Luca Benassi, L’ONORE DELLA POLVERE, puntoacapo 2009
Si apre, questo libro di Luca Benassi, con un poemetto emozionante dedicato alla nascita di un bambino. Ci si potrebbe fermare qui, a queste 6 ecografie scritte in nome del battito di un cuoricino che si affaccia alla vita e che subito sconvolge padri e madri e riempie di nostalgia chi avrebbe voluto avere dei figli e la vita non lo ha permesso.
Soprattutto l’urgenza di questo sguardo – urgenza, un tema che ultimamente mi appare sempre più necessario – piega le parole al duro lavoro di ogni vera arte: la nostra sopravvivenza.
In questo libro c’è durezza e grazia, privato e sociale. Ma anche grido, invettiva, rabbia. L’onore della polvere è quella riservata ai poeti in versi durissimi:
a te che imbocchi come un pesce la metro
e incappi la rete del mistero
a te che rantoli quando la lama esce e il sangue
gorgoglia nel polmone sfondato
quando la tregua e gli accordi vengono violati
a te, poeta, si concede l’onore della polvere.
p. 36
Letteralmente, perché la casa di ogni poesia è veramente la polvere, il luogo più basso della terra, non certo il più vile. Così acquistano più senso le parole dell’inizio: “un puntino era ancora nostro figlio”, p. 7.
“Ed è già nome, uomo,sentimento/questo nostro figlio”, p.9
Ed io sono in bilico sul momento
sulla linea di carne
che segna ogni convergenza sul ventre
in attesa che sia la luce
e non più il suono
a disegnare il volto.
p. 11
Che potrebbe essere anche la descrizione della nascita delle parole; se non fosse che, le parole, mai sono naturali, mai hanno l’innocenza e l’ineluttabilità dell’apparizione di un piccolo essere. E questo è il motivo del tono di invettiva che spesso sentiamo in questo libro: l’aspro richiamo al mondo, alla costruzione del mondo, ai poeti, alla loro pretesa di essere veggenti.
Hai ceduto alla lusinga dei fonemi, ai sestanti
coraggiosi disegnati nella polvere, ai libri
senza ordine sugli scaffali inaccessibili.
hai disegnato la geografia e firmato accordi
per regolare il tempo del perdono.
ma la sfida di questo tempo
è una barca sullo Stige e la moneta
che paghi il silenzio di Caronte
è senza faccia e iscrizione.
p. 47
Sebastiano Aglieco