La pazienza della resa

LA PAZIENZA DELLA RESA
con cinque illustrazioni e una litografia di
Paolo Leveni

Presentazione:

1.
Che cos’è la resa di cui parla Aglieco in queste poesie? Che cosa ha a che fare la pazienza con la resa? Contrariamente a ciò che accade in molta della produzione poetica contemporanea, anche della più celebrata, qui il poeta ci chiede di partecipare a una scoperta, ci chiede di condividere un pezzo di mondo i cui protagonisti sono bambini, i suoi alunni, persone che crescono dentro le sue parole, che insieme a lui cercano di abitare dentro un paese innocente. Ma il mondo, quello che il poeta deve raccontare con la parola più aperta, più disponibile a lasciarsi ferire, a lasciarsi attraversare dalle cose e dagli avvenimenti, ci tocca con le sue spine, con il suo dolore che, qui, è il dolore della perdita, il dolore della distanza che si apre quando, appunto, il maestro deve andarsene. Le poesie di Aglieco sono una riflessione acuminata sul rapporto tra il maestro e il discepolo e, in questo particolare rapporto, viene messo a tema anche quello più generale sul significato della tradizione e del tradire che in esso è incluso: il compito di chi si mette in gioco nel rapporto educativo è quello di aprire un varco, di indicare un orizzonte dentro cui ciascuno possa trovare la sua strada. E’ un lungo accompagnamento al destino di ciascuno di coloro che devono crescere, dentro la pazienza che, qui, è da intendersi come un patire insieme, una compassione che attraversa tutta l’umanità che si ha di fronte, che la prende in carico ben sapendo che dovrà un giorno lasciarla. Perché cresce davvero, poi, solo chi tradirà tutto quello che ha ricevuto, nel senso che sarà in grado di rielaborare il mondo dentro un nome nuovo, una parola personale che, seppur memore di quella del maestro, sarà diventata altra rispetto a quella. Ancora, allora, il lavoro educativo è sacrificio, cioè “tramite del rendere possibile”, come dice lo stesso Aglieco in un suo recente saggio: il sacrificio è un gesto che afferma negando, che si pone per poter fare essere qualcos’altro. Ma questo, per il poeta, è lo stesso compito della poesia, lo stesso destino della parola poetica: un’obbedienza alle cose, una trasparenza che le lascia sfolgorare nella loro crudezza e che cerca di raccogliere insieme in una unità che non ha il sapore della magia, ma è piuttosto una sorta di pietà che testimonia la dignità della realtà tutta. Molti passaggi di queste poesie sono così commoventi perché confermano la figura di un poeta che non scrive per narcisismo, ma per lasciarsi attraversare dalla realtà che incontra, per attraversare il mondo, per sporcarsi le mani con tutto il dolore e la bellezza che esso è capace di mostrare. E che la poesia conserva e custodisce, rioffrendola dentro un racconto, una testimonianza necessaria. La pazienza della resa, allora, è l’affermazione di una necessità antropologica prima e poetica poi: coinvolgersi con il mondo, patire insieme al mondo obbedendo ai suoi segni, tornarci dentro ogni volta “con le mani/ vanga e freccia/ pane da custodire/ fratelli da salvare.” L’educazione, e quindi anche la poesia, intesa come un’opera comune, una casa da costruire insieme perché si giunga, infine, “velocemente al mondo”. Il compito del lavoro educativo diventa lo specchio del destino della poesia, pane da spezzare nuovamente insieme e indicazione offerta a chi legge perché, proprio attraverso la parola del poeta, anche a chi legge viene affidato lo stesso compito di custodire e fare rifiorire il desiderio in ciascuno di noi di una coscienza nuova di noi e del mondo: l’educatore, il poeta, l’uomo deve tornare ad essere testimone, luogo in cui il dono, il dato che si è incontrato, possa essere reso vero dentro ogni nuovo incontro. La poesia di Aglieco è dunque più che una parola, o lo è nel suo senso più vero: è un gesto, si sente responsabile del mondo e di quello che fa nel mondo e dice al mondo perché nasce da un’esperienza umana che è cresciuta dentro quella “pazienza della resa” che anche a noi viene offerta come la possibilità di uno sguardo più vero sulla nostra esistenza.
Corrado Bagnoli

