Alfredo De Palchi: Una vita scommessa in poesia

Ecco il mio intervento pubblicato nel volume UNA VITA SCOMMESSA IN POESIA, omaggio ad Alfredo De Palchi, Gradivas Publications 2012 e presentato recentemente a Firenze nel corso di uno splendido incontro. Alfredo ha letto alcuni inediti riconfermandosi grande, crudele, veritiero poeta. 

Contro il Nulla1
La poesia di Alfredo De Palchi

‹‹e più oltre,/vedo me, uomo/la sua agonia di animale/di sentore mortale/di mente s-centrata››. Lo sguardo si è raddoppiato, l’Io guarda se stesso, come a volersi conoscere per mezzo della distanza necessaria che neutralizza mente e cuore. Leggiamo una cronaca estraniata, che invece di descrivere tutto, si concentra sul particolare del gesto violento, sulla stanza nuda, sui liquidi versati sul pavimento, sull’urlo della vittima ridotta a bestia: ‹‹a cenno del Capo/dai fianchi si tolgono cinghie grosse/cuoio del dio assassino/cuoio che cade, mani/accarezzano il cuoio grosso largo, odore/di animale seviziato di uomo odore/di assassino››.
La poesia di Alfredo De Palchi è una sconvolgente invettiva contro le violenze della Storia, i riti e i miti del potere. Rimanda ai corpi crocifissi, isolati nella stanza vuota, disossati, scomposti, dei quadri di Bacon: un giovane uomo, un luogo chiuso, senza testimoni. A volte il testimone sembra essere il suo stesso aguzzino. Il richiamo alla Storia e alla sua mancanza di senso è fortissimo. Ma cosa vuol dire questo s-centramento? Il neologismo ci rimanda a un uomo che si guarda; non come davanti a uno specchio, ma come a un doppio di se stesso. Come in un lucido sogno: ‹‹non capisci che una parte di me/è oltre la realtà››. Guardarsi non è conoscersi ma cogliere di sé altre possibilità: ‹‹scendere al nadir/non c’è ricupero/un ricominciar daccapo,/il risultato finale era/all’inizio››. Questo movimento al contrario – scendere al nadir – ci dice che inizio e fine finiscono per coincidere; che il movimento delle immagini – e della lingua di conseguenza – è simile al flusso delle correnti ascensionali che ci attraversano: dall’incompiutezza e dalla confusione delle origini, fino agli estremi sogni di trascendenza, di amarezza o di perfezione della fine. Il libro si apre con la descrizione della violenza e si chiude con la disperata esaltazione barocca del corpo della donna, campo di esercitazione degli esperimenti di trasformazione di questo io violato; ma anche del corpus della lingua poetica tutta. I numerosi riferimenti cristologici, l’ascendere e sprofondare, ci informano che il problema di dire il Male, di dargli forma, diventa problema della lingua nel momento in cui questa tenta di mettersi in contatto col grande mare di ciò che sta sotto; con ciò che comunica con la superficie attraverso un tubo, una sonda.
Se il corpo torturato si abbandona perché è portato, condotto dal suo aguzzino, il corpo posseduto della donna non comanda. Sono, ambedue, corpi che subiscono, come a voler indicare la continuazione del racconto, la ricerca di altre forme per dire la formula definitiva. Così le poesie a partire da Sessioni con l’analista, non ci raccontano un erotismo solare, nel significato antico di splendore del corpo. Il corpo della donna sembra essere amato e posseduto come per una resa dei conti. Il sesso, qui, è un sacrificio, una messa formale, ‹‹sul tuo corpo è illuminante/assassinarmi››. L’erotico non si alimenta della consunzione ma dell’accrescimento e della variante. L’erotico ha bisogno del barocco, della posizione. Del desiderio, infine, e del sogno. Questo sogno di un corpo altro, tuttavia, non spiega nulla; piuttosto rappresenta, concretizza ciò che la realtà disperde. Freud ha voluto dare del sogno una spiegazione razionale, ha piegato il simbolismo alla metafora; ma non è una metafora lo scarafaggio kafkiano; piuttosto una realtà a parte, per la quale non è possibile utilizzare altro linguaggio se non quello dell’ironia o dell’indifferenza. De Palchi si situa in questo altro. Appaiono bestie nella sua opera, animali quasi sempre minacciosi. Potenti immagini che non vanno spiegate ma semplicemente accolte nel loro essere apparizioni, messaggere dal Nulla, così che il male continui ad autorappresentarsi nelle forme mostruose dell’eccesso. Queste non abbandonano mai la parola, non le danno tregua. L’atto del mostrare il proprio sesso, descrivendolo in maniera compiaciuta, è forse da interpretare secondo questa volontà di non voler scomparire. Questo sesso non stupra e non crea. Piuttosto, proclamandosi, evoca la violenza dell’inizio. Questa polluzione continua è la forza barocca del sogno inteso come possibilità del dare nuovo senso a ciò che non ha potuto compiersi. Fare l’amore non è possedere. E’ piuttosto perforare, solcare le acque di un fiume che porta da qualche altra parte, attraversare il tempo:‹‹per la scala a chiocciola,/a cerchio trivello il pozzo sbattendo/intensamente l’ovale propaggine/della nebula che vertigina››.
Se è vero come dice Pierre Hadot che c’è un misterioso legame fra il linguaggio e la morte2, forse il vero lato oscuro della poesia di De Palchi è la scoperta/intuizione che questo Male è antecedente; che si è mostrato ancora prima e che già si annidava nel seno. Sono da interpretare in questo senso le scene dell’infanzia che descrivono l’uccisione di un coniglio sui margini dell’Adige; e del ‹‹cane a zampe legate/uno straccio nella bocca››. E’ la violenza che precede la Storia; che si mostra, per la prima volta agli occhi di un bambino e che già si prepara un nido nel cuore dell’uomo dove regnare.
Foemina Tellus, l’ultimo libro di De Palchi, conferma, rispetto alle opere precedenti, il tono aspro e corrucciato della denuncia personale, fino all’invettiva, come a chiudere definitivamente i conti con persone e personaggi, laddove questi si sono prestati a recitare – nel grande dramma delle antitesi – la slealtà della vita; come chiarisce l’autore, però, «senza rancore, senza cattiveria, ma con una continua sete di giustizia».
C’è una parola che ci conferma questo lavoro della lingua a denudarsi, a ferirsi: sgraffiare; ma ci dice anche di un potenziamento della carica estortiva della lingua (estorcere senso dal senso) nella finzione di un barocco velenoso che si è tramutato in primitivismo, dove la parola è costretta a farsi rozza, a storpiarsi volutamente; a sgraffiarsi, essa stessa, con i suoi suoni striduli, contro il muro della vita.
Spesso, letti a voce alta, questi testi ci comunicano il gesto verticale del dicitore, i movimenti di un viso corrusco, la funzione fortemente accentuata delle sillabe, come a volersi imporre per quantità di suono, di passaggi aspri, piuttosto che di assonanze rievocative. Eventuali curve di suono non riguardano neanche la donna, evento, piuttosto, del tremore del mondo, come dell’improvvisa apparizione, in Leonardo, di una madonna numinosa e del conseguente fuggire dei cavalli.
La donna, è piuttosto, associata, in linea con una visione cosmica ampiamente delineata in tutta l’opera di De Palchi, alla creazione di ovuli/pianeti; è materia che denuda l’elementare istinto erotico del maschio trascinandolo verso i cunicoli di un viaggio periglioso nel tempo e nello spazio col rischio di perdersi per sempre.
Questo maschio dalla partenza veloce e breve, è il luccio/poeta, agitato nel multiforme sgorgare delle acque; ma anche protetto e scampato, per puro caso, dal rovinare degli eventi. È il maschio che non si arrende, abituato a contrariare per resistenza, a riconoscere tutte le volte, le forme della morte, soprattutto quella più mefitica, che agisce tra le pieghe di noia del quotidiano, e cioè la memoria che si è tramutata in ricordo, svuotata della sua carica corrosiva. E qui, in effetti, l’invettiva ha la funzione di ricaricare mnemosine, liberandola del pathos della malinconia e restituendole la funzione civile di dissenso, nel modo, in alcuni passaggi, che ricordano la parola forte dell’inferno dantesco.
Ogni cosa esiste solo in quanto resiste alla propria sparizione. La femmina, allora, nella sua ambiguità, cela ancora una volta il desiderio o l’orrore di essere madre per attestarsi nella funzione di luogo misterico del nulla della vita. Essa non ha anima ma, brutalmente corpo che permette il trapasso da un mondo all’altro. Questo erotismo pagano, incisivo e blasfemo, finisce, tuttavia, per coincidere con un’idea materica del divino, attraverso un tremore capace di smuovere la lingua tutta e restituendole un’idea di giusta causa contro il male del mondo e dei suoi sacerdoti.
Sebastiano Aglieco

