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Nicola Vacca commenta NELLA STORIA
Così Nicola Vacca commenta NELLA STORIA, il mio recente libro, nelle pagine del suo blog. Il pezzo è poi ripreso anche da www.tocqueville.it
Segue una mia lettera aperta, con la quale lo ringrazio affettuosamente.
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Un modo di sentire la Parola
La parola di Sebastiano Aglieco ha il fiato lungo. I suoi versi colpiscono a bruciapelo, straziano la carne, sono talmente veri che ci dicono che la poesia, passando per la cruna dell’ago, di una sillaba, o inserendosi in un torrente di parole, profittando di un silenzio o di un grido, aggiunge alla vita, nei modici insoliti, ciò che le manca.
Siamo assetati di parole giuste, anche se spesso ne facciamo a meno. Sebastiano si tuffa nei labirinti della Parola, crede all’incendio del suo significato quando, con le sue poesie, tesse la tela di un discorso naturale che ha il cuore nella memoria e nell’appartenenza.
Così, nei versi di Nella Storia (Aisara, pagine 67, euro 9) la fiducia nella Parola è il suo modo di sentire la vita e i suoi odori.
Aglieco prende le parole in bilico nella sua mano e le scaraventa nel disordine quotidiano. Non si accontenta di constatarne lo schianto, ma dal vero cerca di dare un ordine al dolore del tempo che fluisce, di trovare un accordo tra le cose che prima o poi svaniscono.
A cosa serve la Parola se non a tornare indietro per recuperare i giorni, la memoria, il tempo?
Sebastiano Aglieco pensa a una rifondazione della Parola. Questa fiduciosa prospettiva costruisce un senso tra noi e le cose. La parole , per il poeta, acquistano un valore impegnativo. Il poeta che avverte l’urgenza della parola vive la poesia come una vocazione.
Aglieco è un poeta vero perché scrive e vive nella speranza che la Parola possa ricongiungere e possa avere un senso condiviso. <<Quando trovo/in questo mio silenzio/una parola,/scavata è nella mia vita/come un abisso>>. Questi bellissimi versi di Giuseppe Ungaretti mi sono venuti in mente leggendo la poesia di Sebastiano Aglieco, che non rinuncia a coltivare il senso delle parole braccate dalle cose <<in questo piccolo tempo dove beviamo>>.
Nicola Vacca
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Caro Nicola, ti scrivo qui, piuttosto che in privato, anche come gesto pubblico; risposta non privata, appunto. Le parole di chi scrive dei propri versi fanno sempre la strana impressione di una calma; come se, partendo dai versi che faticosamente o impulsivamente sono usciti dalla nostra penna, li completassero, li attestassero davanti agli altri. I versi sono sempre per gli altri, anche se scaturiscono dalla nostra corrispondenza con le cose, le persone, i fatti. Devono partire da noi, perchè in prima persona sentiamo il dolore sulla pelle, nel fiato. Da noi, per essere imparentati agli altri, se è vero che apparteniamo alla stessa specie, alla stessa maledetta razza. Figli di un tradimento, lo si voglia oppure no. Un tradimento di orgoglio. Ecco: la poesia non è solo per noi, eppure deve partire da noi. Poi la portiamo agli altri come un pegno, un frutto, un piccolo o grande dono. L’impressione che ricevo leggendo queste tue parole è che non è una critica letteraria, come non mi piace del resto scrivere dei libri degli altri facendo critica letteraria. Perchè lo sappiamo: il libro realizza un incontro. Che altro sarebbe, diversamente, un libro, se non un luogo? Leggendo queste tue parole e quelle di altri amici, mi giunge una consonanza su questi miei testi. Come una verità, detta in forme diverse. E’ così, allora, mi sembra di poter dire di essere un poeta, grande o piccolo non importa, solo leggendo le parole degli altri e verificando in esse una corrispondenza. Del resto, quali altri modi esistono per fare una vera storia della letteratura? E cos’è, in fondo, una storia della letteratura, se non una storia di corrispondenze? In un solo libro, recentemente, mi è capitato di aver letto queste corrispondenze: l’antologia curata da Marco Munaro, e Gianfranco Maretti Tregiardini, da cui poi è venuta l’intuizione di RADICI DELLE ISOLE: una storia di corrispondenze tra i poeti del novecento, dove tutti si intrecciano, rami di uno stesso albero. Isole che nel profondo e nel segreto si incontrano. Radici delle isole, appunto. Grazie, allora. Io cercherò di essere all’altezza di queste tue parole
Sebastiano
Rinaldo Caddeo a proposito di NELLA STORIA
Così Rinaldo Caddeo riflette a proposito del mio ultimo libro: NELLA STORIA. Lo ringrazio.
È un ritorno alle origini. Origini della propria storia e della Storia. Origine di sé, origini degli altri. La Sicilia e la guerra in Yugoslavia (anni ’90). Un taglio, un’innocenza violata: «Chi dice sì alla Storia deve accettare un taglio» (p.41).
