolore della casa”, appunto, entra in quello che potrebbe essere il ganglio di più forte connotazione mediterranea, ossia il trattare dolore e morte come parti di un dramma greco. La carnalità con cui l’autore affronta la perdita della madre (intesa come simbolo traslato della famiglia e della Storia) è una carnalità assoluta.. La raccolta inizia allitterando atmosfere livide, come per avvertire della presenza di un declino stagionale (non solo fisiologico) che condurrà, in un secondo tempo, alla conclusione di un intero ciclo-romanzo. Uno dei passi più incisivi di questa parte iniziale del libro si trova a pagina 15, là dove Sebastiano afferma : “… // hai portato la tempesta stamattina // il grigiore del tempo come a volte fanno // i morti, per mettersi in contatto con i vivi // …” e dove si annunciano le note della pagina successiva, tutte dedicate all’amore per l’Ente Superiore: “Dio che ci fai spezzare il pane // e bere il vino, ogni giorno lo // spezzi insieme a noi …//” nelle quali il Dio, più che isolato e assoluto nel proprio Sé, risulta essere il compagno di strada dei poveri mortali. In parallelo, la figura della madre appare come Gea, ampia e convergente in un altro senso di amore divino. Ella è pure il contenitore naturale di tutta una società in dissolvenza. In un siffatto, doppio registro, costituito dall’elemento minimale-contingente e da quello universale, riesce di molto effetto il frammento espunto dal testo di pagina 17, che intona così: “Gli angeli, dice la predica // ti accoglieranno a flotte come bambini // ti toccheranno le mani, ti condurranno // intorno a vedere come tutto è trasformato // …”. La tensione interna ai testi obbliga il lettore a tornare indietro per rileggere le poesie, delle quali non è forse riuscito a cogliere tutto in prima battuta. Una tale, possibile difficoltà dipende dalla polivalenza del soggetto; rimane, infatti, sul palato un non so che di poco risolto. Probabilmente sfugge la consistenza dello stesso soggetto; forse, la casa e la madre non subito si apparentano e fanno sì che la reticenza porti fuori strada. Una simile caratteristica potrebbe essere, assieme all’ambiguità letteraria, la cifra di maggior rilievo di questo nuovo lavoro di Aglieco. Ma il termine della prima sezione ( “Fermarti”) vede trionfare un pezzo splendido, oscillante fra la tragedia del pre e del post lutto, e indirizzato verso la condizione intollerabile, di cui soltanto i bambini sanno far buona gestione: “Il mastice sutura la tua bocca // in questo silenzio abissale delle bocche // ma io rimango un po’ distante // nessuno osa toccarti la faccia // … // I bambini si mangiano la morte. //.
Con la seconda parte (“Forma”) ci si avvicina ad una condizione psichica, propria del dialogo e della riconciliazione con l’istinto, di cui si registrano parecchie riflessioni che si insinuano in nuovi splendori / nelle nuove concezioni vitali. E’ come se assistessimo a un salto antropologico della razza umana. “Ora salata, conservata come un abito per gli anni futuri, dimessa // …” . Gli slittamenti sintattici conducono ad un allargamento del campo espressivo; la mutazione morfologica del defunto è al massimo della propria esposizione all’evidenza. ( “E’ la forma dei tuoi occhi // nuovi, nuove parole custodite. // Ne ho bisogno, è necessario pulire le cose, mettere fiori al tuo balcone …” ).
Altri frammenti notevoli si possono gustare in questa parte del libro: a pagina 34 vi sono i seguenti versi : “Siate sereni e docili alla morte, // tutto questo è per gli umiliati che non sanno // di un confine : essere nell’assenza dei bambini // come in una consolazione, // …”; a pagina 35, invece, fa da péndant l’ottimo complementare passo: “Ma era per te questo addio, la festa // della sera; era per la madre terra // che reclamava la tua ombra. // Ti ho veduta ancora. Attendevi // …” . In entrambe le campionature svetta il senso della sottrazione –elemento di forte riconoscibilità in tutta la poesia di Aglieco-.La terza sezione (“Muore chi deve morire”) è forse un raccordo essenziale, ma non altrettanto rimarchevole, delle due parti confinanti. Da qui si giunge a “Dialogo col noce”, la “zona” in cui l’autore adotta, sin dalla pagina 47, una felice forma di preghiera che poi si protrae in avanti, nei testi. In questo canto, il poeta chiede all’Ente Superiore di custodirlo/nasconderlo/esporlo al silenzio/disperderlo, insieme agli oggetti dell’esistenza. Da qui in avanti, le allitterazioni si faranno più fitte (a pagina 48 è insistente la reiterazione della “T”), e forniranno al ritmo un velo vagamente onomatopeico del concetto. Il verso è ora più impuro e ricco di meteoriti sillabiche che sembrano viaggiare ad alta velocità nel pentagramma, talvolta aspro, del dettato. Fa spicco, a pagina 51, la frase “Tu, condannato a questa razza atroce”, in cui la presa di coscienza espurga dal pensiero con un esito da straordinaria maledizione. L’urgenza del dire supera quella dell’inutile sorveglianza stilistica in surplus: Sebastiano prende sempre di più le distanze dalla pagina imbellettata e giunge così ad una possibilità di antipoesia. Di conseguenza, il registro riflessivo, qui, più che doloroso, appare pessimistico.“Purgatorio” è dotato di un “cappello” di P. Levi, questo che segue : “Sfilarono, cantando // davanti al nostro campo // diretto alla stazione // partivano per la patria // per la casa …” ; un frammento che vorrebbe fornirci una chiave interpretativa sull’ “oltre”. Nelle pagine che scorrono all’occhio del lettore viene colta l’oscurità di un discorso che spesso pare “negarsi” per realizzare una soddisfacente reticenza. Una tale scelta di procedimento lavorativo autorizza forse a interpretazioni opzionali. Proliferano, a pag. 57, un “Tu” e un “Io” di difficile sistemazione. Si parla sempre di terra siciliana (quella, in particolare, delle zone industriali del sud-est, dove le immagini sanno di gas e dove i profili geografici paiono avere per signore un Dio di trascurabile profilo). Fittissima è la teoria delle allitterazioni; le particelle fonico-sillabiche si rincorrono senza più freni. A pagina 58 il gioco verbale sfrutta i significanti per confondere il significato vero delle parole. La politica che qui emerge sembrerebbe quella del rimescolamento delle carte, favorendo in tal modo le già accennate reticenze e ambiguità. (“Mettersi gli occhiali, guardarsi bene // per non sprecare le parole. // Ma il male è nelle parole che // vogliono dire il mondo e lo confondono // nelle parole che colmano una voce // sottratta per forza alla sua calma …”.
Nella sezione successiva, quella che dà il titolo a tutto il libro, Aglieco pare aver esaurito la spinta del “discorso-empito”, che in precedenza aveva invece preferito utilizzare. Ora prova a “cementare” i mattoni della casa. Esaurito l’afflato dinamico, egli inizia a guardarsi vivere da spettatore. Il dolore visto in passività. Forse emblematico riesce il seguente frammento: “Poi si arriva a una luce dove // il mare sembra finire e invece // è solo un riflesso, nell’ombra. // Un ricordo ci spinge verso l’altro … //”.
Nell’attraversare la parte del “Dominio dell’acqua”, il poeta sintetizza una congruo scialo di condizioni ormai cristallizzate. Il viaggio sembrerebbe volgere alla fine (“Ognuno è predetto, battezzato // verrai da questa fessura della // mano sul porto. // I cani ti annusano, salutano//” (pagina 87) ; “Vedremo questo negli occhi // un limite; // … // Nessuno riderà di noi // saremo calmi e sereni …// (pagina 88) ; “Dobbiamo sottrarre le linee // e giungere all’inizio; quando // il progetto era solo un’idea …// “ (pagina 89) ). Il progetto casa/storia/umanità è dichiarato ed è finalmente ricongiunto alla parola “mamma”, in precedenza pochissimo evocata. Qui Aglieco pare dotarsi di un efficace risveglio; adesso viaggia sul treno del ritorno, là dove trova la forza di liquidare tutta una partita contabile in sospeso, la quale accoglie, tra le voci da evadere, l’istituzione madre-focolare-nascita-luogo natale, per saldarla in modo irreversibile alla realtà inarrestabile. Il valico è superato: la vita riprende il percorso verso le nuove locazioni. Piace, comunque, al di là di ogni non/lieto fine, immaginare il poeta nell’atto di uscire, assieme ai suoi morti, dalle grotte arcaiche di Pantalica per la purificazione del lutto e della memoria della propria tribù.
