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Mariarita Stefanini, vedere e non capire
Mariarita Stefanini, DESERTO E SIAMO VIVI, La Vita Felice 2009
Si apre in un piazzale di sosta dell’autostrada questo libro, dove qualcuno viene guardato dormire, la notte, in un punto del suo viaggio. Questo qualcuno siamo noi tutti, che vediamo e non capiamo, perché la vita è estranea, abita i nostri corpi senza aver chiesto un consenso. Allora occorre un poeta, uno che riassuma nelle sue parole lo sguardo di tutti: “Vedi il loro tempo e nessuno sa/tranne te e il silenzio e le luci”, p. 9.
In questo sguardo che entra e esce dal mondo, dal sonno e dalla veglia dell’incoscienza, si situano le altre scene. La cartina di tornasole è il dolore e la coscienza del dolore, “quando sanguinare/ sembrerà il più alto desiderio umano”, p. 11. Ma non da soli, però; nella preghiera a qualcuno, piuttosto; nell’invocazione scarna.
“Anima mia,/non pretendere tutto questo./(…) lascia che trovi, aiutalo/a trovare”, p. 13.
Non è necessario approfondire. Ogni cosa, all’inizio, è già al lavoro per morire, per costruire un minimo senso: “Il tempo non è tempo. Questo/potrebbe essere l’eterno./Prendo una bottiglia d’acqua/perché hai sete./E’ semplice”, p.16.
La vita è già lì, è già fiorita, non dà tempo nemmeno per il compimento, in marcia di già, verso il suo disfacimento: “e dopo alcuni passi leggeri/mi atterra urgente e tragica/la vita”, p. 58.
Così la prima sequenza del libro è strutturata secondo un urgente desiderio di finire: “Tra poco cosa sarà il tuo essere te/il non essere che anima”, p. 38.
Poi, ancora, in un luogo di passaggio dove sfrecciano le macchine, scaraventate velocemente verso la loro fine, un oltre, nell’evanescenza dei fantasmi creati dal sole nel deserto. Quando “Il nostro tempo è finito (…) ci è data una vita soltanto e l’amaro del gioco (…)Il nostro tempo è un pedaggio al dolore. Al silenzio”, p. 38. Senza calcolo, previsione. Per inutile fatica.
Così, ogni tanto, la voce si aggrappa, chiede un sostegno, una consolazione, un colloquio con anima, con l’amato: “Portami lontano/se questo non è il mio vestito”, p. 45. La vita non rinuncia ad essere, a sognare la creazione delle sue forme incessanti. L’essere rimane lì, nel mistero della sua origine; pone domande senza risposta, contro le stelle. “Deserto, deserto e siamo vivi./Nulla scandisce il tempo/il battito è perfetto/come non ci fosse una fine./Deserto, deserto e siamo vivi”, p. 43.
Questo deserto è il mondo, palestra della parola e delle infinite forze che ci stringono alla gola, nell’apparenza della stasi, mentre invece tutto è in movimento, rovinoso, stelle contro stelle: “Corrono i venti, la notte a volte/(…) tu (…)non guardi la scia/del cosmo, la percorri”, p. 54.
Il nostro destino è capire rapidamente in questa forsennata corsa contro il tempo, contro la barriera dell’origine: non ci siamo ancora riusciti.
Sebastiano Aglieco
PER FABIO FRANZIN E I SUOI OPERAI
Fabio Franzin, FABRICA, Atelier 2009
Non ho avuto un padre operaio. Mio padre, i miei zii, quasi tutti gli abitanti del mio paese, erano braccianti agricoli: termine palese, per dire delle braccia e di ciò che è loro richiesto.
Così la mia infanzia e la mia adolescenza sono state costellate dalla ricorrenza di un lavoro che si trovava ai tempi del raccolto e della semina, quando i padroni, piccoli o grandi, spesso si rivolgevano alla piazza piuttosto che agli uffici di collocamento.
I ragazzi che “non volevano” la scuola andavano a bottega, assai spesso si facevano garzoni per imparare la dura arte del muratore e del meccanico. Già da piccoli, appena prima o appena dopo la terza media.
Poi c’era la strada del profondo Nord, la piccola e scomoda carriera militare, la malinconia e la reverie dei treni, l’invidia per chi se ne andava, per chi era riuscito a tracciarsi l’idea di un possibile futuro.
