Archivio per la categoria ‘Collane’

Aìsara, collana di poesia Yakamoz (2)

Alessandro Giammei, DIRAMARSI, Aìsara 2008

Alessandro Giammei aspira già a un progetto; rivendica una poesia lontana dal proprio ombelico, un albero di frutti più pesanti ad ogni estate, frutti che cadano sempre più lontani dal tronco.
Ma questo non vuol dire che le sue parole si vergognino a mostrare una nudità. Mettersi a nudo, nella misura in cui una donna si spoglia nuda in sala parto – è un genere di nudità che non dovrebbe conoscere pudore, né risultare imbarazzante, dichiara l’autore nella premessa.
Insomma, da una parte la poesia è diramarsi, sviluppo, passaggio dal testo al lettore, quindi, al limite, stupore dell’accadere, del possibile accadere; dall’altra è progetto di un necessario distacco, con quella coscienza precoce che è già delle anime più sensibili – forse già vecchie – già partite dall’adolescenza: “Non c’è mai stata una giovinezza, non c’è mai stato un niente. Non c’è stata nemmeno un’infanzia”, (Carmelo Bene, Autografia di un ritratto); a cui fanno eco i versi di Alessandro: “vedere in prospettiva/sé stessi/sapersi, più che vedersi./la fuga, lontana, di due incidenti./acute”, p. 43.
E anche: “osservare il proprio stato/dalle grafie di un referto./anestetizzarsi allontanandosi/come i pittori”, p. 45.
Certo, come far finta che queste parole non siano scritte nell’esperienza necessaria delle prime scoperte e delle prime disillusioni: ”di nuovo/mi minacciano i vent’anni”, p. 37. Così questo libro è anche diario, pagine ammucchiate nel trascorrere dei giorni e delle ore, nella mutevolezza dei segni e nello sconvolgimento delle prime acerbe intuizioni.
E poi, come ad aprirsi a una nuova esperienza delle parole, finalmente appaiono gli altri, la loro dolente notte:

*

Al mare fumare fa bene, e quando
l’odore della sera, i papaveri di luna,
soffiano gravide
nuvole d’incenso via dalle messe
e dalle messe s’agita
l’azzurro delle strida
dei grilli ovattati
si svegliano le gonne estive
delle puttane
e delle mogli, che ballano in piazza
e delle carmelitane
sanguinanti
e delle bambine sognanti
che le guance volgari
raffreddano, ai papaveri di luna.
Mi allontano.

Cammino da solo e lampeggia lontano
il tuono, lontano
cammina una donna, da sola
gli occhiali da sole – di notte,
la testa poggiata, non so
se ricordo di averla incontrata
altrove. Ricordo
che in fondo alle scale di cielo
noi scenderemo, e i soli musicali
di nuovo sugli occhiali
torneranno. Ma non so perché.
Ricordo la forma ricolma
del ventre, ricordo la corda
la piaga ritorta
attorno alla gola
ancora la sento, e invento
l’orrore e l’assenza
di mio padre,
che non c’è.
Le guardo la pancia,
la aspetto e mi accorgo
che lei
sta aspettando me.

*
Cammino da solo e lampeggia lontano
il tuono, lontano
cammina una donna, da sola
gli occhiali da sole – di notte,
la testa poggiata, non so
se la pioggia
sia lei.

Sebastiano Aglieco

Aìsara e la sua collana di poesia

Ho avuto la felice opportunità di pubblicare il mio ultimo libretto presso un piccolo coraggioso e raffinato editore della Sardegna: libri creati con cura artigianale; soprattutto un rapporto strettissimo tra illustrazioni in copertina e il senso del testo. In particolare ciò avviene per la piccola collana di poesia diretta da Daniele Pinna, che invito a vedere qui: Yakamoz: Pochi testi –  due o tre all’anno; nessun rapporto con i potentati, piccoli o medi dell’ambientino;  libertà della scelta, puntanto soprattutto su voci di giovani o di sconosciuti che meritino attenzione. Pubblico due brevi note, dedicandole, appunto, a due giovanissimi e alla loro opera prima.

Greta Rosso, CRONACHE PRECARIE, Aìsara 2009

“spolveriamo un appartamento/lavoriamo sodo per pagare l’affitto/possediamo una dispensa fornita./eppure restiamo cicale/che scrivono poesie per fallire”, p. 88.
Scrivere poesie, dunque, per Greta Rosso, è un atto destinato al fallimento – eppure necessario. Sono cronache precarie, queste, scritte nel quotidiano, come si prendono le note per la spesa su quaderni destinati a smarrirsi per non curanza o per calcolata sciatteria.
Uno slittamento della lingua verso toni bassi, da parlata famigliare, intima, segnala questo dialogare in due senza il quale il testo non comunica, non dice, non dipinge, come avrebbe detto van Gogh. “Ma non mi dai le tue parole. E io non esco./(Bisogna ch’io bagni le piante, dai,/dammi le tue parole”, p. 39.
Le parole, in questo libro, vogliono essere molto vicine alle cose. Strumenti, arnesi per delimitare confini, tracciare arazzi/discorsi che hanno l’aspetto di campiture volutamente diramate per costringere l’occhio a un progredire lento.
Non ha fretta, Greta, scrivendo; sembra cogliere l’attimo, l’occasione, costringendola a passare nella fessura di un obiettivo dal quale viene restituita leggermente sovraesposta, allucinata, come, soprattutto, in certi racconti/fiabe riservate agli adulti in cui i corpi tracimano, hanno un colore e un pensiero diversi. Sono “i corpi che siamo stati”.
Insomma, questi testi sembrano progetti, tentativi di progetti, di vita, di arte, di corpi sfalsati, non in asse.