9.
Alessandra Giappi, una recensione inedita
Sebastiano Aglieco, premio Montale 2004, si conferma voce sicura nel panorama dei giovani autori italiani con la sua ultima raccolta, Dolore della casa: un canto domestico e universale, quotidiano e profetico: che sono i molteplici volti della poesia. Poesia, la sua, mai descrittiva, eppure precisa; poesia purgatoriale, se il Purgatorio è il regno del passaggio, della purificazione e dell’attesa. Del ripensamento, dell’alleggerimento, della compresenza di sofferenza e di beatitudine. Questa di Aglieco è poesia della soglia e della luce. Il dolore della casa in questione è biograficamente riconducibile alla morte della madre, che quella casa sosteneva e riempiva, pronta ad accogliere. Perennemente il figlio è intento a custodire quella presenza, a tradurla in parole, ora che lei abita un’altra stanza. La scrittura è un’opera da compiere, capace, al pari della bellezza, di salvare chi la persegue. Le parole non salvano dal dolore: eppure sanno dare forma, rifondare l’universo. Tutte le cose risultano allora rinnovate, arieggiate, così esposte all’aperto. La madre rivive nel figlio: ora è lei ad assomigliargli. Dare forma diventa per il figlio rito e mezzo per scongiurare il non essere, una consacrazione estrema.
Ma più ampiamente, questo è il dolore di tutti noi che abitiamo la casa-mondo. Lo sguardo e la parola sono i sensi dominanti in questo libro. E se dietro le porte si accalcano mostri dormienti, le parole, e il riso, soprattutto infantili, scongiurano il pericolo, sciolgono la minaccia in gioco. Trapela dalla scrittura di Aglieco una fede nella forza delle cose, nella giustezza del destino oltre che della sua inevitabilità: “lasciami rovinare nel mondo / rotolare col respiro di tutte le cose” e “donami un orizzonte minimo in cui / restare, con la forza di tutte le cose” (Muore chi deve
morire). La citazione mitologica – Orfeo, Nessuno, Euridice, Calipso – conferma le modalità di riuso non convinto del mito nella poesia contemporanea. Gli dèi non sono in grado di spezzare la catena della necessità e il poeta appartiene alla razza di chi è condannato a “sentire il mondo come un fiume in pena / rovinato dalla necessità” (Cerimonia). Più importante risulta la dimensione psicologica, capace di vincere la concretezza, di ammansirla. Montalianamente Aglieco non smette “di cercare “una piccola / imperfezione, la sentenza sospesa in un / punto della Storia”: un varco che offra una prospettiva intelligibile, una possibilità di riscatto, di ricominciamento. In chiusura sul dolore prevale una consolante fiducia: “Qui siamo al sicuro / il vento di ponente non passerà” (Piccola tregua).
Questa poesia acquatica è un’ offerta votiva, una preghiera a un dio silenzioso. L’invocazione di protezione è rivolta alla casa-mente, affinché ricomponga, custodisca. Attraverso una parola misurata e rivelatrice di senso anche la realtà più dolorosa può essere accettata e compresa: “Alla parola ho chiesto tutto / la strada del ritorno e / la formula per sedare il vento”.
10.
Filippo Ravizza in “La mosca di Milano” n. 15
Dolore della casa il nuovo libro di Sebastiano Aglieco nasce nella doppia dimensione di una radicalità fondante: la ricostruzione che aleggia in queste pagine, in tutto un percorso condotto attraverso sette paragrafi non propedeutici uno all’altro, ma perfettamente progressivi e circolari ad un tempo, scarnifica il discorso, giunge a segnare e collegare la perdita della madre e della casa/terra natia da un lato ( la perdita della vita con la madre e nella casa natia) alla perdita della lingua e della inautenticità del vivere (attraverso il ritorno alla lingua perduta) dall’altro. Il dolore della perdita compie lo sforzo quasi insopportabile di porre il poeta di fronte alla rivelazione di una verità radicale: il rapporto tra la madre e la lingua che interpreta il mondo e lo comprende nella sua inesausta ripetitività. La madre e la lingua madre, la lingua della madre, per l’appunto, quella alla cui ombra ciascuno di noi costruisce con fatica la sua individuazione come essere nel mondo. Per un poeta come Aglieco, un autore in cui ogni parola mi è sempre parsa uscire con fatica, con la giusta fatica, da uno strato di sovrapposti silenzi, pronta a riassumerli potenziandoli e intensificandone la funzione, questo libro costituisce certamente un forte punto di tensione. Una poesia, all’interno della sezione “Fermarti”, costituisce un primo passaggio: <>. Irrompe un filo conduttore che circolerà per tutto il libro, il sogno di una comunicazione, il sogno di Orfeo inventore della scaturigine del canto potente del poeta capace di collegare il visibile e l’invisibile, muovere le pietre. Il sogno anche di Odisseo, di Enea, di Paolo di Tarso, il desiderio di una comunicazione diretta con il mondo dei morti con il mistero grande della morte, con la possibilità che essa possa essere vissuta possa esistere. Frequentemente sono chiamati e resi protagonisti i bambini, gli unici che vivono l’entusiasta ingenuità di chi pare presentire ancora quello “stare nella luce” del prima, perché i bambini chiedono allora la speranza generosa, la pazzia santa dello “stare nella luce” nell’infinito cammino del grande mai più, sapendo che tutto ciò che da questo terreno è fuori è niente. Come dice la bellissima poesia di pagina 24: <>.
11.