Note:
1Si fa riferimento ai due libri pubblicati da De Palchi: Paradigma – Tutte le poesie: 1947-2005, Hebenon 2006; Foemina Tellus, Joker 2010. Un altro resoconto sulla sua poesia è presente nel mio libro di saggi: Radici delle isole, i libri in forma di racconto, La vita felice 2010.
2 Pierre Hadot, Esercizi spirituali, Einaudi.

Poesia ininterrotta: un’esperienza didattica sulla poesia

POESIA ININTERROTTA

domani mattina, 19 maggio, dalle ore 9.00 alle ore 13.00, nel contesto della festa della scuola “casa del Sole” e di via Padova a Milano, gli alunni e gli insegnanti delle classi quarte hanno preparato una installazione nelle cantine della scuola. I muri sono stati tappezzati di poesie “adottate” dai bambini. Sotto le volte risuoneranno le loro voci che leggono, mischiate a letture dantesche e seguite da una
performance teatrale. Il tutto a lume di torcia. L’esperienza si concluderà all’aperto, con la “compilazione” della poesia ininterrotta, di Paul Eluard,
uno striscione lungo sessanta metri che attraverserà i prati. In seguito farò
alcune riflessioni su questa esperienza da me curata. E’ la seconda, quest’anno, dopo “Animae

Sebastiano Aglieco

Fiammetta Giugni: Seduta qui fuori

Fiammetta Giugni, HORTUS PROTERVIO, Cfr 2011

Certo, chi sbandiera ai quattro venti, per istinto di sopravvivenza, l’esistenza di una ristretta cerchia di voci superiori, dovrà  prendersi la responsabilità di escludere, da questa ipotetica e perfectissima città ideale, la gramigna che tenacemente si arrampica sopra i muri perimetrali, finendo, prima o poi di roderli dalle fondamenta. Perchè questo la poesia è, prima di tutto: voce che s’incarna e non ha potere, e poteri non cerca. Piuttosto, tenacemente rode come l’edera, fa quello che deve fare e non deve niente a nessuno. La poesia, che è voce impersonale incarnata nella persona, trascina con sé biografia e autobiografia, lacerti del sé e lacerti del mondo. La poesia un poco ci appartiene e un poco ci lascia tremendamente “appartenenti” a qualcosa di altro da noi. La poesia è una casa senza porte e senza finestre.