Nello sfondo del paese: la parrocchia e il circolo degli operai, la malinconia di chi restava col sentimento dell’inutilità, e la caparbietà di chi proseguiva e si anneriva con dignità nelle campagne, o con rassegnazione, sulle panchine della piazza, a montare e smontare motorini, a esibire piccole e grandi libertà, piccole e grandi idee di una rivoluzione impossibile e idealizzata.
Gli operai erano lontani, a Gela, ad Augusta, alla Sincat. Quelli erano i privilegiati, possessori di posti fissi ottenuti chissà come, tolti alla campagna e perfino all’handicap mentale della pastorizia e del piccolo crimine. E infine l’aspirazione a un posto fisso, negli uffici pubblici: un sogno al quale si poteva accedere solo attraverso una raccomandazione. Le raccomandazioni c’erano veramente, e palesi, altro che frottole!
Non ho respirato, da ragazzo, l’odore delle grandi lotte sociali. Le lotte operaie c’erano già state, ad Avola; i braccianti avevano alzato la voce, avevano preso le botte. E poi si diceva che i comunisti adocchiassero gli adolescenti, si diceva che li strumentalizzassero. I tazzibbau al circolo degli operai li ho preparati anch’io, in un breve periodo della mia vita da adolescente, un anno in cui la ricerca di un pensiero proprio venne scambiato per inutile idealismo. “Ma chi te lo fa fare, lascia perdere, pensa alla tua vita! Non farti nemici. Prima o poi avrai bisogno anche tu…”
Seguì la fuga nel profondo Nord, più immaginato che reale. Lasciavo un luogo che non è cambiato: il circolo del partito comunista simile a un ritrovo di vecchietti; la parrocchia; discorsi impegnati sulle panchine della piazza, voglia di fuga, strazio adolescenziale.
Gli operai erano ad Augusta, a Priolo, a Gela. Non li vedevamo. Li leggevamo sui giornali, soprattutto quando scoppiava qualche cisterna e i fumi arrivavano a Siracusa, e si diceva di malattie, di metamorfosi del corpo. Noi sapevamo, piuttosto, della fatica della campagna, del sole che bruciava la schiena, della vergogna di non sentirsi all’altezza delle donne che entravano nelle serre a quaranta gradi e ne uscivano come madonne straziate da un calvario, nere come carbone. Questo dolore, questo peso della vita, questa grande dignità, me li ricordo. Sono valori che ho avuto la fortuna di respirare. Ero studente con le mani nella terra – un rapporto che ho sempre mantenuto ancora ora – il dolore di sentirsi fuori dal tempo circolare delle stagioni, di abitare una consapevolezza lontana e crudele, lontana dalla Comunità.
Gli operai sono sempre rimasti in un orizzonte culturale, piuttosto che nella vicinanza del capire.
Dico questo per un fatto molto semplice:
per parlare del dolore bisogna aver provato dolore
per parlare della lotta bisogna aver lottato
per parlare della rabbia bisogna essere stati arrabbiati
per parlare degli operai bisogna essere o essere stati operai.
Io non potrei. Non mi permetterei.
L’operaio poeta Fabio Franzin, operaio per necessità di sopravvivenza, parla da dentro per testimonianza, ma anche per necessità. Lui lo può fare, i poeti che fanno la cronaca no. Per questa necessità le sue parole trovano un ritmo naturale, una cadenza che non ha niente di manieristico e che ci fa ascoltare il racconto, ci fa vedere le immagini degli interni; al principio con una forte connotazione sinestetica, poi col cipiglio della polemica, necessaria polemica, e della sconfitta.
Chi è passato a Sesto Marelli, tutte le mattine, per anni, e ha assistito allo smantellamento delle grandi acciaierie, fino alla creazione dei centri commerciali della modernità e dei casermoni lussuosi per ricchi, forse ha provato, come me, l’impressione di un cambiamento epocale, di senso delle cose. Noi non possiamo veramente sapere, noi che abbiamo assistito senza conoscere. Noi possiamo, però, e dobbiamo, ascoltare chi ha buttato sudore dentro quegli spazi, chi, per sopravvivere agli ingranaggi, ha dovuto usare la forza dell’arte per raccontare e raccontarsi. Io posso dire dell’angoscia di andare a prendere qualcuno a mezzanotte, imprigionato in un magazzino a incassettare verdure; dei miei studi interrotti per senso di colpa e debolezza, di un mondo perduto per sempre, già a 25 anni, e ancora perduto, doloroso, che affiora ogni tanto dalle macerie di ciò che non abbiamo potuto realizzare fino in fondo e che mai splende limpido, se non in qualche ricordo dell’infanzia dove i grandi non potevano entrare.