Marco Molinari, una recensione inedita
La morte di una persona cara è sempre stato un impulso potente per la scrittura poetica. Gli esempi sono numerosissimi e pertanto mi sento esonerato dal farne. In quei momenti il dolore tocca il punto del non ritorno, l’estremo limite della forza. Tutto il corpo ne è scosso, l’anima e lo spirito risalgono in superficie come pesci a cui manca l’ossigeno nell’acqua. Morte, anima del morente, anima dolorante si pongono sul palcoscenico della vita come “dramatis personae”. Anche Sebastiano Aglieco, poeta dei delicati chiaroscuri, come non potrebbe non essere per un siciliano innestato nelle brume della Brianza, anche per questo poeta è giunta purtroppo questa chiamata. La sua risposta è un libro di liriche dense e asciutte, dal titolo Dolore della casa edito da Il Ponte del Sale di Rovigo. C’è, immediatamente, nell’esergo il percorso che imboccherà l’opera. Da Rilke, risuonano tre domande che gettano le basi di una ricerca: Dov’è la sua morte? Troverai un motivo nel canto? Dove si colloca in te la morte? Partendo da questi interrogativi, Sebastiano avvia un confronto sulla carta, all’interno della poesia, tutto basato sul pacato ragionamento e sull’illuminazione filosofica. Chiamando a raccolta i numi tutelari, in cui crede fermamente, il poeta riesce ad instaurare un colloquio col dolore e a rivoltarlo in luce e speranza, a beneficio di tutti. Non c’è disperazione, né grido, né strazio, ma dialogo: la morte è apparentata alla scrittura, e in questa si compirà. Le parole che scorrono nelle pagine accompagnano le stazioni dell’addio, ne divengono la forma estrema, poesia e morte sono allora accomunate da una stessa tensione morale. La morte non è quindi l’evento irreparabile, ma semplice e infinita trasformazione, il dialogo con chi ci ha lasciato non si interrompe, ma assume nuove forme, nuovi canali entro i quali perpetuarsi. E il rapporto, ora che i corpi si sono liberati, perde improvvisamente tutto il non detto che si è incrostato negli anni, diviene leggero, fatto di presagi e apparizioni. Alcuni versi incoronano mirabilmente il mistero: “…Un tempo ti assomigliavo, ed era/la prova che sognavo./Ora mi assomigli/sogni, forse, o rivivi.”. Un altro punto che il poeta annota con quieta e condivisa accettazione, è che, dopo la morte, il legame con la persona amata per certi versi si allenta, perde il suo carattere di esclusività famigliare, per divenire pubblico, comune a tutta la società dei viventi. Percorso particolare questo di Sebastiano, in controtendenza rispetto ad uno stringersi esclusivo del nodo degli affetti e delle confidenze, in un linguaggio cifrato che accomunerà chi è partito con chi è rimasto. Per Sebastiano, invece, questo momento è quello della condivisione, dell’aprirsi agli altri, per sentire il dolore di tutti, ma per comunicare anche la forza che si forgia in una prova così impegnativa: “…Non eri più solo mia, ma di tutti/tutti ero io, e li riassumevo/con l’idea di un mondo in te/l’origine di tutti, nella terra.”; “…per la prima volta/ti accoglieranno i bambini come/hanno fatto oggi…”. Ecco, questa forza arriva a Sebastiano anche dai bambini, quei piccoli amici che lo accompagnano nel suo pellegrinaggio alla “casa del dolore”, la casa che non udrà più la voce di sua madre risuonare per le stanze, la casa che ha salutato qualche anno prima per seguire il suo destino di uomo in altre stanze, in un’altra terra. Ma i bambini lo attendono, gli corrono incontro al ritorno, lo riportano in quell’unica terra dove si sente saldo e forte. Loro sconfiggono la morte, e non perché, o non solo perché la loro giovinezza è l’antidoto all’abisso, il loro affacciarsi pieno di speranze vince ogni limite e finitezza, ma soprattutto perché i bambini hanno dentro in modo naturale una luminosità, una grazia che li accomuna al divino, uno speciale filo che li congiunge alle potenze celesti. E’ quello che da ora accomuna Sebastiano alla sua “madre bambina”, il rinnovato dialogo col cielo che avrà nuovi linguaggi per manifestarsi e alleggerire i nostri passi pesanti: “Ho sognato gli altri questa notte/ma tu non sei venuta/hai portato la tempesta stamattina/il grigiore del tempo come a volte fanno/i morti, per mettersi in contatto con i vivi…”.
12.
Massimo Orgiazzi su Liberinversi.
Edgar Reitz, il regista di Heimat, per spiegare Heimweh ad un gruppo di italiani raccontò una volta che quando era in America sentiva nostalgia per l’Europa, che quando era in Europa sentiva nostalgia per la Germania, in Germania per il suo paese, e così via, fino alla sua stanza. E arrivato lì continuava a sentire nostalgia. Una perdita e il suo dolore sono in fondo un esilio, un forzato espatrio dalla casa che altro non è se non la memoria. Heimweh, «una bella parola», il dolore della casa, che bene per chi scrive si ravvisa in poche righe ma in modo universale nel capitolo quarto del romanzo di Primo Levi, Se questo è un uomo, è qualcosa che come diceva Reitz finisce per essere ricorsivo, inscatolato e autosimilare: finisce per ridursi a componenti che neanche immaginiamo e forse, in ultima analisi si nasconde nelle immagini, nei simboli più semplici di memoria e finanche nelle parole: «queste parole che consumiamo / saranno pesate e disperate / e daranno tempo per tempo / pezzi di carne per un nuovo universo. / Ci sarà ancora il dolore / ci sarà l’attesa e un forte risentimento / le anime di nuovo dietro tutte le nostre parole». Se il libro nasce, da esplicita dichiarazione dell’autore, dall’esperienza «violenta» ma consapevole del dolore della perdita della madre, da un tentativo «di dare forma all’inesprimibile, guardando il suo volto e descrivendo i gesti che si compivano nella casa», è anche vero, come già altre letture autorevoli del testo hanno fatto notare, che la portata dell’evento si trasfigura senza troppo sforzo nell’universalità della perdita, che altro non diventa se non un iniziale perdersi nei pezzi dell’esperienza umana frantumata dal dolore, in un disorientamento di coscienza che coinvolge tutti gli strati dell’attività mentale, emotiva, persino fisica. Quella della perdita, del dolore diventa allora esperienza totale capace di ridisegnare le mappe del nostro essere, tutti i percorsi abituali ai quali ci sentivamo in qualche modo legati per affetto o per semplice abitudine. Il dolore della casa diviene un tutt’uno con la condizione di migrante: una volta reciso il legame, una volta aperte le condizioni per un distacco seppure doloroso ma inevitabile in pagine di delicata scrittura poetica, colma però di immagini forti, ben delineate e suggestive, si apre una partenza, un viaggio decentrato senza inizio né meta e non definibile in senso razionale puro, ma facente appello all’umanità tutta della persona, in ragione, fede, sentimento e persino corporeità: «hai portato la tempesta stamattina / il grigiore del tempo come a volte fanno / i morti, per mettersi in contatto con i vivi» e «Partire dallo sguardo, è aprire una luce / che prepara un paesaggio, un viale che / porta lontano, dove lo sguardo finisce». In questa condizione di passaggio, di viaggio e di allontanamento, la parola (per cui è espresso tutto il dubbio relativo al suo possibile potere salvifico) ha semmai un ruolo di limite. Scrive Stefano Lecchini sulla Gazzetta di Parma: « l’unica via per arginare l’enormità della perdita è ricondurre il suo sconfinato dolore entro una misura e una proporzione». La parola di Aglieco non cerca, né si fa consolazione, ma solo argine e sponda: compito dei vivi “dispersi” è arginare il male ed il dolore dando ad essi una forma e una misura; non a caso la seconda sezione della raccolta è intitolata proprio Forma. Si tratta di una poesia che corregge non semplicemente congelando le emozioni e dando loro una misura adatta ad un riconoscimento per il conseguente inserimento in un ordine razionale, né solo cercando l’adeguata posizione e senso della tragedia della perdita. E’ poesia limite anche nel concetto matematico e metafisico del termine, poesia che asintoticamente tende a circoscrivere l’esperienza nella parola stessa, arte non come antidoto, ma come suddivisione, setaccio del tempo e della realtà: «Alte righe orizzontali, calcolati passaggi / della mente, l’acqua è addolcita da una / separazione, dicevi, descrivendo uno sguardo / misurato, calcoli esatti per arginare il mare». Tutto questo è ottenuto attraverso prospettive tentativamente surreali e ribaltate nella memoria, che confondono la dimensione dei vivi e dei trapassati in ben riusciti passaggi in versi: «un tempo ti assomigliavo, ed era / la prova che sognavo. / Ora mi assomigli / sogni, forse, o rivivi». Memoria: Dolore della casa è soprattutto, per quanto detto sino a qui, libro della memoria, come dimensione nella quale il dolore prende vita, ché altrimenti non avrebbe senso, né riferimento. Ma memoria non solo relativa ai fatti accaduti, all’esperienza propria di vita: troviamo in Dolore della casa un’elevazione della memoria che attraversa il mito e la cultura di una civiltà intera, fino a