Nel caso della poesia di Fiammetta Giugni  siamo nel territorio della difesa ad oltranza, della difesa ad essere. Essere fratelli dei fiori, portare la bellezza e la lotta per apparire “perfectissimi” nel breve tempo che ci e’ concesso.

Molto assomigliamo agli abitanti di questo giardino:

il fico è sempre ultimo a infogliarsi

e mi si attarda

sembra meditare

e soffrire

e’ un Giobbe piegato

sotto gli sguardi bianchi

acuti delle cime

p.19

c’e’ del buono  lo sento

nell’ordine fitto

del glicine fratto di lilla

e rifratto di bianco

c’e’ la ripetizione ossessione

di regola     quasi preghiera

p.20

E dunque la bellezza non è il frutto di un’ apparizione del Nulla. La bellezza è il dono di un sacrificio, dell’accettazione a morire:

ho imparato in tante veglie solitarie

(e sugli scritti degli amici morti

e semprevivi) che Uno si é fatto uomo proprio

perchè a Giobbe voleva somigliare

verrà – dico al mio fico -

il tempo dei tuoi frutti

i più dolci dell’hortus

le grosse gocce del tuo sangue

avranno la mia riconoscenza

p.19

Nella descrizione di questo sbocciare e apparire giornaliero, non si coglie la superficie, ma “il derma, il suo sottile”. Siamo quindi, nella sostanza di uno stilnovismo declinato, modernamente, in simbolismo materico, dove la sostanza brutale si adombra – per non spaventare, per arginare il dolore – di sostanza umbratile.

“Chiaro e Scuro/così innocenti e intatti”, perchè “fuori e’ rimasto/quel piccolo grammo di strazio/che avrebbe sbilanciato il tutto”, p.31.

La cura verso le parole è dunque la stessa della dama verso il suo bestiario naturale, e non è una dama assisa al centro del labirinto in compagnia dell’unicorno e con la veste ricamata. E’ la donna intenta a coltivare e proteggere il frutto del suo ventre, nello sfondo di una natura che evolve osservando il trascolorare della giornata e delle stagioni, come fa il contadino/naso di cane:

questo è un giorno compiuto

la terra e’ tornata leggera

un fuoco ha bruciato

le foglie appassite

p.33

 

resto

seduta qui fuori

fino all’ultima luce

che inonda di chiaro

il corso paziente degli occhi…

p.34

Tutto quest’ordine spaventosamente fragile, è innestato nel lavoro da fare della poesia e dell’amore. Il compito è di cogliere i segni naturali che legano uomini e cose, il pianeta e le stelle, le radici e il cielo. E’ un libro, questo, che si inserisce nel filone degli innesti tra parole e segni, scrittura come alfabeto naturale, tramite tra la parola discosta delle cose e la parola drammaticamente dislocata della razza degli uomini.

Quale il mezzo?: il sacrificio degli esseri che per resurrezione e vita devono prima morire, attraversare la terra e giungere alla luce della stessa stella.

Sebastiano Aglieco

***

se ti affacciassi (ancora)

alle nostre costellazioni

vedresti (dall’alto)

come si aggruma nel piccolo

il nostro stare

guardale, le contrade,

come segni collettivi

ma pensale come pene individuali

- per ogni principio

di inclusione – esclusione

che ci portiamo nel cuore

- per tutto quello che è diverso

ed uguale fra la siepe dell’orto

e la fontana

(e per ogni chioccolìo una lingua

…più dura…men dura )

non sappiamo se questo disegno

ti piace

se è nato da un caso beato

o se fu la tua unghia di artefice

a graffiare la terra

ma per certi rumori feriali

e per certi silenzi di festa

che ancora resistono

tu almeno

non sottrarti al guardare

p.37

***

io voglio gustarlo nel suono

(chiuso a derimersi in bocca)

il nome di questo solstizio invernale

sento il suo rischio

e il sapore

muschiato di notte

e peso la forza

che stringe fino al colmo apparente

del buio più fondo

io devo subirlo alla lingua

il vagito di luce

che spinge

p. 38

***

all’acme di questo solstizio

vorrei una parola capace

di colpire la notte

nel suo centro di gelo

una saetta di fuoco

che disegni una stella

nel tuo fondo più buio

al discrimine

esatto del tuo volgerti in luce

e scoprirla

con gli occhi dalla Terra.

p.39

***

nient’altro voglio

oggi che cadere

dentro una coclea

calda di sangue e di affabulazione

sciogliere il ricordo

e risalire il pulsare delle vene

dalle quali discendo

potrei cambiare gli argomenti

le attitudini i mezzi

i percorsi

potrei variare

i simboli

purchè il corpo resti

p.41

***

manca sempre qualcosa

al tutto che ho tolto

ma lo compensa il salto

con tutto quel che ho avuto

e quando sono con lui

dall’anfratto stretto

sullo strapiombo

posso beata guardare

l’orografia della mia avventura

mi espongo al sublime

senza alcuna paura

e mi riconosco:

stesso destino di un dettato geologico

per grazia di coerenza

fra il principio e la fine

p.57

 

DUE ANTOLOGIE

Due antologie

 

OLTREPOESIA, antolologia di poeti pavesi di qua e di là dal Po, Mombosco 2007.