Non conosco, non ho conosciuto gli operai. I contadini sì, la loro pesantezza, la loro testa diversa dalla mia. Ma forse, contadini e operai sono stati accomunati dallo stesso destino della scomparsa di un mondo, certo crudele, ma forse ancora vivo, fatto di cose che si devono fare e dire per necessità, una necessità che accomuna chi scrive e chi legge, chi parla e chi ascolta, chi subisce contro chi ferisce. Mangiare un pezzo di pane e un’insalata appena strappata alla terra, dopo la fatica, in cerchio: questo sì che me lo ricordo bene.
Sebastiano Aglieco
*
Guarda quegli operai, nota
come sono assorti
fra i loro pensieri mentre si
concedono una sigaretta seduti
contro il muro della fabbrica
guardali, stanchi e sporchi,
con i jeans che un tempo
erano alla moda, ed ora
sono solo un paio di brache
troppo corte e rattoppate
con quelle camicie sbiadite,
le scarpe lerce di colla
o di oliaccio, ciglia e capelli
gialli di segatura. Sembrano quasi
dei clown fuggiti
da un circo, così, ridicoli
e malinconici come i comici
del cinema muto, e muti sono
anche loro perché la fatica
gli ha estirpato la parola
guardali ora mentre schiacciano
la cicca sotto i piedi e a capo
chino ritornano dalle macchine
che attendono ancora i loro atti
servili; i sogni volati altrove.
Si sta lì, tutti uniti,
sì, ma perché tocca, più
che altro, appesi tutti
alla catena del bisogno,
finchè tiene.
Un po’ come quei carrelli
uniti fra loro
fuori dai supermarket:
poi giunge un padrone nuovo,
spinge un euro dentro
il tuo taschino, e ti porta
via con lui; contento di te
ti riempie, ti colpa
di cose e regali. Poi – lo
lo comprendi solo alla fine del suo
percorso – le svuota tutte
nel baule della sua auto, quelle cose,
fra i suoi ferretti in croce
rimane solo un sacchetto
di noccioline, dimenticato
lì, forse per sbaglio. Quando
ti riaggancia al tuo
lucchetto, hanno spento le luci;
rimani lì, legato ben stretto
a fratelli che non conosci.
Un mondo intero stipato
nei dieci metri
quadrati di un reparto,
di tutte le sue razze,
di tutte le sue religioni:slavi
e indiani, rumeni e neri,
atei e cristiani, mussulmani
o testimoni di Geova, del demonio
della fame o del dio denaro,
tutti mescolati, così, tutti
già un po’ fratelli
fra di loro, lì, tutti stretti
ad annusarsi l’odore delle scoregge,
il tanfo del sudore, a capirsi a moti,
con gli sguardi, a confutare certe
assurde idee sull’imprimatur
di un popolo, lì, tutti uguali (e compagni d’avventura) ora,
che tanto sotto i guanti di lattice
non lo si scorge più il colore
della pelle, a pisciare, un bianco
e un nero accanto, all’orinatoio,
a passarsi l’un l’altro
un sorriso esausto, una chiave
inglese, a farsi passare quel
tempo sottratto, contare le spese.
(il testo originale è scritto in dialetto. Riporto qui solo la traduzione dello stesso autore)
Mario Fresa: ma quanta gioia pare il mio tormento
Mario Fresa, ALLUMINIO, LietoColle 2008
Può capitare, prima dell’entrare in seno a una comunità, che la lingua sia ancora in contatto con gli amici sconosciuti, con l’altra voce che risponde (e che domanda sempre). (…) Con l’eco di un colloquio al buio con antiche immagini benefiche: silenziosi Lari che, solo sognati appaiono col volto di parenti sconosciuti (l’autore nelle note).
Così, per leggere queste poesie di Mario Fresa, è necessario crearsi una ragnatela di parole, di immagini personali; che hanno sicuramente, come luogo del loro accadere, la terra che separa il sonno dalla veglia, il giorno dalla notte, come osserva, tra le altre cose, Santagostini nella premessa.
E quindi, se da una parte, attingendo all’esperienza biologica del sonno e dei presentimenti, invitano a una ricreazione nel seno di un inconscio comune, dall’altra rimandano alla stratificazione che le ha generate, come se, il fenomenologo fosse esperienza culturale più o meno incosciente, non necessariamente consapevole del suo essere; come se avesse bisogno di un lettore, di un alto interprete, in noi stessi, più distaccato da noi.