coincidere con l’esperienza umana. La riflessione di Aglieco è senz’altro relativa al valore della memoria nell’eventuale salvezza umana. Se c’è qualcosa, un’entità in cui possiamo sperare di riporre una salvezza prima di una qualsiasi fede, questa è la memoria. Come Primo Levi, autore al quale Aglieco sembra essere particolarmente legato, anche il poeta di Dolore della casa pensa che nessuna umana esperienza sia vuota di senso e quindi ne va lasciata memoria. Memoria quindi come casa, fatto spazio per essa nella mente: «casa che si chiama mente […] Qui è il luogo di noi stessi / in cui arginiamo lo spavento». Se la poesia di Aglieco è pervasiva elevazione del ricordo e nell’immagine del viaggio e della migrazione essa trova una via per mandare il messaggio e raggiungere un destinatario plurale che si estende dall’autore/lettore all’Altro per poi tornare più ricco di esperienza, è anche vero che la scrittura non è mai occasione per partire dalle parole per formulare l’interrogazione continua sul mistero dell’esistenza che si scorge pervasivo al suo interno. Non c’è rotta tracciata per una ricerca della parola primordiale (e quindi non si tratta di una poesia che fa del linguaggio la sua costante riflessiva), semmai un tentativo di ritorno all’esperienza primordiale, diretta e non intermediata, come può essere una nascita e una morte e solo allora ci sarà l’espressione attraverso una parola che non ha alcuna voglia di deformarsi per essere prima del tempo, ma che porta il segno della pazienza in una costruzione che appare laboriosa, spesso non focalizzata sulla musicalità e sul ritmo, ma piuttosto sull’incedere estremamente calmo e costante di una liturgia, fatta di scarti e di a capo improvvisi su proposizioni e congiunzioni, che solo a tratti, epifanici e seminati nel percorso del testo con una certa saggezza, ritrova una completezza essenziale. Emblematico in questo senso, il primo cortissimo brano della raccolta, caproniano ma se vogliamo contemporaneamente montaliano, di cifra aperta e originale: «Più grande il tuo corpo / – tu, piccola, assente / madre bambina / tornata nel tuo ventre», a riesprimere in maniera corporea la circolarità ricorsiva di cui si diceva a proposito dell’Heimweh. Circolarità che è propria di un altro aspetto fondante della raccolta. S’è detto viaggio, migrazione, memoria e ora si aggiunge il nome: «Eppure è solo un nome che / ci lega a qualcuno, a qualcosa / la pronuncia del nostro nome». Attraverso il nome c’è la chiusura dell’iterazione che guida la ricerca del viaggio nella memoria e fissa la parola in qualcosa che ha valore in quanto arginato, limitato, attraverso una via che non perde «pietre miliari» di cui è disseminata tutta la strada del testo, ad un certo punto della quale si potrà almeno dire che c’è un nome: «Torneremo nella strada dei viandanti / in un tempo più buono della resa / i Dormienti chiederanno un nome / un bacio». Attraverso il nome, figlio della memoria, può conservarsi intatta tutta la dolcezza di un incontro umano mai dimenticato fino alle soglie di quanto creduto possibile: «E se questo è un segno, se un aruspice / mi volesse spiegare, forse mi indicherebbe / il nome di un bambino», lungo un viaggio, una nascita mai conclusi: «Sono sul treno, mamma. / Verso Serra».
13.
Recensione di Roberto Baggiani
www.larecherche.it
Di questo libro consigliamo la lettura perché è una raccolta poetica capace di sorprendere per l’audacia con cui i versi si intrecciano, narrando il multiforme mondo di un’anima nel dolore di una perdita. Una raccolta importante, nella quale l’autore, coinvolto in prima persona nell’esperienza della morte della madre, esprime il dolore che l’assenza può ingenerare nella vita quotidiana: “Poi si parte dal corpo, verso / un altro corpo. Terre diventano altre / terre, parole improvvisamente ci / dimenticano; sdoppiati o accompagnati / da altre voci, da altri occhi, in / noi stessi: nessuno può cantare / veramente questo passaggio […]”. Nella memoria si ritrovano le radici dalle quali ha origine la linfa vitale che ha nutrito e continua a nutrire la propria esistenza; talvolta è la necessità di un ritorno al principio a portare avanti la vita e a rendere capaci del lacerante distacco dagli affetti più cari. Aglieco esprime sentimenti universali, dentro i quali ogni persona può ritrovarsi: “[…] abbiamo sentito tutti quella brezza / custodita nel ricordo, fermàti in qualche / passaggio della nostra mente / […]”.
E’ una poetica della vita e della speranza, che continua nonostante la morte: “[…] ti accoglieranno i bambini come / hanno fatto oggi: / ‘Ben tornato, maestro / faremo del nostro meglio’. / Contro la cattedra / stretto nei loro corpi luminosi, in coro. / […]”. L’autore è maestro elementare e fa esperienza del bene che le relazioni umane vere – come quelle che esprimono i bambini nella loro genuina freschezza davanti alla vita e alla morte della quale ancora non possiedono la dolorosa sensazione travolgente – possono realizzare lenendo i dolori più gravi: “[…] I bambini si mangiano la morte”.
Nel libro compare spesso un “tu” a cui l’autore si rivolge in maniera dolce ma decisa, come in un resoconto davanti allo specchio nel quale vede riflessa l’immagine di se stesso come sunto di un contesto familiare che sono le proprie origini. E’ un percorso nella memoria e nel presente che la memoria può dirigere, il poeta innalza preghiere come inni: “Sciogli le acque della sera / verso il mare, mostraci scarpe / sgangherate, un abito provvisorio per / viaggiare. […] / Questo lo accetterò, questo lo capirò: / essere nel tempo, staccati e / passeggeri, simili e distanti / nella vicina preghiera”.
La parola, e quindi la scrittura, diventa via di possibile ritorno alla serenità che precedeva il dolore: “Alla parola ho chiesto tutto / la strada del ritorno e / la formula per sedare il vento […]”, ma c’è “[…] una separazione / in cui, a volte, un dio c’intrattiene […]”, “E allora si faceva incontro un compagno / il più silenzioso, il meno lusinghiero / […] / veniva con passo lento e gli si sedeva accanto / talmente leggero che una volta lo scambiò / per un uccello. Lo guardava, ecco tutto / o gli asciugava il pianto”.
E’ una raccolta complessa nella scrittura, infatti talvolta il verso è colloquiale ma allo stesso tempo, innestato nell’insieme del testo poetico, conduce dentro costruzioni logiche articolate in cui è necessario mantenere con attenzione di mira il soggetto della frase. Una gradevole prova di scrittura, pensandoci bene la sensazione è simile ad un giro sulle montagne russe.
14.
La strada di sassi bianchi
per Dolore della casa di Sebastiano Aglieco
prima della lettura ora nel trapasso
Paolo Fichera
È qui che si perde il dolore che sprofonda, che ci sprofonda in una calma e oltre l’attesa feconda segna la casa, lungo la strada di sassi bianchi mostrata dai morti nei sogni, lì il mio dolore lo battezzo voce e si battezza casa che accoglie lo scarto minimo, luce che si perde a ogni tocco, luce-carne e l’ombra vergine si consuma nei gesti oltre la parola addomesticata che latra l’onda attesa che non sfoga l’acqua nera della resa, la preghiera in ginocchio a pregare il Dio che è Madre, la madre che pregava per il figlio e lo faceva pane ora è distesa nel gesto che si perde, nella compassione nel dire ciò che il sonno divelte e concede. Le fosse vibrano già del corpo che ancora resiste nel fiato che perpetua la sera in un respiro di condanna che si fa nostro, sguardo indistinto che precede il tracciato serrato, l’abbandono dell’inverno nell’acqua che segna le mani nella preghiera e battezza la resa in una salvezza deposta che giunge e si fa nel colore della pelle sera. Scrivo: e ora è la soglia, giuntura che lega e spezza la materia che preme compatta nel respiro delle sue mani, corone di croci nel sole. Poni la mano, insegnami la vena che segna il tuo seno, pudore è fessura da sangue a dolore, lento fruscio che la carità brucia, luce data è ricevuta ora che la pelle è sposa dell’osso camminiamo sul confine del sangue, siamo rancore, dolcezza, lento sapore, la pietra germoglia in seno di madre, sua saliva ci rende impasto increato, liquido secco che geme. L’occhio è una cella snervata, incanto della deriva, amniotica, l’osso che si fa poro, recrudescenza, acqua che scorre soave e asciutta. Scrivo: la casa è un’unica crepa, la favola cruda del sangue, la vena è un urlo raccolto come seme in terra, sigillo rapito dall’altare di un rito. Scarnata la madre, il padre, il sacro è racchiuso in rami d’avvento che brucio, l’acqua feconda la pelle, la fa armonia, flusso. Ora posso dirti morta e morto nella sazietà della maceria. I passi della vita sono gli stessi della morte e ogni morte alimenta la luce e ci rende due volte orfani e organi. Il flusso scorre e leviga ciò che è deposto, freme beatitudini la fame che celebra le ossa e le fissa al suolo per farle radici e morire. La lingua muta accoglie la nuova fame argilla che solca la pelle di croci e sia flusso il nutrimento che inghiottito inghiotte, attimo che si frantuma in eterno.