Con testi di:

Fabrizio Bernini

Massimo Bocchiola

Andrea De Alberti

Maurizio Gramegna

Annalisa Manstretta

Alfonso M. Petrosino

Matteo Poletti

Flavio Santi

a cura di Gianfranca Lavezzi

 …dunque: i poeti che vivono  ( a Pavia e) in Oltrepò. Ma anche: i poeti che vanno in Oltrepò. (…) Se non esiste – ovvio – una “scuola”  pavese, é tuttavia innegabile che nell’ultimo decennio a Pavia si sono affacciate e consolidate voci interessanti…

***

TREDICI CADENZE

GIOVANI POETI IN PAVIA

prefazione di Gianfranca Lavezzi

puntoacapo 2011

 

Bonac

Alessandro Castagna

Virginia Fabrizi

Mario Barrai

Dario Bertini

Davide Castiglione

Vanessa Navicelli

Enrico Barbieri

Barbarah Guglielmana

Marco Ferrari Piccinini

Costanza Gaia

Giacomo Francesco Lombardi

Silvia Patrizio

La storia di questa antologia e’ singolare (…) Nasce da un’amicizia a più voci caratterizzata e nutrita dalla comune passione per la poesia che porta alla costituzione di un vero “gruppo di poesia”, il quale da alcuni anni si incontra periodicamente, senza ambizioni di creare una scuola, ma con la volontà di dare voce al fermento poetico “sotterraneo” di Pavia, prevalentemente giovane e molto vivace anche ma non solo in Università…

***

L’universita’ é sempre stato luogo di fermento e di aggregazione di istanze progettuali spesso forti; laboratorio delle diversità ma, nel contempo, del confronto e proprio a partire dalle università si potrebbe  descrivere  il  sorgere di iniziative, riviste, poetiche che a volte hanno fatto la storia dei movimenti.

La curatrice di queste due antologie, se da una parte, quasi con timore di farsi carico di una dichiarazione di intenti fin troppo impegnativa, dichiara che una scuola di poesia, a Pavia, non esiste, dall’ altra sottolinea l’apporto dello scambio e della lettura reciproca  – é il caso della seconda operazione antologica,  mentre nella prima i testi e i poeti sembrano più essere accomunati da un milieu paesaggistico e, certo, il fascino di quel territorio é innegabile – .

  Paradossalmente quindi, sembrerebbero più indicare una pittura en plain air i testi della prima antologia, mentre i testi della seconda -  con una maggiore attenzione alleorigini nel caso di Enrico Barbieri e di Francesco Lombardi -  questi giovani poeti testimoniano di una territorialità mentale, un essere in loco per appartenenza sottintesa, più svincolata ai temi, eventuali, di un confine.

Più matura, sicuramente, la scrittura  in versi dei poeti di “OltrePoesia”, più da tenere a battesimo quella delle giovani leve antologizzate in TREDICI CADENZE, in cui Gianfranca Lavezzi testimonia di un dato che di per sé sarebbe già’ rassicurante: “che il giovane poeta sia anche attento lettore – con maggiore o minore empatia, ma sempre con attenzione – delle liriche degli altri giovani poeti é vitale antidoto all’auroreferenzialità, oltre che prezioso alimento per la propria poesia”.

  Non si tratta, in effetti, di una vera e propria antologia la seconda – o quantomeno il termine antologia é improprio. Sono quaderni collettivi, piuttosto, che derivano dalla motivazione a stare “insieme”, mentre OltrePoesia vuole sottolineare, piuttosto, la rilevanza “culturale” di un territorio denso di storia e di cultura; ma anche una sua potenzialità ispiratrice e affabulatoria, e questo é già un primo buon sintomo di un  istinto alla  visionarietà, alla reinvenzione poetica delle motivazioni e delle radici di una scrittura.

Sebastiano Aglieco

***

Scelgo un testo per ciascun poeta di “Tredici cadenze”"

La citta’ e le altre

E’ sorella minore che a madre

assente prova i trucchi e inciampa

sui tacchi;

        e a guardarla non puoi credere

esista un tempo adulto in cui gli zigomi

debbano farsi duri.

(Bonac)

***

Ripensando alla torre del Mangia, Siena

Poi la strettoia scura,

quegli scalini quasi incerti,

- il fiato che gia’ arranca – :

ma s’apre ancora

con sorpresa il paesaggio,

il tonfo verso il cielo.

Lì puoi slegarti da te stesso,

lasciare il tuo respiro al vento:

lì adori, la radice è capovolta.

(Alessandro Castagna)

***

Crolli

E’ terribile quando le parole crollano.

I pilastri mutilati osservano la rovina

dell’arco, a dimenticarsi nell’acqua.

Il silenzio si richiude, allora,

come una cupola di resina

e tutto cristallizza in tratti immobili.

Sotto il sole, che è sorto e disceso

mille volte, non c’è progresso

perchè tutto ci è precluso:

le regole degli astri, la lingua

dei rami che graffiano il cielo.