Così, mi sembra, vedere “la gola dorata” come il luogo centrale di questi versi, perché rimanda a una concretezza delle immagini, a un lavoro ancora da compiere: “qualcosa è qui, toccami ancora/non hai cercato bene”, p. 18.
Lavoro degli occhi, della bocca, che cerca di scampare all’aurea che l’inghiotte, all’indistinto vagare in una terra senza confine in cui ogni cosa sfugge e improvvisamente riappare. Si potrebbe immaginare, in contrappeso, per questa poesia, il purgatorio di Dante, la concretezza nell’evanescenza; il cammino; la dimenticanza; il ricordo; il trattenere e il lasciare liberi. Ma immagino anche, l’esperienza del simbolismo e del preraffaellismo, in fondo ancora àncore prima della distruzione di ogni forma e di ogni possibilità stessa del canto: vietato cantare per i contemporanei, come se il canto fosse diventato esperienza del risibile, della vergogna e della superficialità.
Così queste poesie si riferiscono anche, nel loro precedere l’aspro, il duro suono, all’indistinto senza luce - indistinto in quanto solo impercepito dall’orecchio che si è fermato a udire suoni terrestri.
“io non ho più parole/la mia lingua è nella spada”, p. 19; ma si tratta di una spada, però, che il poeta immagina “profondamente irreale, luminosa e musicale, (l’autore nella nota). Ma si potrebbe dire anche, sforzando un poco il senso, che il pensiero procede verso il suono, diventando esso stesso linguaggio musicale.
La tenzone celata di questi testi consiste, appunto, nello sforzo di dover ricordare di essere stato puro suono, luce, e di non esserlo più. Di dover giustificare la propria esistenza come in uno stato di in/sapienza e di dolore. Il pensiero viene, travalica qualcosa, gli occhi si aprono, guardano. Così all’inizio il pensiero porta con sé un suono dolce, una certa melopea, una certa rotondità nel canto, costretto a stridere coi suoni e le parole di tutti i giorni.
Siamo, mi sembra, in una zona della poesia dei nostri giorni – ben consolidata, pur nelle varianti delle forme e delle sensibilità – in cui il mal di vivere non ha smesso di esercitare il suo fascino e spesso funziona come unico antidoto per accorgersi dell’insufficienza del reale e delle leggi umane che lo governano. Male metafisico dell’essere, in quanto destinato ad essere; forme che si contendono un suolo (Boccioni, Elasticità, in copertina); ma anche, non molto diversamente, oserei dire, certi quadri simbolisti in cui si vedono ammassi di bambini dormienti in attesa di essere chiamati alla vita. Ma quanta gioia pare il mio tormento (Ugo da Massa, citato dall’autore).
“Nella grazia implorante s’inseguono le ombre/dei nostri corpi accesi nella morsa/dei colori…”, un testo dove gioia e tormento, appunto, sembrano mescolarsi nella percezione del vivere, nella resa formale della violenza che subiamo. “Eppure, vedi: quando fu strage acuta/di suoni e di profumi tu ricordasti:/nella terra del silenzio/ci hanno lasciati poveri strumenti/e labbra mute”, p. 29.
A me pare che, per dislocare le forme della tradizione bisogna innestarsi in esse, aggrappati, come alla criniera di un cavallo in corsa; ricavarne la forma nuova per un senso comune, un lavorio nella presenza dei problemi non risolti. Qui troviamo certamente uno scenario che conosciamo ma che non possiamo attribuire precisamente, strada per non ricevere l’ingombrante fardello degli ismi.
Il problema di questa lingua è dunque l’approssimazione, la vicinanza. Dare forma, o, se non è possibile, evocare la vicinanza. Le parole inseguono la pienezza delle cose, dell’esperienza, senza poterle mai dire pienamente. Le parole sono nate, forse, come necessità di arginare il rischio della dimenticanza totale e rimane il dubbio che, col passare degli anni, la lingua vada affievolendosi come la radiazione di fondo dell’universo, sempre più lontana dall’esperienza del primo impatto, della prima necessità.
Noi scrivendo, pensando, non facciamo altro che “modellare il buio”.
Un altro libro mi richiama questo di Mario Fresa, LUCI DAL VOLTO di Mauro Germani, ma mi fermo qui.