15.
Un resoconto critoco è presente in SENZA RIPATO, di Stefano Guglielmin, La Vita Felice 2009
16.
Commenti dalla Rete
in LIBERINVERSI
“è necessario pulire le cose, mettere fiori al tuo balcone o le piante verdi che non appassiscono.” Bei frammenti lineari, una poesia che cerca la sostanza… filtrata dall’apparenza delle cose.
Marco
Con Aglieco andiamo sul sicuro… Cioè parliamo di uno dei migliori poeti italiani della generazione dei nati negli anni ’60 … Almeno secondo il mio fiuto, come sapete, infallibile… Il quale dimostra anche notevole umiltà e attenzione agli altri nel lavoro che porta avanti nel suo blog e anche una certa riservatezza (in tempi di presenzialismo esasperato…)… Milo De Angelis sta lavorando proprio bene con Niebo: mi dispiace non esser potuto andar su per la festicciola dell’editrice… Ad ogni modo, capiteranno altre occasioni… Naturalmente, se fossi il padrone della Mondadori, imponendo la politica di almeno 5 nomi nuovi di poeti da pubblicare in un anno, rinunciando a qualche milionata di euro in più (che non è poi sicuro, visto che molti romanzi o saggi non vendono un tubo), Seb ci sarebbe sicuramente…
Andrea Margiotta
Poesia di grande impatto. Feroce nel dirsi contro. Per questo: cocettualmente ossimorica. Interessante: più il ‘gesto’ o lo ’stato’ descritto è crudo e violento, più la voce del poeta si alza con eguale se non con più forte veemenza.
Gianruggero Manzoni
Un saluto a Marco, Andrea e GianRuggero. Ho letto con una certa celerità, non degna della poesia, i versi di Sebastiano. Ne scorgo una profonda, discreta ma pervasiva elevazione del ricordo, della tradizione, dell’infanzia, delle radici della terra, attraverso i quali l’interrogazione continua è sul mistero dell’esistenza, il rito oltraggioso / la colpa di essere venuti nei corpi. Si tratta, credo, di una poesia che “pensa nella scrittura”, una scrittura che riflette nel suo incedere lento, come l’avvicendarsi delle stagioni e delle epoche, come i ritmi assonnati e stanchi della natura vista dagli uomini. Mi sembra di scorgere, qui sì, una voce che è venuta su dalla scrittura, ne è emersa lungo una linea ben tracciata sulla via di un ritorno, attenzione, non alla parola primordiale, ma alla primordialità come esperienza di vita, diretta, detta attraverso una parola che non ha alcuna voglia di deformarsi per essere prima del tempo: ma che ha pazienza, estrema calma e costanza. Emblematico in questo senso, sul ritorno, il primo cortissimo brano di questa selezione: caproniano e contemporanemante montaliano, ma di una cifra aperta, originale. Non lo dico spesso, ma qui sì: la poesia di Sebastiano è matura, ampia e contemporaneamente scavatrice, profonda e accogliente come una casa, come il dolore, come la terra. Mi piacerebbe sentirti dire qualcosa sulle sue ragioni, ma meglio: sul percorso e i riferimenti.
Massimo Orgiazzi
Sono inchiodato dalla domanda centrale del secondo (ma lo vedo benissimo come parte del primo) testo qui presentato. E per quanto mi riguarda può essere centrale anche a tutta la raccolta de Il Dolore della Casa. “Quali parole disse che non ho mai pronunciato?” Il dolore, l’unico dolore (della casa e inevitabile) è quello della perdita… La madre non vuol far nascere il proprio figlio quasi ne presentisse il destino oltre a quello suo prorpio di sopravvivergli. Dal canto suo il figlio tenta di risalire il sinuoso corso della scrittura come una parola alla bocca per ricominciare magari ab ovo ab eterno come dicevano i latini. Una poesia, mi permetto di dire, che nella sua apparente semplicità, nel senso più quotidiano del termine, dei ricordi che ognuno di noi conserva senza bisogno di entrare nei particolari, una poesia che contiene in sé una modesta e segreta complessità. Tutte cose che saprete di certo molto meglio di questo lettore.
Marco Soriano
Questo è un libro di cui parlare.
Matteo Fantuzzi
Grazie Sebastiano per questo intervento: se il compito dei vivi è arginare il male, il dolore e la perdita dando ad essi una proporzione, una misura e una forma, direi che ci troviamo di fronte, correggimi se dico cose senza senso, ad una poesia che “corregge”, che a modo suo limita, ma non consolando: semmai circoscrivendo, a modo suo, come suggerivo più sopra, rallentando (per collegarsi alla versione di Lecchini). Quindi siamo agli antipodi della fotografia, del fermo immagine, di ciò che si illude di contenere dei tratti: siamo al contenimento, a ciò che trattiene uno scorrere per quanto lento, sempre fatale. Arte nemmeno come antidoto: letteratura come suddivisione, setaccio del tempo.
Massimo Orgiazzi
“i bambini si mangiano la morte”. semplicissime parole per dire un’enormità. Ho sentito tanto la “forza arginante” (per usare le parole di aglieco) di questa poesia.
Silvia monti
Come ho scritto di recente recensendo il libro su “L’Attenzione”, Dolore della casa si costruisce sul doppio binario madre / padre, la cui complessità estrema si compie nella sezione omonima, nella quale l’alter-ego del poeta diventa Ulisse, padre mai dimenticato (‹‹Tu, Telemaco, nei miei / sonni, sei ancora in questo bambino che / risale il mare, cercando le orme di un padre››), un Ulisse preda del mare, mito materno dalle ‹‹sponde tenebrose››, dagli ‹‹anfratti in cui si perde l’ora / e il tempo non consola››. Come se non bastasse, questo mare che governa Ulisse, questo mare-madre che ‹‹lo ha condotto dove la parola è cava››, è a propria volta governato da un ‹‹dio›› maschio, che ‹‹intrattiene›› anche parola ed eroe, padre supremo che ‹‹non conosce i passaggi della mente››, la casa-rifugio che la mente è, e non fa esperienza dell’invecchiare, dei paesaggi in rovina, delle ‹‹fratture della terra››. Un dio dunque che non può aiutare i mortali, ‹‹profughi›› e fratelli, condannati a spartirsi, con dolore e violenza, la terra, costretti, dalla loro stessa natura, a non estinguere la penuria.
Stefano Guglielmin
C’è una singolare coincidenza che mi lega a Sebastiano e che, in qualche modo, ha a che fare con i temi di per questo libro: lui è nato il 29 gennaio, come mio padre e come mio figlio.
Stefano Guglielmin
in LA DIMORA DEL TEMPO SOSPESO
Poiché mi risultava difficile, quasi impossibile, operare una scelta personale di testi da questo libro (che, per me, va letto, e meditato, dalla prima all’ultima sillaba: non ce n’è, infatti, una, una sola, che non sia necessaria), ho optato per la selezione, a cura dello stesso autore, presentata da Massimo Orgiazzi su www.liberinversi.splinder.com il 14 dicembre 2006.