E’ quando le parole sono scosse

da un tremore che è più forte di loro;

allora resta solo il canto del vento

contro i finestrini del treno

e noi, appisolati, a strappare

all’incoscienza una scusa

per escludere il dolore.

(Virginia Fabrizi)

***

incrociamoci senza toccarci,

senza quasi sfiorarci,

fino a udire

il cozzare delle ombre

(Mario Barrai)

***

treni

si attende, questo è certo, a margine

del vento, dove un sorriso lo hai

visto molte volte portare via

lungo un binario più esatto dell’addio

- quando anche oggi sfumano

i volti al finestrino, indifferenti – e

poi fai presto a cogliere un saluto

(che è solo tuo), e ti si ferma

addosso, in sosta, sulla pelle

(Dario Bertini)

***

C’è  un passare di gente,

di visi in vetrina e sotto i portici

l’arco più basso delle labbra.

Non è l’inverno ad abbottonarla,

mi convinco, se i cappotti

stringono i gesti a farli simili

a un viale senza deviazioni;

sarà la paura di urtarsi

pari al desiderio di urtarsi,

sui marciapiedi un vestirsi a sorriso

che più eccede e più lascia

nudi: così, per non sentirci

assenza o incrocio mancato,

gente a passarsi in mezzo,

in vetrina, a passare, a non conoscersi.

(Davide Castiglione)

***

Ecco

Non ti comprerò una pelliccia, una barca, una villa.

Non ti coprirò d’oro e diamanti.

Voglio darti una ciliegia, la prima della stagione.

E una fetta di torta, l’ultima che c’è.

Ecco quant’è grande il mio amore.

(Vanessa Navicelli)

***

In un’oncia di terreno

diviso e ritorto

la mia storia,

riflessa nei volti

dei miei antenati

Ardenti come fiele

noi siamo crusca

stanca

che ripete la medesima

mietitura

Anni dopo

i secondi riflessi

nelle cosce

materne.

(Enrico Barbieri)

***

Il rosalaccio sborda dal giardino,

di carta colorata scrive di periferia

come di città calvine, imperiali

con fate e cavalieri di fiabe inventate

senza l’odore del trascorso passato, giallo polveroso

Con l’acqua si mostra tra fili d’erba, verde giovane

nascosti dalla menta,

mischiati in aria col glicine pieno di lilla

Passa l’uomo d’oggi, con l’ombrello scuro trasparente

e lo vede in un quadro

rosso come il sapore dell’amore,

ingustato.

(Barbarah Guglielmana)

***

Chromiae

   Soni tuoi i colori?

Di grano i campi non posso vedere

stremati dal meriggio

bruciano più che coperti di neve

non mi sanguinano solo gli occhi

è dentro a me che ansimo e scotto

non posso sentir l’alba

che m’avvicina al giorno senza fine

e soffro la sera che lo allontana

soffro solo per quei colori, anche solo

se sono abbagli, sorrisi, memorie, bisbigli -

fossi cieco soffrirei ancora.

Non mi rifugio nell’isola atossica

della notte così azzurra  e circonchiusa.

Tornerebbero. Torneranno tutti i colori.

   Sono i tuoi colori.

(Marco Ferrari Piccinini)

***

Diario d’insonnia III

Ti guardano

gli echi di frattura senza tempo

le discontinuità del nulla

la scatola vuota

piena d’insonnia

da capovolgere

da setacciare

per poter toccare

una penna di pavone

un tagliacarte d’argento

un flauto a sei canne

un cannocchiale di diamante,

le preziosità selvatiche

di chi vuole raccontare

di volte astrali malfrequentate

di deliranti distrazioni.

Collezionando la più vacua delle vanità

si evolvono gli alchimisti

d’un’arte insidiosa

dall’ombra all’artificio

dal ciondolo al mosaico.

Si schiarisce il mio Almagesto

che a volte cede in più certi tracciati

e mentre soverchia l’upupa

m’illudo e mi vesto

di quiete

e mentre mi sfilo la mia penna di cera

so che scenderò

la più polverosa delle catacombe.

(Costanza Gaia)

***

Dopo la pioggia

Ha piovuto parecchio perchè ci fosse

questa vuota calma di strade

spurgata dai tombini affogati

e si raccogliessero secche le foglie,  finalmente,

come raccoglie questa coppa di scritture

i miei temporali.

(Giacomo Francesco Lombardi)

***

Istantanea

Autumnal Sun, 1914

Egon Schiele

Non ha promesse la memoria

soli rami che spezzano il paesaggio

coi loro colori esausti.

(Silvia Patrizio)


Maurizio Mattiuzza: cosa trattenere, cosa custodire

Maurizio Mattiuzza, GLI ALBERI DI ARGAN La Vita Felice 2012

 Mi e’ capitato, a volte, parlando di certi libri, di dire che non avrebbero bisogno di una recensione perché si danno completamente nel loro senso, come doveva succedere, immagino, alla poesia nei suoi albori: quando la poesia era fatta per essere cantata e suonata, ascoltata e condivisa – e questo, quando succede, non è solo operazione del cuore, come si crede, afflato, trasporto, ma qualcosa di più complesso che coinvolge anche la memoria, la memoria di cose e luoghi e persone che abbiamo conosciuto, o che forse avremmo voluto conoscere; la malinconia che ci viene quando leggiamo  come se fossimo stati noi stessi a scrivere, come se quelle parole ci riguardassero personalmente.

