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Nicola Vacca, l’urgenza della poesia

Nicola Vacca, ESPERIENZA DEGI AFFANNI, Edizioni Il foglio, 2009

per grazia ricevutaRaccontare i libri. Riuscire a porgerli semplicemente, mostrandone la forza della fragilità. Questo è possibile solo quando un libro ha un’urgenza.
Perché un’urgenza e non una bellezza? Perché viviamo in un’epoca in cui la percezione del pericolo è molto scarsa, un’epoca in cui buttiamo le parole nella spazzatura proprio perché pensiamo che ce ne saranno sempre a sufficienza, merce di scambio, di acquisto, dimenticando che nello scambio c’è sempre lo scacco dell’eccesso. Per questo, forse, oggi, è il museo il luogo privilegiato dell’esempio puro, della bellezza concentrata; una zona della mente riscattata dai fallimenti del quotidiano in cui ci prendiamo il lusso di contemplare schegge di eternità.
Io credo che, mai come oggi, la bellezza abbia rinunciato a mostrare la sua icona più splendente e abbia scelto, invece, di indossare una di quelle maschere che riserva alle epoche in cui gli uomini girano gli occhi dall’altra parte per paura di ferirsi: l’urgenza, appunto. Solo che noi percepiamo questa rinuncia della bellezza come uno scacco, una sconfitta del divino. Ma è già accaduto. Accade sempre, quando il silenzio comincia a spazzare il superfluo. Per esempio: dov’è la bellezza nei paesaggi del settecento? Essa è nascosta. Si presenta, piuttosto, con la veste dimessa della descrizione semplice, appuntita; la descrizione di un ascolto: la voce del vento, delle onde del mare, di un suono che deve ancora venire. In questi quadri gli uomini sono piccolissimi – pastori, ninfe borghesi, sperduti in mezzo alla campagna. Sono immobili. Respirano. Attesa, dunque. Sarebbe apparsa dopo, la bellezza; corrusca e travolgente. Fin troppo.
E la leggo qui, dimessa, col dito puntato per ammonimento, in queste semplici poesie di Nicola Vacca: versi come un vademecum, un piccolo diario per la vita. Potrebbero presentarsi in forma di sentenze, di frasi senza versificazione e nulla cambierebbe. Non è importante chi ha scritto, ma la voce che ha capito, che parla da una piccola altezza. Che non si nasconde, ma vuole dirci dove stiamo andando, quali i pericoli che stiamo correndo. La poesia non è una formula per vivere bene, non ci salva dalla vita. Semplicemente ci mette davanti alla visione spaventosa del Nulla. Perché è il Nulla il vero nemico della poesia e in una folle resistenza consiste il suo statuto. Bellezza è parola troppo alta, museale – nel senso chiarito prima – . E poi essa non si raggiunge senza una lotta, una guerra. Ecco: allora i poeti sono sempre degli esseri in lotta. Contro se stessi, prima di tutto, contro il narciso che violentemente li abita.

Dateci parole semplici
per attraversare il mare.
C’è pericolo di naufragio
la mente brucia, il cuore è squarciato.
Il dolore è perdita
ma è anche l’esperienza dell’uomo giusto.
p. 11

Richiesta complicata, questa, di dare parole semplici. Quale poeta sarebbe disposto a rinunciare, per sacrificio, alla retorica della sua lingua? Pochi, soprattutto quando la poesia finisce per coincidere con tutta la retorica della lingua. Unico modo: sentire lo scacco del fallimento, del dolore. Ricominciare daccapo. Perché il dolore è l’esperienza dell’uomo giusto.

E ancora:

I giorni in affanno
supplicano parole nuove
(…)
Il tempo del dire
è un annuncio che tarda a venire
p. 19

Come se questa fosse un’epoca così totalmente difficile da vivere e da capire che ogni parola non può che dichiarare la sua insufficienza, la sua rinuncia.

Ci sono fuochi nelle strade
tutti ci sentiamo ribelli
con la verità in tasca.
Siamo bravi a parlare
nessuno si accorge di essere un cieco
che guarda l’anima andare in fumo
nella notte dell’uomo
p. 51

Come se, a questo punto della Storia, di tutte le storie personali, fosse necessario ripensare il mondo in nome di una umiltà del dolore, da innestare geneticamente in un corpo nuovo per il progetto di una nuova razza.

Quello che mi spaventa
è l’ultima frontiera della parola
che nasconde l’anima delle cose
e mi dice che tutto è finito
in un abisso di segni muti
p. 59

Insomma, Nicola Vacca segnala un rischio – per sé, per gli altri, per tutti: che la parola si faccia potere, altra dalla vita. O che agisca in nome di un potere, ammantandosi degli stracci superflui delle sfilate di moda dove tutto luccica, dove tutti applaudono, tutti gridano osanna e quando ogni cosa rapidamente è consumata nel suo breve splendore, la regola è ricominciare daccapo, subito, per perpetrare l’inganno e la vanità della Storia.
Servono parole, dunque. Questo il compito di ogni poesia: cercare parole nuove. Ma per gli affanni, il dolore della perdita dell’umano.

Sebastiano Aglieco