Sebastiano Aglieco
La polmonaria di Fernanda Fernirosso
Fernanda Fernirosso, MIGRATORIE NON SONO LE VIE DEGLI UCCELLI, Il ponte del sale 2009
L’arazzo che Fernanda Ferrarosso, costruito con le pagine di questo libro, non ha nulla dell’ordine precostituito della tela di Penelope; non disegna simbologie femminili, geografie di acque stagnanti, di attese. Questi testi sono invece poemi migratori, senza, però, l’andata e ritorno della migrazione degli uccelli.
Piuttosto, sembrano, peregrinazioni, affrontate nelle infinite possibilità del corpo, inselvatichito, arato ancora, solcato: “Che cos’è il tuo corpo? Io non so se ti sei chiesto una volta che cos’è il tuo corpo”, (Jaime Saenz, citato all’apertura).
Si veda, per esempio, come il testo non rinunci a ogni possibile richiamo di altri sensi, di altre mappe. Il testo tende al polisenso laddove le parole si spezzano, si tagliano, si aprono all’ambiguità e alla ricchezza della scoperta: “sciogli i fiumi e annodi le corde delle mie montagne/le bocche agli altoforni le effusioni delle stelle/(…)dentro un’ora/mi semini la mano di rondoni e il sen(n)o di ogni dolore/è meno che polvere”, p. 26. “Io che faccio l’amore di prima mattina alla(r)gando la notte del tuo desiderio”, p. 34, ma sono solo esempi.
Questa tendenza ad aprire il tessuto del testo ad altri possibili risvolti, ci dice di un corpo che non ha trovato la sua strada ma la cerca nel perduto acquatico e tenebroso di una nascita, di un compimento. “Grandi antenati mi sfociano nel ventre/e sirene sondano i miei fondali…”, p. 24. Con una veemenza, soprattutto nella prima sezione, che assomiglia alla forza bruta della primavera, al suo percuotere le gemme, fino allo scoppiare del turgore nel fiore. “Mi sollevano i fianchi delle montagne/i miei alberi maestri/e nessuno a sentinella”, p. 24.
Questa voce non parla da sola, sembra rivolgersi all’altro - necessario per il suo compimento, per l’avveramento del verde. “Il tuo nome era amore.//Lo sussurravo piano e tenero/nell’ans(i)a dell’orecchio pron(t)o a seguire me in tutte le tue arcadie” p. 23; nel paesaggio del corpo, come fosse la foresta selvaggia di ogni compimento.
Corpo liana, dunque, pericoloso; ansa – e prono, accogliente, di amante e di madre, che accudisce e che divora.
C’è sempre in gioco, ferocemente in gioco, il destino della parola, la fioritura dei suoi sensi: “Lingua che corri battente/alle finestre delle nostre case notturne/fermati a fiorire”, p. 32. Una nuova parola per la rinascenza, in cui il foglio la foglia il figlio sono la stessa cosa. In cui “migratorie non sono le vie degli uccelli/ma corsi, stazioni dell’essere.”, p. 80. In cui paesaggio naturale e scrittura sono la stessa cosa. “Ho rondoni e polmonarie che mi crescono l’orecchio/in chiostro delle mille delizie la bocca chiusa”, p. 80. In viaggio, ma dopo, visitando un orto botanico in Germania, ho scoperto che la polmonaria è veramente una pianta.
Sebastiano Aglieco
Silvia Comoglio, PARTITURA
Silvia Comoglio, CANTI ONIRICI, L’Arcolaio 2009
Il libro di Silvia Comoglio è costruito come una partitura musicale, con tanto di annotazioni sul significato dei segni adoperati (trattino breve, trattino breve prima di una parola, freccia a desta, parentesi quadre, etc…).
Sono indicazioni, però, non solo per l’esecuzione, ma costituiscono una specie di sottotesto filosofico che sottintende il senso dello scrivere, il flusso di pensiero e parola che, in qualche modo, sempre deve diventare struttura, forma.
“Chi canta si concentra su quella parola o perché è rivelatrice di qualcosa o perché consente di portare alla luce presenze che già esistono a livello inconscio”, (l’autrice nelle note).
Così, spesso, le sillabe sono accentate: (mòndo, fòsti, sémplice, éssere), come a segnalare una intensificazione dei passaggi ritmici, nettamente avvertibili all’interno di una struttura formale compatta, squadrata, che prevede una funzione portante delle vocali – nel senso di una compattazione del testo – mente le consonanti battono come il martello sull’incudine, portando il discorso alla sua conclusione formale.
Che cosa battono, fortemente, aspramente, queste parole? “Un tempo non suddiviso, istintivo, sebbene non del tutto estraneo, che induce a prendere atto di una non consueta, ma reale, storia di noi stessi”, (Marco Furia nell’introduzione).