Francesco Marotta
Riletti con piacere (se così si può dire) questi testi che a suo tempo mi provocarono un certo “spavento” quando il dolore è anche dimenticanza e ricordo, parole mai udite, sguardi mai sfiorati. Ma ogni cosa è sopratutto ritorno, come, mi piace evidenziare, “il bianco virgineo delle pupille” che presto cancelleranno, per sovraesposizione, nuovi paesaggi, nuove scritture. Sì, e comunque è vero, noi non vogliamo essere consolati, noi non lo siamo (chissà perché mi torna in mente Non chiederci la parola di e. montale che “quell’ombra sua non cura” dice nel testo e “stampa sopra uno scalcinato muro,” altra scrittura altra epigrafe). Tutto ritorna, e il sole a ogni alba, e quel piccolo volto lontano allo specchio che ci “espone al silenzio di tutte le stelle.”
*
Marco, io credo che si ritorni sempre, quasi per impulso naturale, su ciò che, in un modo o nell’altro, ci ha segnati: si torna a dialogare col solco e la cicatrice, con quanto ci chiama a rimirare, senza parole, il taglio della ferita, lo squarcio mai placato da cui si leva la voce delle nostre radici. E se la poesia, come in questo caso, ha tale potere, vuol dire che essa è destinata a sopravvivere alla nostra polvere. Perché rinasce ogni volta, a ogni nuova lettura, come lo sguardo di un “bambino” venuto a “mangiare la morte”.
Francesco Marotta
in LA POESIA E LO SPIRITO
Sebastiano Aglieco, a mio modesto avviso, è uno dei nuovi grandi che la poesia italiana contemporanea può vantare. Se n’è accorto l’amico Milo De Angelis e se ne sono accorti anche altri, ma ancora pochi, sempre a mio parere (in particolare chi cura le collane di poesia degli editori ‘patentati’ – ma forse se ne sono accorti fin troppo bene… dare spazio a personalità del calibro di Sebastiano vorrebbe dire mettere in discussione il 90% di ciò che si pubblica in dette collane… cioè il Nulla). I suoi “La giornata”, Ed. La Vita Felice 2003, e il recente “Dolore della casa”, Ed. Il ponte del sale 2006, sono due libri finiti, opere complete, che vivono a sé e, come tali, Sebastiano ce li ha consegnati e noi li custodiamo. Chi mi conosce sa bene che non sono solito sprecate elogi, anzi, o ‘castigo’ oppure mi stringo nelle spalle e vado avanti, perché poco il tempo che mi rimane, ma di fronte alla poesia di Aglieco non posso che dire bravo, ci sei, il leggerti vale il sostare, il non lanciarmi ai 200 con la mia moto alla ricerca del “volo in ombra”, come lo definiva William Butler Yeats. Sappiamo che nell’elaborazione cristiana il dolore viene associato alla condizione primordiale di umanità, che richiede una riparazione. La sofferenza assume allora il significato di un prezzo da pagare. Cristo sulla croce diventa un caso paradigmatico di sofferenza positiva. Fu questo sacrificio a salvare l’umanità dal peccato e ogni cristiano è chiamato a parteciparvi dedicando la propria sofferenza all’azione salvifica. Ai nostri giorni il Papa ha glorificato la sofferenza : “Condividere le sofferenze di Cristo è al tempo stesso soffrire per il Regno di Dio. Il soffrire contiene un appello alla grandezza morale e alla maturità spirituale dell’uomo”. Questa interpretazione ha avuto conseguenze, in particolare sulla terapia del dolore nei malati oncologici terminali, infatti alcuni medici cattolici esitano ad alleviare la sofferenza perché il trattamento potrebbe entrare in conflitto con la redenzione dei pazienti (giusto tutto ciò? A voi il dire). Nel secolo illuminato il male fisico, il dolore e la sofferenza sono visti come ineluttabili, si insediano nella nostra esperienza e, come il bene, non esistono in sé ma unicamente in rapporto agli uomini. Per Voltaire il male è necessario per il fatto che: “Non scorgo altra ragione della sua esistenza al di fuori di questa nostra e sua stessa esistenza”. Nietzsche attribuisce all’esistenza il significato di tragedia, loda la sofferenza come mezzo attraverso il quale l’umanità evolve verso un ordine più elevato e disprezza il comfort e l’evitamento del dolore, quali forme di decadenza che portano all’indebolimento dello spirito umano. Per il filosofo ebreo Levinas, mentre è nella nostra natura esistenziale essere attivi in relazione al mondo, di fronte alla sofferenza siamo passivi. Ne consegue che la sofferenza è sempre un’alienazione del nostro essere e distrugge l’autocompiacimento della vita. Questo ci permette di aprirci alla sofferenza dell’altro/a attraverso la compassione: l’assenza di significato della sofferenza fornisce le basi di un reale contatto con gli altri. E Sebastiano si sporge fin troppo verso di noi al punto di diventare a sua volta un noi. Che altra virtù artistica può desiderare un poeta? Egli dice di sé. “Sono una mente sotterranea a palpitante”… io aggiungo: “Quella mente è un cuore e quel mettersi in disparte una presenza monolitica”. Altro non aggiungo, già ho dato fin troppo spazio alla (sana) retorica che ho in corpo… ma Aglieco val pure una celebrazione.
Gian Ruggero Manzoni
“Dolore della casa” è tra i più bei libri usciti in questi ultimi anni. E’ un piacere poterlo segnalare ad amici e visitatori.
Giovanni Nuscis
Ho letto questo bel libro di Sebastiano Aglieco, davvero toccante. Si coglie immediatamente il grande talento poetico dell’autore. Dà l’idea di essere stato scritto in uno stato di coscienza diverso, e in tale stato porta il lettore. Il filo conduttore è ben chiaro, la raccolta piena di armonia.
Luisella Pisottu
LA PAZIENZA DELLA RESA
con cinque illustrazioni e una litografia di
Paolo Leveni
Presentazione:
1.
Che cos’è la resa di cui parla Aglieco in queste poesie? Che cosa ha a che fare la pazienza con la resa? Contrariamente a ciò che accade in molta della produzione poetica contemporanea, anche della più celebrata, qui il poeta ci chiede di partecipare a una scoperta, ci chiede di condividere un pezzo di mondo i cui protagonisti sono bambini, i suoi alunni, persone che crescono dentro le sue parole, che insieme a lui cercano di abitare dentro un paese innocente. Ma il mondo, quello che il poeta deve raccontare con la parola più aperta, più disponibile a lasciarsi ferire, a lasciarsi attraversare dalle cose e dagli avvenimenti, ci tocca con le sue spine, con il suo dolore che, qui, è il dolore della perdita, il dolore della distanza che si apre quando, appunto, il maestro deve andarsene. Le poesie di Aglieco sono una riflessione acuminata sul rapporto tra il maestro e il discepolo e, in questo particolare rapporto, viene messo a tema anche quello più generale sul significato della tradizione e del tradire che in esso è incluso: il compito di chi si mette in gioco nel rapporto educativo è quello di aprire un varco, di indicare un orizzonte dentro cui ciascuno possa trovare la sua strada. E’ un lungo accompagnamento al destino di ciascuno di coloro che devono crescere, dentro la pazienza che, qui, è da intendersi come un patire insieme, una compassione che attraversa tutta l’umanità che si ha di fronte, che la prende in carico ben sapendo che dovrà un giorno lasciarla. Perché cresce davvero, poi, solo chi tradirà tutto quello che ha ricevuto, nel senso che sarà in grado di rielaborare il mondo dentro un nome nuovo, una parola personale che, seppur memore di quella del maestro, sarà diventata altra rispetto a quella. Ancora, allora, il lavoro educativo è sacrificio, cioè “tramite del rendere possibile”, come dice lo stesso Aglieco in un suo recente saggio: il sacrificio è un gesto che afferma negando, che si pone per poter fare essere qualcos’altro. Ma questo, per il poeta, è lo stesso compito della poesia, lo stesso destino della parola poetica: un’obbedienza alle cose, una trasparenza che le lascia sfolgorare nella loro crudezza e che cerca di raccogliere insieme in una unità che non ha il sapore della magia, ma è piuttosto una sorta di pietà che testimonia la dignità della realtà tutta. Molti passaggi di queste poesie sono così commoventi perché confermano la figura di un poeta che non scrive per narcisismo, ma per lasciarsi attraversare dalla realtà che incontra, per attraversare il mondo, per sporcarsi le mani con tutto il dolore e la bellezza che esso è capace di mostrare. E che la poesia conserva e custodisce, rioffrendola dentro un racconto, una testimonianza necessaria. La pazienza della resa, allora, è l’affermazione di una necessità antropologica prima e poetica poi: coinvolgersi con il mondo, patire insieme al mondo obbedendo ai suoi segni, tornarci dentro ogni volta “con le mani/ vanga e freccia/ pane da custodire/ fratelli da salvare.” L’educazione, e quindi anche la poesia, intesa come un’opera comune, una casa da costruire insieme perché si giunga, infine, “velocemente al mondo”. Il compito del lavoro educativo diventa lo specchio del destino della poesia, pane da spezzare nuovamente insieme e indicazione offerta a chi legge perché, proprio attraverso la parola del poeta, anche a chi legge viene affidato lo stesso compito di custodire e fare rifiorire il desiderio in ciascuno di noi di una coscienza nuova di noi e del mondo: l’educatore, il poeta, l’uomo deve tornare ad essere testimone, luogo in cui il dono, il dato che si è incontrato, possa essere reso vero dentro ogni nuovo incontro. La poesia di Aglieco è dunque più che una parola, o lo è nel suo senso più vero: è un gesto, si sente responsabile del mondo e di quello che fa nel mondo e dice al mondo perché nasce da un’esperienza umana che è cresciuta dentro quella “pazienza della resa” che anche a noi viene offerta come la possibilità di uno sguardo più vero sulla nostra esistenza.