  Avviene, questo, in quei poeti che si pongono il problema del perchè non si legga poesia oggi, che cosa sia avvenuto di drammatico, tra il lettore e la poesia e, invece di darne spiegazioni, si mettono a scrivere, recuperando quel “tu” perduto che un tempo era espressione di uno sguardo, di uno specchio. Perchè oggi la poesia non ha bisogno del “perchè” si scrive ma del “come si scrive”, di un pensiero che ritorni ad essere gesto, come direbbe Corrado Bagnoli.

  “La tua mi sembra una poesia libera” dico a Maurizio in una conversazione, “e questo è per me, già una definizione di critica”.

Perchè il problema, oggi più che mai, in questo clima di dispersione che viviamo, è appunto, il cosa trattenere, il cosa custodire; quali poeti,  quale riconoscenza, quali modelli, quali maestri. Quale paesaggio, dramma di popolo o di singolo, prima della visione. Quale lingua trasmessa, ereditata, che non sia quella delle scuole, dei canoni, dei poteri. Quale lingua radicata in una non lingua, nel residuo di una voce  comune,  ormai destinata all’estinzione.

Questo libro di Maurizio Mattiuzza mi sembra un libro non scritto per perpetrare modelli o iscritto in una delle tante lingue che circolano fra le patrie lettere;  e questo perchè i suoi riferimenti non sono i poeti ma “gli altri”:  il mondo, certo -  ma tutto il mondo non si può dire se non descrivendone i modelli, gli archetipi!… – Allora rimane ciò che conosciamo, il mondo intorno a noi, per come l’abbiamo conosciuto attraverso gli altri e per come l’abbiamo filtrato attraverso il nostro sguardo.

  E poi il canto, la musica e le parole. E il cantare insieme, me lo dice espressamente Maurizio, vuol dire trovare le parole giuste da far risuonare nell’altra voce che è la musica del mondo;  vuol dire trovarsi nelle condizioni, a volte, di dover prendere delle decisioni comuni. La poesia allora, è sempre responsabile di qualcuno, di qualcosa. Deve rendere conto, vincere la sua estrema solitudine e avvicinarsi quantomeno al recinto di una casa. E bussare, affamata. Chiedere ospitalità.

  Se la poesia cosiddetta civile e politica attraversa sempre il rischio di una pronuncia talmente abbassata da sembrare cronaca,  non meno pericoloso è giocare con le forme di una sperimentazione che vuole proporre un linguaggio alternativo al mondo,  attribuendosi una qualche funzione strumentale per cambiarlo, o, se questo non sia possibile, dimostrare l’esistenza di un altro mondo. La poesia di Mattiuzza presenta, invece, una naturalezza che le deriva da un milieu geografico, dalla conservazione di un orizzonte che la modernità sta spostando sempre di più verso l’archiviazione e la storicizzazione.

  Queste poesie ci dicono che la sparizione del mondo contadino ha ancora qualcosa da insegnarci. Non nasce, la poesia, da un attrito, più o meno vistoso, tra le istanze di una memoria ferita e quelle di una modernità  pronta a demolire tutto? Non nasce la poesia dall’attrito tra dimenticanza e conservazione, infanzia e passaggio? Voce dell’io e voce del noi? Voce della campagna e voce della città? Che cosa è prevalso e che cosa abbiamo perduto? E’ possibile riconsiderare l’opera di molti autori più recenti come operazioni risultanti dall’attrito di questi due blocchi tematici? E’ possibile considerare il riutilizzo dei dialetti, e idioletti, come recupero  di interi pezzi di “paesaggi”? E’ possibile riconsiderare alcuni autori del novecento, ormai in ombra o dichiaratamente “sottratti”, come l’espressione di un passaggio epocale, fattosi tema e poi rimozione?

Nel libro di Mattiuzza la ri/evocazione di un mondo non avviene attraverso la malinconia dello scomparso, ma attraverso il tema del viaggio, dell’andare oltre per ritrovare i colori della propria povertà. Non i nostri alberi, che nessuno canta più, ma la fatica degli alberi di Argan, tale e quale a quella degli uomini. E’ un procedimento assai sensibile,  che ci segnala come la parola abbia bisogno di nutrirsi di qualcosa che non vediamo più da vicino, di cui ormai possiamo parlare solo attraverso l’altro linguaggio, asettico e distaccato, che è la Storia.

  Mattiuzza e’ poeta errante, eppure condannato a rientrare nei suoi confini, nel tema della terra e della voce povera. Quindi dell’infanzia, degli anni di formazione, dell’amore scoperto dietro le porte della sua casa mentale. Dell’essersi riconosciuto improvvisamente adulto in un momento preciso della sua adolescenza, e di averne provato dolore; di cantare l’amore portando nelle parole la casa, gli oggetti, i riti…che segnalano la presenza dell’amore. Il suo libro è la dimostrazione di come la poesia possa dire ancora della vita, senza la pretesa di rinunciare alla complessità della forma e senza la presunzione di potersi sostituire – altra forma – alla vita.