Tematicamente queste poesie sono costruite intorno a un albero; mitologicamente, intorno all’albero del mondo, con tutti i suoi sostrati, le sue stratificazioni culturali. Ma esso è fondamentalmente la nascita, il luogo in cui la parola muta è improvvisamente immersa nel suono, nella bestemmia del mondo.
Esce da un bosco la parola, al limite, e mi sembra di poter interpretare questo fitto tessuto fonico come danza della creazione – all’inizio, in alcuni miti, c’è il suono, la musica, e la creazione è variazione successiva di poche note iniziali – .
Il sogno e la sua trasposizione in canto, è il tramite col mondo nel quale siamo stati, dal quale veniamo. Alberi segnano questi miti, questi confini. La luna, invece, indica che questo canto è notturno, aurorale; che Euridice potrebbe non ritornare, che la parola ha il potere di inghiottire se stessa; di tradire finanche.
Questo ci dice Euridice nel poemetto più bello di tutto il libro:
invano, mio piccolo signore,
invano – credi – qui è l’oriente,
il principio – tutto rivelato: la voce, mio signore,
è giostra solo spinta – verso la sua eco,
è il corpo del lume che si affaccia
sull’ùltimo filare, ammaliando
quando non vivremo del lìmit del bosco,
del témpo che si chiama – limite del bosco – - –
- – -
Il canto, quindi, si dà per pause, intermezzi. Questa accentuazione a tutti i costi diventa l’àncora di salvezza dell’essere oltre quel che avvenne; oltre quella riva c’è il confine del bosco, del sogno.
La notte, quindi, richiama, trasporta, ma soprattutto chiede i nomi da decifrare. Così questi alberi sono figure ambivalenti, possono inghiottire, portare indietro o allontanare dall’origine amplificando il compito del dire – in qualche forma cercata – il nulla.
Si capisce perché questi canti sono onirici. Non sono invocazioni romantiche alla notte; non ci dicono di una rinuncia a vivere, smemorati di un antico luogo, ma della fatica della parola ad essere, ad avere suono e forma; a venire, senza dimenticare del tutto che dobbiamo parlare. Per dovere, appunto, altrimenti il bosco ombroso avanzerà, riporterà il canto al suo mistero.
Sebastiano Aglieco
Nicola Vacca, l’urgenza della poesia
Nicola Vacca, ESPERIENZA DEGI AFFANNI, Edizioni Il foglio, 2009
Raccontare i libri. Riuscire a porgerli semplicemente, mostrandone la forza della fragilità. Questo è possibile solo quando un libro ha un’urgenza.
Perché un’urgenza e non una bellezza? Perché viviamo in un’epoca in cui la percezione del pericolo è molto scarsa, un’epoca in cui buttiamo le parole nella spazzatura proprio perché pensiamo che ce ne saranno sempre a sufficienza, merce di scambio, di acquisto, dimenticando che nello scambio c’è sempre lo scacco dell’eccesso. Per questo, forse, oggi, è il museo il luogo privilegiato dell’esempio puro, della bellezza concentrata; una zona della mente riscattata dai fallimenti del quotidiano in cui ci prendiamo il lusso di contemplare schegge di eternità.
Io credo che, mai come oggi, la bellezza abbia rinunciato a mostrare la sua icona più splendente e abbia scelto, invece, di indossare una di quelle maschere che riserva alle epoche in cui gli uomini girano gli occhi dall’altra parte per paura di ferirsi: l’urgenza, appunto. Solo che noi percepiamo questa rinuncia della bellezza come uno scacco, una sconfitta del divino. Ma è già accaduto. Accade sempre, quando il silenzio comincia a spazzare il superfluo. Per esempio: dov’è la bellezza nei paesaggi del settecento? Essa è nascosta. Si presenta, piuttosto, con la veste dimessa della descrizione semplice, appuntita; la descrizione di un ascolto: la voce del vento, delle onde del mare, di un suono che deve ancora venire. In questi quadri gli uomini sono piccolissimi – pastori, ninfe borghesi, sperduti in mezzo alla campagna. Sono immobili. Respirano. Attesa, dunque. Sarebbe apparsa dopo, la bellezza; corrusca e travolgente. Fin troppo.