Corrado Bagnoli
2.
In direzione dell’uomo: Quale rapporto esiste tra queste tecniche miste di Paolo Leveni e le poesie di Sebastiano Aglieco dalle quali pure prendono spunto? Queste forse nuvole, porte, case, finestre, trasfigurazioni visive di altre trasfigurazioni letterarie? Queste opere che sembrano non arrendersi, ma riaffermare con la loro esistenza ed evidenza? Esse costituiscono quasi un controcanto o un contraltare, quasi presenza di quello che Aglieco ha sovente preferito sussurrare, intuito o non osato nel suo stare a distanza, pudicamente e giustamente, da un destino esorbitante che lo impegnava: Paolo Leveni nella sua ragionata gestualità, nel suo impeto immaginativo e descrittivo si discosta dallo svolgimento teoretico del poeta, dall’ immagine lirica all’ immagine pittorica il percorso subisce variazioni e viraggi. Quello del pittore non è né il tempo né lo spazio della pazienza, se, come scrive CorradoBagnoli, questo è il modo per “coinvolgersi col mondo, patire insieme al mondo obbedendo ai suoi segni”. Il suo è lo spazio, puro e semplice, dei segni; più da apocalisse (che non è vicenda catastrofica, ma rivelazione di significati definitivi), capace di bruciare, in quanto tale, le inincidenti sfumature sentimentali e gli errori antropologici dei quali ogni avventura umana si intride. E se il pittore ha coltivato qualche fantasia in queste tavole, i segni stessi, pazientemente, gliel’hanno spazzata via come non pertinente al loro mostrarsi al mondo. Istintivamente – e quindi forse volontariamente – il pittore si è fatto anche lui insegnante, ma solo in quanto obbediente ai segni, tutt’altro che astratti, che le parole richiamavano dentro la realtà, sorprendendone però altri livelli e angolature attinenti piuttosto ad una potenzialità salvifica di essa. Possibilità che non è mai anonima benché innominata: “non ho più parole per le ombre” scrive il poeta, e il pittore sembra essersi trovato a fare i conti con questa certezza, inevitabilmente. Le sue sono immagini invadenti e indifferenti nello stesso tempo; immagini di dentro o di fuori: l’inquieto dilemma può rimanere irrisolto. Esse però ci avvertono di una corrispondenza e con ciò si inoltrano e ci inoltrano; non come la vanga dell’ottava poesia, ma come la freccia, stornata dalla sua funzione poetica, per farsi segno indicatore agli occhi della nostra libertà impacciata. Nel cui fondo sta l’invito di Sebastiano Aglieco a custodire “il bambino che vi chiama” (chi non ricorda la dedica di Saint Exupery nel suo capolavoro?) che Corrado Bagnoli precisa nel suo svolgersi dinamico e quindi maturo come “il far rifiorire il desiderio” e che, insomma, per l’un caso e l’altro è pur sempre il luogo della soddisfazione. A questo punto ci si può arrendere – anzi, ogni uomo ragionevole deve arrendersi! – come Aglieco, non per la fine di sogni traditori, ma perché i segni parlano chiaro (anzi non parlano, si mostrano), quasi a ribadire la sola condizione che rende possibile, anche se a momenti, ciò che ognuno insegue disperata-mente. E non importa se soggetto e immagini risultano coincidenti e quindi bloccati, contraddittori tra il loro incamminarsi e lo stare. Forse lo sono solo più apparentemente che realmente: quale altra forma è possibile all’amore, ad un certo amore, almeno? Quale altra condizione che spalanchi all’infinito, mentre ci attrae a sé totalmente?
Camillo Ravasi
4 METALLI
poemetto per la mostra
DELLE MURA di Rinaldo Turati
Commenti dalla Rete (La dimora del tempo sospeso)
Mamma mia bravo che sei, Sebastiano. È un piacere leggerti.
Rina
Affascinante l’idea della scelta dei quattro metalli, bella e densa la scrittura. vado a scaricare l’e-book. Grazie.
Bianca Madeccia
Non conosco i lavori di Turati, purtroppo (e cercherò di provvedere), ma in questi testi c’è il “miglior” Sebastiano Aglieco.
Francesco Marotta
Inedito
ORIENTE PROSSIMO VENTURO
Commenti dalla Rete (La dimora del tempo sospeso)
Mi fa molto piacere Sebastiamo rileggere con calma queste poesie che ho molto apprezzato nella lettura dal vivo ma ora leggendole con calma le gusto ancora di più. Grazie ancora per essere venuto alla presentazione, per la tua testimonianza civile e poetica. Non è poco di questi tempi dove anche molti poeti pensano prima di tutto ai propri versi e solo a onori personali. Lo stesso vale per Francesco Marotta, altro poeta presente sabato.
Luca Ariano
Quando, nel post precedente dicevo delle bellissime cose di questo blog mi riferivo anche a queste poesie.
concordo con luca ariano, i poeti li pensavo tutti generosi e d’altruisti, invece alcuni pensano solo ai loro versi, anzi, rettifico perchè pensare solo ai loro versi in un certo senso sarebbe accettabile, diciamo pure che alcuni pensano solo alla loro affermazione come poeti, forse perchè non sono riusciti a realizzarsi come persone. penso a certe serate di poesia a cui ho assistito in occasione di qualche premiazione, il poeta scalpita, non vede l’ora di salire sul palco per ricevere il premio e leggere i suoi versi poi si disinteressa di tutto a meno che un qualche poeta gli può tornare utile allora è tutto un complimentarsi e un sorridere. Ma per fortuna non sono tutti così, ci sono persone a cui non interessa apparire, che amano la poesia di amore sincero e disinteressato. Marotta è uno di questi.
Antonella
(condivido le esperienze di Antonella, e sottoscrivo .) i versi di Sebastiano sono grevi e urgenti allo stesso modo. ritengo che attraverso le memorie si possa dire del presente e del futuro. per questo motivo ho preferito leggere “agguato” in una presentazione di “vicino alle nubi…” all’etruria eco festival, anzichè altro…perchè questo testo lo sento come un “avviso ai naviganti”… mi sento a mio agio in questi testi, lo ammetto.