Ritornano le parole della poesia dalle origini. Eterno ritorno di una ferita che segna la pagina, segno che si fa scrittura: «le parole ritornano dalle origini/ un lamento dischiuso/ che non conosce inganno.» (p.39). La pagina è l’anima che racconta il dolore in forme di lamento, planh, o preghiera/invocazione, tra testimonianza e oracolo.
Segno, taglio, marchio: la pagina è la pelle tatuata dalle ferite dello sguardo che dello sguardo riceve gli impulsi e segna le tracce. L’ammutinamento del senso comune e la rifondazione della parola, operata dalla poesia, lascia i pensieri, nudi e crudi, ossa indelebili, scagliate dalle onde agitate della vita a riva: «Ho sempre pensato a una rifondazione/ uno stato della parola/ in cui le cose emergono dalle loro trame/ per un avvicendamento del sonno/ i pensieri in una riva asciutta/ ossa indelebili/ cantilena di un popolo intero.» (p.44).
La parola è specchio, gesto visionario, dolore ancestrale, scalfittura, relitto, soffio, macchia, stanza vuota, memoria. Ma la scrittura non è un flusso continuativo e indolore, la parola sgorga da una lacerazione. Deriva da un taglio, ne porta testimonianza: «Volti tagliati fuori dai miei pensieri/ ricordi di un’appartenenza.» (p.7). Volti, ricordi che non vengono tirati fuori, estratti dall’origine, ma tagliati fuori. Un taglio, un rifiuto, un’interruzione. Perdita e perdono. Dono dato e perduto. La poesia, eco di voci smarrite, è una ricongiunzione, un risarcimento. Fiamma ossidrica che incide, spezza e ricompone, rifonde.
La parola può accedere alla memoria della fratellanza, entrare in noi «come il pane del mattino/ il bacio della mezzanotte» (p.17). Ma il suo sguardo acuminato, doloroso, può trasformare la donna violata dalla guerra in «un ginepraio funesto» (p.25), i morti in «rovi, solo rovi» (p.27).
La musica dei versi di Aglieco, la risonanza drammatica dei significati, è scandita da un ritmo molto particolare che alterna una scansione definita dagli armonici della tradizione lirica (endecasillabo, settenario, ecc.) a repentine fratture che interrompono il verso sulle congiunzioni o le preposizioni semplici che, con, da, un, in, ecc. L’effetto è quello procurato da forti inarca ture: un’alternarsi di rallentamenti, accelerazioni, che determinano un ritmo sincopato, jazz.
Non si arriva, certamente, alle distorsioni o ai battibecchi del linguaggio sperimentale d’avanguardia, quanto alle modulazioni di un ragionamento che insegue ed esprime le intermittenze del cuore, gli affanni del respiro che sale sentieri aspri, tortuosi, esplora le foibe, perlustra le fratture e attraversa i ponti indiani sugli abissi dell’oblio e della memoria, che iscrivendosi sulla pelle di una storia, diviene la musica dolorosa della Storia.
Rinaldo Caddeo
NELLA STORIA, un commento di Antonella Pizzo
Da: Sebastiano Aglieco, Nella Storia. Poema per una terra, Cagliari, Aìsara Edizioni, 2009.
Di questo libricino che porto in borsa da molti giorni e che tengo accanto a me da qualche tempo, mi impressiona prima di ogni cosa l’immagine di copertina (di Marina Girardi). L’immagine rappresenta un uomo anziano e curvo, un lavoratore, un artigiano che indossa una gonna, o meglio un camice da lavoro, un grembiule, un camiciotto color terra. Quest’uomo ha nelle mani un coltello con il quale taglia qualcosa che sembra un pane ma che ha il colore delle zolle di terra. Incide dunque l’uomo, lascia un segno, il coltello può essere anche un aratro che traccia un solco. La terra sembra arida ma l’uomo è concentrato e molto sicuro di sé, sa che il suo lavoro prima o poi porterà dei frutti, non andrà perso, che sia parola-segno , che sia parola-seme, a qualcosa porterà.
La raccolta inizia con il Poema per una terra, la terra in questione è la terra d’origine di Aglieco, la Sicilia, ma potrebbe essere la terra d’origine di ciascuno di noi. Ognuno di noi “ha” dei volti dimenticati, sono volti che non vediamo più, che crediamo di aver dimenticato ma sono sempre contenuti dentro noi, ci sono nomi che abbiamo pronunciato nel passato e che ora non pronunciamo più, ma nulla si perde e l’appartenenza resta. E’ questo secondo me il senso di questa prima parte della raccolta, una appartenenza che forse è inganno “Ingannati solo/dall’essere appartenuti/a un fazzoletto di sangue” che forse è diaspora voluta ma dolente “una pietà sottratta, una diaspora/ma so che giungerei in questa piazza/in questo reliquiario di Sicilia/dove niente cambia” e ancora “ A voi ho chiesto la diaspora/un’esclusione senza remore e/senza conforto” .
