Rinaldo Caddeo a proposito di NELLA STORIA

Così Rinaldo Caddeo riflette a proposito del mio ultimo libro: NELLA STORIA. Lo ringrazio.

È un ritorno alle origini. Origini della propria storia e della Storia. Origine di sé, origini degli altri. La Sicilia e la guerra in Yugoslavia (anni ’90). Un taglio, un’innocenza violata: «Chi dice sì alla Storia deve accettare un taglio» (p.41).

Ritornano le parole della poesia dalle origini. Eterno ritorno di una ferita che segna la pagina, segno che si fa scrittura: «le parole ritornano dalle origini/ un lamento dischiuso/ che non conosce inganno.» (p.39). La pagina è l’anima che racconta il dolore in forme di lamento, planh, o preghiera/invocazione, tra testimonianza e oracolo.

Segno, taglio, marchio: la pagina è la pelle tatuata dalle ferite dello sguardo che dello sguardo riceve gli impulsi e segna le tracce. L’ammutinamento del senso comune e la rifondazione della parola, operata dalla poesia, lascia i pensieri, nudi e crudi, ossa indelebili, scagliate dalle onde agitate della vita a riva: «Ho sempre pensato a una rifondazione/ uno stato della parola/ in cui le cose emergono dalle loro trame/ per un avvicendamento del sonno/ i pensieri in una riva asciutta/ ossa indelebili/ cantilena di un  popolo intero.» (p.44).

La parola è specchio, gesto visionario, dolore ancestrale, scalfittura, relitto, soffio, macchia, stanza vuota, memoria. Ma la scrittura non è un flusso continuativo e indolore, la parola sgorga da una lacerazione. Deriva da un taglio, ne porta testimonianza: «Volti tagliati fuori dai miei pensieri/ ricordi di un’appartenenza.» (p.7). Volti, ricordi che non vengono tirati fuori, estratti dall’origine, ma tagliati fuori. Un taglio, un rifiuto, un’interruzione. Perdita e perdono. Dono dato e perduto. La poesia, eco di voci smarrite, è una ricongiunzione, un risarcimento. Fiamma ossidrica che incide, spezza e ricompone, rifonde.

La parola può accedere alla memoria della fratellanza, entrare in noi «come il pane del mattino/ il bacio della mezzanotte» (p.17). Ma il suo sguardo acuminato, doloroso, può trasformare la donna violata dalla guerra in «un ginepraio funesto» (p.25), i morti in «rovi, solo rovi» (p.27).

La musica dei versi di Aglieco, la risonanza drammatica dei significati, è scandita da un ritmo molto particolare che alterna una scansione definita dagli armonici della tradizione lirica (endecasillabo, settenario, ecc.) a repentine fratture che interrompono il verso sulle congiunzioni o le preposizioni semplici che, con, da, un, in, ecc. L’effetto è quello procurato da forti inarca ture: un’alternarsi di rallentamenti, accelerazioni, che determinano un ritmo sincopato, jazz.

Non si arriva, certamente, alle distorsioni o ai battibecchi del linguaggio sperimentale d’avanguardia, quanto alle modulazioni di un ragionamento che insegue ed esprime le intermittenze del cuore, gli affanni del respiro che sale sentieri aspri, tortuosi, esplora le foibe, perlustra le fratture e attraversa i ponti indiani sugli abissi dell’oblio e della memoria, che iscrivendosi sulla pelle di una storia, diviene la musica dolorosa della Storia.

Rinaldo Caddeo

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