E la leggo qui, dimessa, col dito puntato per ammonimento, in queste semplici poesie di Nicola Vacca: versi come un vademecum, un piccolo diario per la vita. Potrebbero presentarsi in forma di sentenze, di frasi senza versificazione e nulla cambierebbe. Non è importante chi ha scritto, ma la voce che ha capito, che parla da una piccola altezza. Che non si nasconde, ma vuole dirci dove stiamo andando, quali i pericoli che stiamo correndo. La poesia non è una formula per vivere bene, non ci salva dalla vita. Semplicemente ci mette davanti alla visione spaventosa del Nulla. Perché è il Nulla il vero nemico della poesia e in una folle resistenza consiste il suo statuto. Bellezza è parola troppo alta, museale – nel senso chiarito prima – . E poi essa non si raggiunge senza una lotta, una guerra. Ecco: allora i poeti sono sempre degli esseri in lotta. Contro se stessi, prima di tutto, contro il narciso che violentemente li abita.
Dateci parole semplici
per attraversare il mare.
C’è pericolo di naufragio
la mente brucia, il cuore è squarciato.
Il dolore è perdita
ma è anche l’esperienza dell’uomo giusto.
p. 11
Richiesta complicata, questa, di dare parole semplici. Quale poeta sarebbe disposto a rinunciare, per sacrificio, alla retorica della sua lingua? Pochi, soprattutto quando la poesia finisce per coincidere con tutta la retorica della lingua. Unico modo: sentire lo scacco del fallimento, del dolore. Ricominciare daccapo. Perché il dolore è l’esperienza dell’uomo giusto.
E ancora:
I giorni in affanno
supplicano parole nuove
(…)
Il tempo del dire
è un annuncio che tarda a venire
p. 19
Come se questa fosse un’epoca così totalmente difficile da vivere e da capire che ogni parola non può che dichiarare la sua insufficienza, la sua rinuncia.
Ci sono fuochi nelle strade
tutti ci sentiamo ribelli
con la verità in tasca.
Siamo bravi a parlare
nessuno si accorge di essere un cieco
che guarda l’anima andare in fumo
nella notte dell’uomo
p. 51
Come se, a questo punto della Storia, di tutte le storie personali, fosse necessario ripensare il mondo in nome di una umiltà del dolore, da innestare geneticamente in un corpo nuovo per il progetto di una nuova razza.
Quello che mi spaventa
è l’ultima frontiera della parola
che nasconde l’anima delle cose
e mi dice che tutto è finito
in un abisso di segni muti
p. 59
Insomma, Nicola Vacca segnala un rischio – per sé, per gli altri, per tutti: che la parola si faccia potere, altra dalla vita. O che agisca in nome di un potere, ammantandosi degli stracci superflui delle sfilate di moda dove tutto luccica, dove tutti applaudono, tutti gridano osanna e quando ogni cosa rapidamente è consumata nel suo breve splendore, la regola è ricominciare daccapo, subito, per perpetrare l’inganno e la vanità della Storia.
Servono parole, dunque. Questo il compito di ogni poesia: cercare parole nuove. Ma per gli affanni, il dolore della perdita dell’umano.
Sebastiano Aglieco
Marco Munaro: Scrivere è mescolare tutti i colori
Marco Munaro, NEL CORPO VIVO DELL’ARIA, Il ponte del sale 2009
Mi piacerebbe saperli raccontare i libri di poesia, tradurre il loro linguaggio, scritto per altri occhi, nella lingua più famigliare del dialogo con le cose; per necessità. I libri più belli, sono quelli in cui il soggetto non scompare totalmente, non ci appare travestito nei suoi gingilli, splendente del suo abito più vistoso. Il soggetto, piuttosto, è un compagno che ci porta nel territorio di una scoperta umana, personale e di parole. Le parole rimangono sempre vicine. Anche quando si mettono a volare, raggiungono le cime più alte, dopo, però, ritornano. Noi lo sappiamo e aspettiamo.
Questo libro, dunque, si racconta. Il poeta incomincia il viaggio partendo da ciò che conosce bene: orti, case, persone care. Ce lo dice chiaramente, senza barare. Sa anche indicarci un pericolo che ci riguarda tutti, e questo ce lo rende vicino, fratello: “Amare, convertire il ronzio delle antenne nella danza d’api che fanno miele. Perché un giorno escano da questi stessi algoritmi di morte le rime e i ritmi della nostra guarigione”, p. 75.
Dunque egli crede alla parola, alla poesia. Sa spegnere il computer, mentre noi ci affanniamo a scrivere recensioni e a depositarle nel ventre della grande balena. A leggere per chi non legge – questo è, oggi, il destino della poesia – .