V
Ella tace, asserisce d’esser solo lo scriba
e dei detriti alle porte del suo tracciato, giura,
non ne sa un bel niente.
(così, la scrittura non fiorisce sempre.
a volte resta assorta in un nulla di fatto.)

VI
Ne sapevo abbastanza di quelle donne
che diventano più belle ogni giorno che passa:
basta accarezzare loro la nuca e il capezzolo
s’ispessisce.
Quando venni a stare in città mi lasciai dietro
una scia d’amanti.
Ora arrivo a identificare la cosa chiamata amore
con uno scambio di batteri.

Il sito di Greta Rosso

Marco Munaro: Scrivere è mescolare tutti i colori

Marco Munaro, NEL CORPO VIVO DELL’ARIA, Il ponte del sale 2009

libro magico1Mi piacerebbe saperli raccontare i libri di poesia, tradurre il loro linguaggio, scritto per altri occhi, nella lingua più famigliare del dialogo con le cose; per necessità. I libri più belli, sono quelli in cui il soggetto non scompare totalmente, non ci appare travestito nei suoi gingilli, splendente del suo abito più vistoso. Il soggetto, piuttosto, è un compagno che ci porta nel territorio di una scoperta umana, personale e di parole. Le parole rimangono sempre vicine. Anche quando si mettono a volare, raggiungono le cime più alte, dopo, però, ritornano. Noi lo sappiamo e aspettiamo.
Questo libro, dunque, si racconta. Il poeta incomincia il viaggio partendo da ciò che conosce bene: orti, case, persone care. Ce lo dice chiaramente, senza barare. Sa anche indicarci un pericolo che ci riguarda tutti, e questo ce lo rende vicino, fratello: “Amare, convertire il ronzio delle antenne nella danza d’api che fanno miele. Perché un giorno escano da questi stessi algoritmi di morte le rime e i ritmi della nostra guarigione”, p. 75.
Dunque egli crede alla parola, alla poesia. Sa spegnere il computer, mentre noi ci affanniamo a scrivere recensioni e a depositarle nel ventre della grande balena. A leggere per chi non legge – questo è, oggi, il destino della poesia – .
Ci parla di consonanze tra parole e luoghi; di amici, poeti e maestri che in qualche modo vivono nelle parole. Consonanze. Una, drammatica, di un destino comune: “(NON ESSERE MAI/NON ESSERE PIU’)//a proteggerci – a salvarci”, p. 44.
Padri che sono stati figli, figli che sono diventati padri. Padri, soprattutto, che ricordano i loro sette anni e scrivono di Rimbaud come se si dicesse di se stessi; esattamente, nella parlata dell’infanzia. Padri che scrivono dei figli “sul tema delle navi, del mare, del gioco e dell’infanzia”, p.86; sei e dieci; come sette passi; come i poeti di sette anni, che già sanno di essere poeti. Come Rinaldo addormentato in un sogno per “giacere nel verso”, p. 54. Perché scrivere è, forse, mescolare tutti i colori, accoglierli come in una casa/arca e traghettare le cose verso una nuova esistenza di redenzione, dopo lo stretto passaggio, capovolti; “volse la testa ove elli avea le zanche”, (Dante, Inferno, XXXIV, 79). A cui fa eco l’immagine di qualcuno che ci appare; al termine, prima dell’inizio: “Quale luce nascondi/tu che rendi chiare le ombre?” (G.M.Tregiardini).
“Scrivere”, dice Marco nella nota finale, raccontandosi, “è stato sempre per me come nuotare nelle acque di un fiume, ogni bracciata – ogni verso – un passo più vicino all’ignoto. (…) Un nuotare simile anche a un camminare con le braccia, e sempre a qualcosa di avventuroso e felice, che mi riportava a casa. Ora mi piacerebbe provare (…) a raggiungere luoghi ignoti e lontani. Forse è quello che ho incominciato a fare con i libri degli altri”.
Ecco, dunque, le parole sono in cammino. E mentre camminano ci portano con loro. E quando parliamo dell’infanzia, non è per rammemorare un luogo felice ma per ricordarci da dove siamo venuti, le mani che ci hanno allontanati dal nostro orto.

Sebastiano Aglieco