Questi inediti di Roberto Cogo, resi pubblici dallo stesso autore per sostanziare, con le parole della poesia, una riflessione sul sacro che, di per se stessa, risulterebbe “mitologica” per i tempi che viviamo, integrano quella forma di panteismo francescano che troviamo nel suo ultimo libro IO CANE, e che qui si estende anche alle cose inanimate, agli esseri che vivono una loro vita naturale, apparentemente discosta dalla nostra, luminosi, o numinosi, nella semplicità quotidiana dell’esistere.
E ci sono versi essenziali e necessari in queste poesie: “ospito adesso la voce naturale”; “ il progetto/senza fine di un ulteriore pellegrinaggio//io, tu//vicinissimi sempre all’ennesimo assolato orizzonte/appena intravisti tra le fronde”; “l’idea assurda di un’arte immediata/semplice e complessa insieme limpida e oscura//l’idea fatale di una ricerca inesausta/un progetto infinito una domanda sempre aperta “.
Come sempre, nella poesia di Roberto, la visione delle cose è anche movimento che le pensa nell’immediato della percezione, come ad accompagnare l’apparente durezza della scorza, l’apparente fragilità delle materie volubili.
Questa ri/flessione pensante è il sacro stesso che egli riconosce nelle manifestazioni della vivente terra; tutte, direi, anche laddove i residui di vita, o la vita che non c’è mai stata, splendono nelle formule misteriose di un progetto unico che non conosce dicotomie né accapigliamenti tra materiale e spirituale.
Se vogliamo immaginare questa pangea nel suo nascere primordiale, ci troviamo tutti gli opposti, tutte le possibilità, e veramente possiamo dire di essere l’apparentemente discosto da noi, l’apparentemente lontano.
Nelle formule della preghiera si nasconde in verità la richiesta di un affetto, di un essere parte; così come i labirinti di una teologia, ingabbiando con parole il soffio delle cose, vorrebbero renderlo partecipe della materia, accoglierlo, o imprigionarlo, nella casa del tabernacolo. Così come la più complessa delle formule matematiche è ricerca dell’ ordine che si nasconde dietro tutte le cose, della mano che le ha scritte, o sognate, non fa alcuna differenza.
Teologia era scienza una volta, e viceversa. Erano lo stato necessario di un pensiero che riconosceva nell’esperienza del visibile il mistero delle voci che non potevano essere spiegate ma solo nominate con parole inaudite.
A che punto siamo, ora? A un punto pericoloso, direi. Le storie più belle della letteratura, le intuizioni più profonde dell’arte e della scienza, i richiami etici a comportamenti più saggi e più responsabili, ci dicono che non sentiamo più il grande respiro della madre, la grande voce tonante di un padre. E anche la poesia, quella migliore, quella che non si perde nella contemplazione del proprio specchio mortifero, ci dice della necessità di riallacciare i fili col perduto che è ancora in noi, in qualche angolo della nostra contemplazione e del nostro raziocinio.
Immagino questi versi come un avvertimento del nostro stato e forse della nostra morte: “scricchiolano i sassi sotto le suole/rimbalzano i rumori/s’infrangono come cristalli contro il tronco dei faggi//le tracce i segni le scanalature/e noi muti dinanzi all’ideogramma naturale/a tirare il peso del corpo tutto piegato in avanti”.
Sebastiano Aglieco
***
LA LUCE E’ DEL SOLE
poesie inedite
*
un luogo che significhi anche tempo
uno spazio esteso al territorio in mutamento — il progetto
senza fine di un ulteriore pellegrinaggio
io, tu
vicinissimi sempre all’ennesimo assolato orizzonte
appena intravisti tra le fronde
*
rumori e suoni e ritmi in riva al ruscello — noi
sempre in attesa di tutto…
la foglia che scende sul filo della corrente
un battibecco tra gli uccelli oltre lo schermo del bosco
con quella grossa chiazza bianca d’escremento
impressa sul plumbeo masso affiorante
così dentro a tutto
così lontani da ogni luogo
nel fermo-immagine tremante di ogni nostra agnizione
*
l’idea remota di un tutto fatto di opposti
che converga in un attimo di pienezza e svelamento
l’idea assurda di un’arte immediata
semplice e complessa insieme limpida e oscura
l’idea fatale di una ricerca inesausta
un progetto infinito una domanda sempre aperta —
sarà ancora in altri tempi e luoghi
nei ruvidi innesti tra gli anfratti della sassifraga gialla
*
la luce è del sole e regola la vista agli insetti
in un risveglio di fine settembre
le piante assorbenti in accumulo d’energia
tra i richiami e i gorgheggi di uccelli iperattivi
qui dove nessuno si ferma
nel luogo a malapena intravisto
le foglie dall’orlo mangiucchiato appese a un lembo d’estate
nel luogo di cui nessuno si cura
dov’è solo possibile perdersi
il sole dissolve dubbi e sventure
svapora i rimorsi a chi ha smesso nel tempo di volere…
si scoprono fiori proibiti
foglie dal nome sconosciuto e strani insetti bellicosi
trafitti da un’acre fragranza
e una nulla pretesa
*