Ci parla di consonanze tra parole e luoghi; di amici, poeti e maestri che in qualche modo vivono nelle parole. Consonanze. Una, drammatica, di un destino comune: “(NON ESSERE MAI/NON ESSERE PIU’)//a proteggerci – a salvarci”, p. 44.
Padri che sono stati figli, figli che sono diventati padri. Padri, soprattutto, che ricordano i loro sette anni e scrivono di Rimbaud come se si dicesse di se stessi; esattamente, nella parlata dell’infanzia. Padri che scrivono dei figli “sul tema delle navi, del mare, del gioco e dell’infanzia”, p.86; sei e dieci; come sette passi; come i poeti di sette anni, che già sanno di essere poeti. Come Rinaldo addormentato in un sogno per “giacere nel verso”, p. 54. Perché scrivere è, forse, mescolare tutti i colori, accoglierli come in una casa/arca e traghettare le cose verso una nuova esistenza di redenzione, dopo lo stretto passaggio, capovolti; “volse la testa ove elli avea le zanche”, (Dante, Inferno, XXXIV, 79). A cui fa eco l’immagine di qualcuno che ci appare; al termine, prima dell’inizio: “Quale luce nascondi/tu che rendi chiare le ombre?” (G.M.Tregiardini).
“Scrivere”, dice Marco nella nota finale, raccontandosi, “è stato sempre per me come nuotare nelle acque di un fiume, ogni bracciata – ogni verso – un passo più vicino all’ignoto. (…) Un nuotare simile anche a un camminare con le braccia, e sempre a qualcosa di avventuroso e felice, che mi riportava a casa. Ora mi piacerebbe provare (…) a raggiungere luoghi ignoti e lontani. Forse è quello che ho incominciato a fare con i libri degli altri”.
Ecco, dunque, le parole sono in cammino. E mentre camminano ci portano con loro. E quando parliamo dell’infanzia, non è per rammemorare un luogo felice ma per ricordarci da dove siamo venuti, le mani che ci hanno allontanati dal nostro orto.
Sebastiano Aglieco
Giacomo Leronni: CHIEDERE E’ COME CAMMINARE
Giacomo Leronni, POLVERE DEL BENE, Manni 2008
“preferirei che il lettore, eventualmente si chiedesse non tanto cosa il poeta ha voluto dire, quanto piuttosto cosa, con lui, è disposto ad ascoltare”.
Cos’ l’autore, in una nota finale, ci indirizza a un possibile modo di leggere queste poesie, scritte nel senso dell’umano, della perdita e del dolore, sotto la tutela della morte di ogni cosa, “nella polvere del bene/quando splende la morte rigorosa”, p. 94.
Poesie scritte con rigore, nel rigore della vita, direi; per scommessa: perché, malgrado tutto, “una bellezza esiste/gli amici garantiscono per te”, p. 94.
Ma ancora: leggere un libro in comunione, è gesto che si fa portatore di una forte carica politica, in quanto restituisce alla lettura il senso di un lavoro condiviso; di un patere; e non per ultimo, di un desiderium. Leggere non è quindi, il morire, il perdersi nelle parole degli altri, ma una domanda e una scoperta.
Casa dopo casa
la luce consegna il suo pane
d’incontri, di domande.
Si levano dalla collina
le parole miti, da pronunciare
con cura nel clamore dell’inverno.
p. 72
Gli occhi sanno guardare, dunque, non si accavallano alle cose; piuttosto si tengono un poco distanti proprio perchè, montalianamente, le domande non hanno risposte.
non te lo so dire
lo chiedo perché chiedere
è come camminare
una prova di cui si ha fame.
Non te lo so dire
non so nemmeno domandare
scampato al fumo
al tempo che s’intreccia
quale dubbio consegnare
all’opera che ci ignora
a quale dolore fare breccia.
p. 73.
In questo libro spesso il silenzio apre le sue carte; e sono i passaggi migliori, quelli in cui l’autore si permette di mandare all’aria la cassetta degli strumenti e di ascoltare l’assenza, quel leggero spaesamento che ci viene quando non sappiamo dove andare, quando invochiamo la presenza di qualcuno che ci sappia dire, accompagnare, rimproverare.
Accanto, a volte, forse, i poeti; almeno con le loro parole: “Con me le sassifraghe di Luzi/la Szymborska col suo tarsio/sensi in sordina, incapaci/di saggiare”, p. 71.
Sebastiano Aglieco
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