Sebastiano Aglieco

***

Gli alberi di Argan

La fatica degli alberi di qui

noi non la sappiamo

eppure sembra la stessa

degli uomini che hanno

radici dove non c’è acqua

e vengono su così

col tronco irrobustito dalla sete

e queste lingue vecchie

come il sale

senza spreco

di parole

in cui ogni saluto

ogni stretta di mano

sembra dirti

fidati del mondo

ma stai attento

che la vita la capisci solo camminando

controvento

in Marocco, on the road , con Nadia e Silvio. Settembre 07

***

La matematica della natura

Guarda quanta fatica fa un uomo,

adesso

a conservare il suo passato, ad essere

se stesso

e ritrovare il mistero di tutti

quei continenti

che il suo sguardo di bambino

disegnava in mezzo ai campi

lungo i fossi

di un infinito conosciuto camminando

scalzi

alberi, rami

quel pezzo di cielo che ci manca

tra il silenzio delle stelle

nella gioia, stanca,

della sera

la matematica della natura

vedi è come un salmo, è una preghiera

che si riceve in dono da ragazzi

si impara dalle rughe

dei nonni, dal coraggio di chi sa

tagliare un noce quando è l’ora

della lama

mantenendo la promessa

di piantarne un altro appena

la stagione sboccia e chiama

foglie verdi

non è rispetto, è di più

proprio un amore, un orgoglio

che non perdi e ti rimane addosso

con l’odore di pioppo

di sigaro toscano

la voce di un dio

troppo lontano

e che non ha avuto mai

tempo libero per noi

per le domande che facciamo al vento

quando vediamo sparire e frantumarsi

nel cemento

il nostro mondo fatto di stagioni vere e

carezze ruvide, pulite come

la brina

la storia fa il suo corso, mi dirai,

ma la storia, guarda, sai

non siamo noi

ma le montagne, i grilli

le volpi che si scavano la tana

dentro il buio

quello che esiste da prima e va lasciato

proprio come se noi passando non l’avessimo

toccato

***

Il coraggio più grande, sai,

lo abbiamo all’inizio

quando nasciamo come erba

e passiamo sull’orlo

di tutte le cose

visibili

poi impariamo a parlare

a scrivere, a essere

scaltri

prudenti

a mostrarci di sasso, farci

accorti

ed è come imparare

a sognare da morti

***

Waiting room

I’m patient boy, I wait I wait I wait

Fugazi

La mia valigia, la tua

messe a caso in qualche

sala arrivi

nascondono le cose per come

sono andate dopo

ho cambiato dopobarba

indirizzo, qualche pensiero

sul mondo e chissà

se cercandomi lo sai

che mi fermo sempre

almeno un momento

in mezzo al caos affollato

dei treni

per provare di nuovo a

sentire di nuovo a

sentire com’è

preoccuparsi, sognare

quando hai qualcosa e qualcuno

da aspettare

***

La mia casa  (con te)

La mia casa, spesso,

adesso

è nel tuo letto

nell’abbraccio in cui

mi tieni stretto

rimettendomi al mondo

il nostro primo figlio

pensa che strano, sono proprio io

io che non sapevo nulla

e non ho

nemmeno pianto

dormendoti la prima volta accanto.

Gabriele Gabbia: un io in tutti

Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi, L’Arcolaio 2012

 L’opera prima di Gabriele Gabbia rappresenta l’esercizio del “mettere in forma” un’idea assai precisa di poesia: forma concentrata tra le cose e l’indicibile, tra sostanza e pensiero: alterità sul ciglio di una terra franosa, capace di trascinare nell’oblio lo sforzo e il rischio di ogni nominazione.

  Se opaco e misterioso rimane la maschera segreta di ogni poesia,  l’auscultazione é, invece, il chiaro  gesto di un  addentrarsi   negli strati più superficiali dell’epidermide,  e questo per non confondersi con la parola logorroica e orizzontale che genera tempo.

  L’ago ipodermico che é la poesia di Gabbia, é responsabile, dunque, di piccole perforazioni sottocutanee, sapendo che non si arriva mai all’indicibile, perchè ciò vorrebbe dire strappare la maschera all’innominabile; pena la fine di tutto.

   Gabbia si mantiene allora nella misura del testo breve,  distinguendo ciò che va detto da ciò che provvisoriamente appare – forse in questo senso  vanno intesi i ricorrenti inserti in corsivo, come a delineare due superfici, due diverse qualità della voce.

  La dimensione di precarietà della parola quotidiana si misura tutta nella censura sociale,  nell’impossibilità di potersi esporre al ludibrio per rischio di sottrazione o di eccesso. Questa é la causa più rilevante della precisione e precisazione in poesia: la parola precisamente dice   per distinguersi dall’affanno sensoriale, dall’azzeramento di senso della parola giuridica, della parola contratto. E’ un problema che Gabbia  si pone con coscienza e che risolve a suo modo. Così il suo pensiero non si costruisce attraverso il frammento ma lavora sulla  struttura del testo breve, conchiuso -  testo, e non  frammento, é il celebre “m’illumino d’immenso”, rapido discendere nel senso dell’esperienza umana  restituita alla necessità della parola concentrata; diversamente da quanto potrebbe apparire, perché in genere il frammento é identificato con l’esperienza laconica e oracolare, quindi astratta e speculativa.

  Gabriele Gabbia ci segnala la corporeità come musa vacillante – eppure incombente – della casa della parola: “Diatribe del ventre”, è il titolo della prima sezione – già con l’indicazione di un’assonanza scontrosa, di un borbottio  – “L’impasto ventrale/pasce diatribe”, p.16; “Lacerti, corpi, lembi. Brani di nulla”, nella coscienza di un materialismo che si scarnifica delle sue stesse forme, condannato a ritornare da ogni inizio: “e tutto trova notte. tutto/(e postuma ogni dolcezza), p. 81.