Roberto Ceccherini
Poesia necessaria, un flusso di versi che scavano fra le macerie di un dolore che accomuna e la parola, nitida e corposa, si solleva dalla polvere del tempo per restituirci pagine di struggente bellezza. Ho sempre creduto che il poeta dovesse essere la poesia che scrive. Purtroppo non sempre è così e sulla generosità o meno si potrebbe fare un lungo seminario….
Jolanda
“Parola mia mai detta veramente / mai posseduta”. Sebastiano ci ricorda, perché è necessario ricordarlo, che non siamo noi a possedere le parole, non siamo noi a dirle, ma sono loro che ci chiamano. Di questa invocazione i poeti sono custodi, nel tempo reale della scrittura, e hanno il dovere della risposta – una risposta che non sia ammicco finto ma tragedia della finzione che si fa vera. Un affettuoso saluto a Sebastiano e Francesco.
Marco Ercolani
Marco, questo tuo commento mi commuove e, benchè scaturito dai versi di Sebastiano, credo sia anche un punto fermo del tuo approccio con la poesia. Sapessi quanti non credono al fatto che le parole ci chiamino!
Grazie
Jolanda
Riconoscersi nelle parole degli altri e nel dramma di stare nella storia. Succede anche a me adesso, su questo.
Francesco Tomada
Bellissimo testo, Sebastiano, non solo a leggerlo ma immagino di ascoltarlo dato che dentro ci sento una voce drammatica molto profonda e toccante nel suo strazio e nella sua sobrietà. Un abbraccio a te e a Francesco
Lucetta Frisa
INEDITI
FOGLIE IMMOBILI DAL VETRO
Commenti dalla Rete (Oboesommerso)
La finestra sul mondo. Sebastiano Aglieco ci riserva quattro testi di rara nitidezza e musicalità, ancor più esaltata dalla voce viva dell’autore. Lo sguardo alla fine riesce a intravedere anche il futuro (’saremo diversi ricordando’) e a interpretare i simboli (’Oggi sarà mattina./Piove./Sul balcone/si è fermata una tortora: sono le prove’). La poesia insomma non come mero conforto, ma come sguardo unico sul mondo, talvolta addirittura strumento per decifrarlo inaspettatamente.
Antonio Fiori
bello ospitare un autore come Sebastiano Aglieco con un “micro cappello” critico di Antoni Fiori, come benvenuto.
Io posso solo ringraziare Sebastiano per la disponibilità dimostrata: leggersi significa concedersi completamente, senza filtri al “progetto lettura”.
Sebastiano è partito oggi, ma domenica ci raggiungerà sicuramente. io intanto auguro a tuttii una buona lettura pregandovi di “accendere le casse”.
redmaltese
leggo sempre volentieri i testi di Sebastiano, riconoscendoli parte di una koiné “familiare, che mi suona bene alle orecchie. Mi sembra che la poesia lirica non solo non sia morta, ma stia anche benino, esempi come vedete ce ne sono. Come ha detto di recente un critico, l’unico modo di stare nella tradizione è assumersi la responsabilità del suo divenire. Idea non nuova ma in questo caso (di Sebastiano) vera, compreso l’uso ben mimetizzato e quindi dinamico di schemi, ritmi, figure ecc.
un saluto a tutti, Sebastiano, Antonio, Red
giacomo cerrai
ciao Giacomo, hai ragione te: la poesia lirica di Sebastiano è una dimostrazione limpida di quello che dici.
roberto
questo audio l’ho gustato tutto!
come dicevo anche a roberto, la voce maschile nella lettura poetica è molto più bella della voce femminile secondo me…
complimenti all’autore… testi coinvolgenti!
Anila
non sei diplomatca anila (eheheh)
buona domenica
roberto
ben arrivato Seb, approfitterei per chiederti:
chi prende più spazio: il poeta o il critico Aglieco?
ciao,
roberto
grazie Seba, per la sincerità. dici una coa intelligente “leggere “il testo come se fosse caduto dal cielo”, decontestualizzandolo. un metodo che permette di scostarsi da certe distrazioni ed assaprarne l’essenza.
viva i poeti attenti.
a domani,
roberto
Condivido pienamente l’affermazione di Sebastiano Aglieco su la pari dignità (e difficoltà) di lettura e scrittura. Senza bisogno di citare il famoso l’aforisma di Borges sui libri letti e i libri scritti, credo sia addirittura più difficile costruirsi come buon lettore che come buon scrittore. Fondamentale il ruolo della scuola, dell’età della formazione, le combinazioni biopsicoaffettive nel laboratorio adolescenziale di ciascuno di noi.
Buona giornata amici
Antonio
Trovo molto belle queste poesie, hanno l’esattezza e la risonanza che la vera poesia possiede. E sono con Anila quando afferma che la voce maschile è migliore di quella femminile.
Un unico minuscolo appunto, ma è un gusto personale, il punto esclamativo al termine dell’ultima poesia, ma vado a cercare “il pelo nell’uovo” Complimenti.
liliana
invece Sebastiano sarebbe un discorso interessante da aprire: quello sul metodo di insegnamento nelle scuole italiane mi chiedo spesso se la scuola italiana è lontana anni luce da certe scuole nordeuropee o d’oltreoceano oppure se tutto il mondo è paese…
intanto grazie a te ad Antono e a Liliana Zinetti
a domani,
roberto
“i bambini devono scoprire la libertà della scrittura”, (e viaggiare nella scrittura avendo mappe, coordinate)…come condivido questo concetto.
sapevo che ti saresti aperto…e che ti batti da anni su certi principi. io credo che un poeta, un buon lettore deve possedere il dono della “sensibilità”, che può significare sapersi interfacciare con il mondo, con le persone e riconoscerne l’essenza, la sincerità.
per la brava poetessa…la sua moralità…bè lasciamo stare hai detto già bene tu.
grazie per aver risposta Sebastiano, è stato istruttivo.
un carissimo saluto,
roberto
caro Sebastiano, sta per scadere il nostro tempo…
siamo sinceramente felici di averti ospitato, parlo anche a nome degli altri amici che collaborano con il blog. oltre ad averti apprezzato come autore ed interprete, abbiamo avuto modi in questi giorni, di constatare anche la tua sensibilità e disponibilità.
passa quando vuoi, quindi, sarai il benvenuto.
roberto
Un caro saluto a Sebastiano, che ci ha onorato con la sua visita. Il suo impegno con i ragazzi per avvicinarli alla parola poetica e sensibilizzarli alla lettura e alla scrittura della poesia sia d’esempio per tutti….
Antonio
INEDITI
IL PURO DETTATO DI QUESTI GIORNI
PAESAGGI DAL PORTO DI SIRACUSA
Commenti dalla Rete (La dimora del tempo sospeso)
Bellissime.
liliana
Che bellissime poesie! Non ci si stanca mai di assistere alla fantasmagoria di immagini e senzazioni che un poeta riesce ad trasmettere…davvero emozionante.
Cristina bove
Sì, poesie bellissime e di grande intensità, capaci di trovare strade ignote, che fanno sì che sembrino nascere dall’interno del lettore… e bel preludio l’immagine di Salvatore Matina.
Giorgio
Sarà il clima di Natale?
Comunque, sinceramente apprezzate e l’aggettivo, pur banale,
lo conferma.
liliana
Sono totalmente d’accordo con tutti voi. Sto rileggendo proprio in questi giorni “Dolore della casa” e questi due poemetti mi hanno aiutato a scoprire nuove dimensioni e risonanze di questo libro che, in assoluto, è tra i pochi in circolazione a non aver bisogno di nessun aggettivo per esistere. Perché semplicemente è, e sarà.
Mi veniva spontanea, poi, una riflessione: mi piacerebbe sapere quanti testi, scritti una quindicina di anni fa, hanno ancora oggi la capacità, come questi, di resistere alla prova del tempo e di parlare con tanta forza e pienezza stilistica, con momenti di autentico splendore.
Veramente un gran bel regalo di Natale, Sebastiano. Grazie.
Francesco Marotta
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