Continua la raccolta con “Oriente prossimo venturo” poesie che, come dice lo stesso autore nelle note: “sono state scritte ai tempi della guerra nella ex Iugoglavia … il poemetto descrive mentalmente scene di quella tragedia” E di poesie tragiche infatti si tratta, del dolore e del sangue versato, dei fratelli uccisi e di bambini trucidati come agnelli. E se l’appartenenza ad una terra matrigna, immutabile come la Sicilia non è stata capace di trattenere i propri figli costringendoli alla diaspora, se è stata causa di una nostalgia quasi di dolore malinconico sembra, tutto sommato, contenibile; qui, invece, è assolutamente una vergogna “io mi vergogno/d’essere appartenuto a questa razza” ed è incontenibile, come è incontenibile la visone degli orrori della guerra “E se tu eri la mia donna/adesso sei un ginepraio funesto/ e i miei occhi non ti possono contenere”.
C’è la terra e c’è la storia, e siamo tutti “Nella storia”, che è anche il titolo della terza parte della raccolta e soprattutto è il titolo dell’intera raccolta.
Alla storia tutti apparteniamo, e alla parola.
Sì, eccomi sono qui, e il sì deve essere incondizionato.
“Chi dice sì alla storia deve accettare un taglio/un andare e venire”
La storia è la parola, il senso d’appartenenza che prima non mi era chiaro ora forse mi si apre.
Appartenere è sradicarsi, è togliere, dire sì alla storia è dire sì alla poesia.
Voce, fratello mio concluso
appartenere è sradicarsi
togliere fino a vederti
lasciarti respirare in una bocca
E’ la poesia e qui di poesia si parla, quella di Aglieco in particolare che turba per la profondità e la leggerezza come quando la terra è rivoltata e le zolle prendono aria e camminando ci affondano i piedi dentro, ma non ci sporchiamo, anche se la terra è ricca di humus che si è formato in secoli e secoli da materiale vivo andato in decomposizione, è soffice, è pulita, è sincera, è vera, è viva, come i suoi versi, cedevoli, sussurrati, mai fuori le righe, mai gridati, sempre composti.
Cito per completezza e notizia le ultime due sezioni della raccolta: “Luce bassa” e Verso voi” , composte rispettivamente da 10 e 6 poesie. Volti, bambini, mani, poesie, visoni, letteratura, case, paesaggi, sogni, valigie, caramelle, stanze vuote, attese, fotogrammi, epigrammi, voci…preghiere, fratelli, fratello, fratellanza…
La poesia di Aglieco è così intrisa di immagini, di luoghi, di cose, di persone, di senso e significato che è impossibile “contenerla” in uno spazio angusto come questa pagina, e mi è impossibile dirvene compiutamente perché ogni pagina, ogni verso meriterebbe una riflessione, mi limito quindi a invitarvi alla lettura.
antonella pizzo
L’eco di Bergamo Lunedi 21 settembre 2009
Un ringraziamento a Corrado Benigni
AGLIECO, LA POESIA COME ASCOLTO
La memoria di un’infanzia all’ombra di una terra senza salvezza, la presa di coscienza, lo strappo dell’esilio: questa la topografia dei sentimenti delineata da Sebastiano Aglieco nel suo ultimo volume in versi: Nella storia. Poema per una terra (Aìsara), che arriva dopo l’ottimo Dolore della casa, uscito nel 2006 per Il ponte del sale. Un viaggio dentro la memoria, dentro il proprio luogo d’origine, la Sicilia, terra tormentata e insanguinata, metafora di un modo di vivere. “Da questa parte dell’isola/il sole mi atterra in un punto fisso/una catena, per un destino, si mette in atto/di nascosto da queste strade/dove un tempo sfidavo/sono ciò che resta/di un dovere mai onorato”.
Un tema soltanto all’apparenza privato che in questi versi apre una riflessione più ampia fino a includere un territorio che non è più solo personale, ma diventa lo spazio contaminato di una condizione universale: l’incomunicabilità dei nostri tempi. La poesia allora deve servire a non dimenticare, a riparare in qualche modo l’amnesia del passato, di aiutare a ricostruire ciò che resta dell’identità, della memoria. A parlare di un’umanità comune, ad accogliere, come in una sorta di transfert, le parole e i mondi dell’altro. Questo è il senso profondo della poesia di Aglieco – autore tra l’altro della raccolta Giornata con cui nel 2004 ha vinto il premio Montale Europa –: la poesia come ascolto, mettersi in contatto, tendere l’orecchio verso l’altro, verso il mondo, come hanno insegnato grandi lirici come Mandel’stam, Rilke e Celan. E da questi grandi maestri Aglieco sembra aver fatto proprio l’atteggiamento di esposizione, di ascolto, appunto, nel tentativo continuo di stabilire un colloquio. Aglieco, oltre che finissimo lettore della poesia altrui, da molti anni si occupa di teatro in ambito educativo, come regista, attore e formatore.
L’economia del verso, i toni smorzati, l’assenza di retorica e di sentimentalismo (tratti ancora più evidenti in questi versi quasi del tutto privi di punteggiatura) sono i caratteri distintivi della poesia di questa raccolta, che segna un momento decisivo nel cammino poetico di Aglieco, voce appartata, ma tra le più vigorose e sensibili delle ultime generazioni.
Corrado Benigni
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