2.
In direzione dell’uomo: Quale rapporto esiste tra queste tecniche miste di Paolo Leveni e le poesie di Sebastiano Aglieco dalle quali pure prendono spunto? Queste forse nuvole, porte, case, finestre, trasfigurazioni visive di altre trasfigurazioni letterarie? Queste opere che sembrano non arrendersi, ma riaffermare con la loro esistenza ed evidenza? Esse costituiscono quasi un controcanto o un contraltare, quasi presenza di quello che Aglieco ha sovente preferito sussurrare, intuito o non osato nel suo stare a distanza, pudicamente e giustamente, da un destino esorbitante che lo impegnava: Paolo Leveni nella sua ragionata gestualità, nel suo impeto immaginativo e descrittivo si discosta dallo svolgimento teoretico del poeta, dall’ immagine lirica all’ immagine pittorica il percorso subisce variazioni e viraggi. Quello del pittore non è né il tempo né lo spazio della pazienza, se, come scrive CorradoBagnoli, questo è il modo per “coinvolgersi col mondo, patire insieme al mondo obbedendo ai suoi segni”. Il suo è lo spazio, puro e semplice, dei segni; più da apocalisse (che non è vicenda catastrofica, ma rivelazione di significati definitivi), capace di bruciare, in quanto tale, le inincidenti sfumature sentimentali e gli errori antropologici dei quali ogni avventura umana si intride. E se il pittore ha coltivato qualche fantasia in queste tavole, i segni stessi, pazientemente, gliel’hanno spazzata via come non pertinente al loro mostrarsi al mondo. Istintivamente – e quindi forse volontariamente – il pittore si è fatto anche lui insegnante, ma solo in quanto obbediente ai segni, tutt’altro che astratti, che le parole richiamavano dentro la realtà, sorprendendone però altri livelli e angolature attinenti piuttosto ad una potenzialità salvifica di essa. Possibilità che non è mai anonima benché innominata: “non ho più parole per le ombre” scrive il poeta, e il pittore sembra essersi trovato a fare i conti con questa certezza, inevitabilmente. Le sue sono immagini invadenti e indifferenti nello stesso tempo; immagini di dentro o di fuori: l’inquieto dilemma può rimanere irrisolto. Esse però ci avvertono di una corrispondenza e con ciò si inoltrano e ci inoltrano; non come la vanga dell’ottava poesia, ma come la freccia, stornata dalla sua funzione poetica, per farsi segno indicatore agli occhi della nostra libertà impacciata. Nel cui fondo sta l’invito di Sebastiano Aglieco a custodire “il bambino che vi chiama” (chi non ricorda la dedica di Saint Exupery nel suo capolavoro?) che Corrado Bagnoli precisa nel suo svolgersi dinamico e quindi maturo come “il far rifiorire il desiderio” e che, insomma, per l’un caso e l’altro è pur sempre il luogo della soddisfazione. A questo punto ci si può arrendere – anzi, ogni uomo ragionevole deve arrendersi! – come Aglieco, non per la fine di sogni traditori, ma perché i segni parlano chiaro (anzi non parlano, si mostrano), quasi a ribadire la sola condizione che rende possibile, anche se a momenti, ciò che ognuno insegue disperata-mente. E non importa se soggetto e immagini risultano coincidenti e quindi bloccati, contraddittori tra il loro incamminarsi e lo stare. Forse lo sono solo più apparentemente che realmente: quale altra forma è possibile all’amore, ad un certo amore, almeno? Quale altra condizione che spalanchi all’infinito, mentre ci attrae a sé totalmente?
Camillo Ravasi

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