prevale la confusione e il mondo si fa beffe
delle tue deboli pupille
la strada si perde in un irto di cespugli e macchie
in un saliscendi di scommesse mancate
prevale la confusione e il mondo si fa beffe
del tuo fogliame secco di parole
*
è questa la linea che ti può salvare dalla dannazione
della ruggine e della polvere
dalla nebbia che sfuma i confini e fa tremare le cose
dentro la soglia gialla di un lampione
è questa la linea con l’arco e il piede
un carico di forza ancora integra
che la malattia dell’inerzia scava e succhia
come al fungo distratto il midollo e lentamente lo consuma
*
l’anima è sdentata e vecchia
ride delle stelle come di un vuoto di memoria
è una nera cavità rivoltata dentro il corpo —
dove le foglie giallissime del ginkgo biloba
sono tutte ormai riverse a filo di terreno
pronte a farsi inghiottire
come gli esseri arborei dei primordi
incapsulati tra le nebbie infittite del presente
siamo solo un poco vivi
*
gli uccelli godono della cappa d’umido stesa sui rami
zampettano noncuranti sui tetti viscidi
con un colpo di becco o una scossa d’ali
si fa strada un suggerimento —
annota quello che c’è di vero
quel che ancora si vede o quel che ne è rimasto
*
se ospito adesso la voce naturale. se rendo ascolto alla viva presenza di un canto interminabile. questo dar voce, questo chiedere inesausto al profumo alato dell’erba, al verde un po’ secco al limitare dell’inverno
qui sul monte calvo. nell’anfratto proprio di un corpo aperto ad ogni mente. dove si sfilaccia la materia al luogo di una qualsiasi mente aperta ad ogni corpo. la voce ora si confonde con la nebbia tra colori
*
continuando a cercare uno scrivere ultimo
di terra indurita dal gelo
nel rebus dei mucchietti allineati dalle talpe
tra i filari sbiancati di brina
i lampi d’esistenza riflessi sul finestrino
a voler dire che forse è tutto vero —
continuando a cercare
lo spazio aperto tra due fuochi all’orizzonte
*
uno scrivere senza appigli — i punti fermi…
nella notte fredda e stellata
ecco polaris
in tutto il suo fulgore remoto
sirio trascinato per la cintura da orione
marte che sguscia cauto verso sudovest
col suo incedere rubino
nel cielo muto
proposte di mappe per impossibili approdi
spunti luminosi di riferimento —
si scrive da sé lo spazio in espansione
come un mezzo dotato di energia
*
che luogo è mai questo? inferno e paradiso…
sotto il sole invernale che allunga le ombre
alla corona dei tigli
sul prato di striature gentili
le colline intorno che si toccano con un dito —
un vecchio lavatoio con l’antica roggia a fianco
*
menzogna dilatata
in un sogno prolungatosi di sghembo —
la poesia
ma è ancora bello crederci
illudersi che il gelo ci possa risparmiare
*
gradazioni di luce al tramonto —
da un grigio sporco in risalita verso l’azzurro
al celestino giottesco
ancora salendo verso il blu tendente al viola
per poi schiarire ancora ad incontrare il cielo
sotto la sua volta
ridiscendendo ad occidente
un punto di viola riaffiora a schiarire contro
il frastagliare dei monti
e poi bagliori bianco-grigiastri a scendere e tuffarsi
al di là
nell’alta sfera di un mondo assente
*
scricchiolano i sassi sotto le suole
rimbalzano i rumori
s’infrangono come cristalli contro il tronco dei faggi
le tracce i segni le scanalature
e noi muti dinanzi all’ideogramma naturale
a tirare il peso del corpo tutto piegato in avanti
le salite i brevi incontri le simultanee esperienze
tutto che coincide nel tempo
alla misura verde del bosco con tutte le sue cose
tutto che scivola su un fondo viscido di petali e rose
grazie dell’inserimento e del puntuale interessante commento Sebastiano. vorrei precisare che nel frattempo i testi sono diventati editi. si trovano nel volume ‘la poesia, il sacro, il sublime’ a cura di Adele Desideri, Fara Editore. per chi fosse interessato e si trovasse nella zona di Milano sabato 26 giugno, a Pero, al teatro tenda di via Figino dalle 15.30 alle 17.30, ci sarà una presentazione del libro con letture di diversi autori presenti all’interno dell’antologia, me compresso. un caro saluto
roberto
la critica ha bisogno della poesia e la poesia della critica. Sebastiano, in queste poesie, trova la materia esemplare per la propria riflessione; Roberto, in questa lettura critica, trova il senso del proprio operare. Poi queste poesie si conservono per la prossima lettura, che diventerà “critica” solo se capace di discostarsi da quella precedente. Tuttavia il senso di apre, si moltiplica, solo se il corpo testuale diventa crocevia, materia complessa attraversabile da differenti dfirezioni. E’ ciò che accade qui, nelle poesie di Roberto.
complimenti ad entrambi.
Grazie a Roberto per questi bei testi e a Stefano per la bella riflessione. Si, sono sempre più convinto che, soprattutto di questi tempi, critica e poesia debbano dialogare. Che l’una abbia bisogno urgentemente dell’altra. Più di ogni lettura pubblica! Sebastiano