  Questo venire “da” e tornare “a”, é spesso segnalato da versi “inscatolati”, “Tu/ritorni nei tuoi passi, rientri/…”, p. 79; “Ti é morta nella testa la testa“, p.57; “- rientra / nelle membra/ la matrice del suono” p.15; “legami franti dal corpo/nel corpo.”, p.51; “pianto di lucore//nel pianto“, p.65. Ma anche da verbi come innervare, dischiudere, rientrare, maturare, scardinare, soccombere, implodere, reiterare, discostarsi, divenire…tutti espressione di un venire, di un de/rivare da qualcosa per radicarsi e poi sdradicarsi, farsi matrice. Si deriva perché “La materialità discostatasi dal grembo/giunge al verso/(l’isola)”, p.18.

  Queste poesie, dunque, si costruiscono a partire da una delle immagini più significative della poesia del ’900, e cioé la soglia, il limite al di là del quale l’essere é indistinto – archetipo – e poi si fa “io” declinato nell’esperienza dell’umano e del dolore, bramando quel senso di appartenenza perduta dopo essere stato catapultato qui, per colpa e per mistero, e appellandosi ai fratelli dello stesso sangue:”Tu cerchi il tuo sguardo per crederti“, p.72; “Io percorro te stesso/nel silenzio che trascorro/nell’ausculto/dell’andirivieni dell’altro/da te che é in me:/l’essente in cui sei -/ciò cui sto.”, p.73.

  E’ chiaro, quindi, che “La coscienza non coincide con la voce -//tutto si fa corrente”, p.77. Ogni cosa s’innesta, ritorna, ogni essere é condannato a ritornare spettro; egli é “un infinito/ridotto al corpo dell’osso“, p.63.

  La dislocazione temporale della parola, donata per il canto inutile che si deve al Nulla, é sempre offerta sull’altare sacrificale della resistenza a morire, a farsi diafana presenza, malgrado il languore e la passione delle forme a perdurare – un poeta sotterrato, a mio avviso, prima dei riferimenti riconosciuti: Celan, Mesa, Ranchetti, nella poetica di Gabbia, è Ungaretti: la morte si sconta vivendo: pensiero che coincide con la vita in “trincea”, nella resistenza a per/durare oltre la morte. Ché, detto con un passaggio di questo libro, risuona così: “Lavacro/nei frammenti di ritorno”, p. 65.

   Queste forme, per rinascere,  cercano un luogo/ specchio; non una spiegazione, una gnosi che preveda anche la nostalgia del ritorno, ma una madre, il corpo sospeso tra l’essere e il non essere, la porta, la zattera, come dopo un naufragio. L’io, per essere, deve sottrarsi, anche qui dove é apparso, quasi che il suo compito non fosse quello di fiorire, rigoglioso, proclamando lo sfacciato barocco della vita, ma di farsi specchio di un’assenza conquistata, prefiguratrice del suo accertato obliteramento:

  Se il compito è “Soccombere alla possessione d’evocare evocando“, p.80,  allora la poesia non può essere che sottrazione, dichiarazione del fallimento a vivere, di ogni spocchiosa dichiarazione di speranza. L’unico messaggio che può proclamare, é la dichiarazione di una pluralità, di un attaccamento alla razza, al calore della tana in cui le creature, momentaneamente sottratte al destino della loro origine, si appellano alla preghiera, all’essere collettivamente un io in tutti.

 Sebastiano Aglieco

 

*

 VII

 Talvolta ti atterra il corpo addosso

ed è il cupo gorgoglio di un verbo

mentre si vaga, per ossessioni, per

stordimenti -  per storni. Il corpo -

un ceppo – si allontana dallo sguardo

- suo epicentro, suo traguardo – nel candore

stridulo delle cose, ove niente

impedisce la resa, la dipartita, ove la voce

si ascolta una volta sola, mentre tutto

non torna – è molto diverso – ricomincia.

 *

 XI

 Ascoltare il vuoto che ci abita

nel silenzio che assedia il mattino

ritrovando stanche membra

nella tregua che contiene le strade

gli odori, l’occhio che s’affaccia

e insegue tra i vetri vapori, o il gelo

ch’é fra noi e il cielo

- primo pianto d’inverno –

forse l’alba, d’un ultimo giorno.

*

XVIII

Ho sempre guardato, guardato,

dal nulla da cui vedo

i corpi della soglia,

laddove sono rimasto

a fissarne

la fissità inquieta

d’un nulla.

 *

 XXVIII

 Non è vero niente -  niente

è ciò che si dice. Averne

una che accarezza

annulla

per posarne,

laddove ciò che empie

               è ciò che tace.

 *

 XXIX

 In limine allontanarsi,

aderire a un limite.

 Cadere a un innesto -.

cadervi dentro.

 *

 XXXV

 Scrivere è congiungere mente e membra

come amarsi. Rabberciare

legami franti dal corpo

nel corpo.

 *

 XLV

 Madre,

distendi il tuo sonno canuto,

riposa anche l’ombra di te, di me

che ti guardo

alla deriva

distesa – calma,

come dopo un naufragio.

 *

 XLIX

 Io sarò voi -

i morti, tutti,

noi, voi

dopo di me, quando

solo, soffierò

lo sguardo, da ciascuno

di voi tutti

su ognuno

di me.