La polmonaria di Fernanda Fernirosso
Fernanda Fernirosso, MIGRATORIE NON SONO LE VIE DEGLI UCCELLI, Il ponte del sale 2009
L’arazzo che Fernanda Ferrarosso, costruito con le pagine di questo libro, non ha nulla dell’ordine precostituito della tela di Penelope; non disegna simbologie femminili, geografie di acque stagnanti, di attese. Questi testi sono invece poemi migratori, senza, però, l’andata e ritorno della migrazione degli uccelli.
Piuttosto, sembrano, peregrinazioni, affrontate nelle infinite possibilità del corpo, inselvatichito, arato ancora, solcato: “Che cos’è il tuo corpo? Io non so se ti sei chiesto una volta che cos’è il tuo corpo”, (Jaime Saenz, citato all’apertura).
Si veda, per esempio, come il testo non rinunci a ogni possibile richiamo di altri sensi, di altre mappe. Il testo tende al polisenso laddove le parole si spezzano, si tagliano, si aprono all’ambiguità e alla ricchezza della scoperta: “sciogli i fiumi e annodi le corde delle mie montagne/le bocche agli altoforni le effusioni delle stelle/(…)dentro un’ora/mi semini la mano di rondoni e il sen(n)o di ogni dolore/è meno che polvere”, p. 26. “Io che faccio l’amore di prima mattina alla(r)gando la notte del tuo desiderio”, p. 34, ma sono solo esempi.
Questa tendenza ad aprire il tessuto del testo ad altri possibili risvolti, ci dice di un corpo che non ha trovato la sua strada ma la cerca nel perduto acquatico e tenebroso di una nascita, di un compimento. “Grandi antenati mi sfociano nel ventre/e sirene sondano i miei fondali…”, p. 24. Con una veemenza, soprattutto nella prima sezione, che assomiglia alla forza bruta della primavera, al suo percuotere le gemme, fino allo scoppiare del turgore nel fiore. “Mi sollevano i fianchi delle montagne/i miei alberi maestri/e nessuno a sentinella”, p. 24.
Questa voce non parla da sola, sembra rivolgersi all’altro - necessario per il suo compimento, per l’avveramento del verde. “Il tuo nome era amore.//Lo sussurravo piano e tenero/nell’ans(i)a dell’orecchio pron(t)o a seguire me in tutte le tue arcadie” p. 23; nel paesaggio del corpo, come fosse la foresta selvaggia di ogni compimento.
Corpo liana, dunque, pericoloso; ansa – e prono, accogliente, di amante e di madre, che accudisce e che divora.
C’è sempre in gioco, ferocemente in gioco, il destino della parola, la fioritura dei suoi sensi: “Lingua che corri battente/alle finestre delle nostre case notturne/fermati a fiorire”, p. 32. Una nuova parola per la rinascenza, in cui il foglio la foglia il figlio sono la stessa cosa. In cui “migratorie non sono le vie degli uccelli/ma corsi, stazioni dell’essere.”, p. 80. In cui paesaggio naturale e scrittura sono la stessa cosa. “Ho rondoni e polmonarie che mi crescono l’orecchio/in chiostro delle mille delizie la bocca chiusa”, p. 80. In viaggio, ma dopo, visitando un orto botanico in Germania, ho scoperto che la polmonaria è veramente una pianta.
Sebastiano Aglieco
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Grazie Sebastiano, vedo solo ora, il tuo passare attraverso la terra che, abito,mi vive. Lieta della trasformazione del nome (ferrarosso, che spesso compiono in molti,forse pensando al ferro rosso, incandescente, da cui poi ho tratto il mio nick per internet:ferni-rosso,senza trattino).
Sei stato l’unico ad accedere alla notte delle pagine di Migratorie, attraverso la chiave posta in apertura (non una semplice citazione) di autori che amo moltissimo e che sento particolarmente vicini. Significa attenzione ai segni.
Quanto poi alla polmonaria sì, è una pianta che cresce spontanea ovun l’hanno raccolta per farmene dono. Ha una peluria sul corpo che quasi la rende animale, piccola preda di altri, predatori anch’essi, inconsapevoli della sua capacità sanante. I fiori mutano dal rosa al rosso al blu, nella fase finale, e curano le affezioni respiratorie. Un problema e una capacità vitale, la sottolineo all’inizio del libro (fuoco che mi cammini dentro.Sento vicinissimo il tuo passo, quasi percepisco il tuo respiro, dei respiri vive anche il corpo dell’aria, che ci avvolge e ci sostiene,sempre, nell’andare di terra in terra, in un solo immenso corpo,senza fine,senza rete. Grazie, sentitamente grazie.ferni…ancora rosso
Chiedo scusa è partita una versione mancante di pezzi. Questa è corretta.
Grazie Sebastiano, vedo solo ora, il tuo passare attraverso la terra che, abito,mi vive. Lieta della trasformazione del nome (ferrarosso, che spesso compiono in molti,forse pensando al ferro rosso, incandescente, da cui poi ho tratto il mio nick per internet:ferni-rosso,senza trattino).
Sei stato l’unico ad accedere alla notte delle pagine di Migratorie, attraverso la chiave posta in apertura (non una semplice citazione) di autori che amo moltissimo e che sento particolarmente vicini. Significa attenzione ai segni.
Quanto poi alla polmonaria sì, è una pianta che cresce spontanea ovunque sui nostri colli, gli Euganei e i miei figli l’hanno raccolta spesso per farmene dono. Ha una peluria sul corpo che quasi la rende animale, piccola preda di altri, predatori predati anch’essi, inconsapevoli della sua capacità sanante. I fiori mutano dal rosa al rosso,poi al blu, nella fase finale, e curano le affezioni respiratorie. Un problema e una capacità vitale, la sottolineo all’inizio del libro (fuoco che mi cammini dentro. In prima persona conosco l’importanza di un respiro che non si riesce a trovare).Sento vicinissimo il tuo passo, quasi percepisco il tuo respiro, dei respiri vive anche il corpo dell’aria, che ci avvolge e ci sostiene,sempre, nell’andare di terra in terra, in un solo immenso corpo,senza fine,senza rete, fratture comprese. Grazie, sentitamente grazie.ferni…ancora rosso
grazie a te. i libri belli non costano fatica. seb
VOLO E’ ANCORA VOLO L OMBRA SI SPOSTA IN AVANTI
E DIETRO IL PESO IL CORPO INTELLIGENTE
UNISCE LE DUE OMBRE IN QUESTIONE
E INOLTRARSI NELLA GRANDE FORESTA GRIGIA
IL PASSO PRIMA DELLA NUCA
E L’ENERGIA DEGLI OCCHI EQUILIBRATI DAI PIEDI
LE STELLE DI LIMPIDO FUTURO CHE GUIDA
IL CAMMINO
E ORA CHE SONO GIUNTO QUI CON LE ALI IN DISORDINE
SENZA UN ATTIMO VOLTARMI
DA DOVE INIZIA IL FLUSSO MIGRATORE
ANGELO PINI
NELL’INGHIOTTITO POSTO AL CALDO
CHE DA ADESSO SARA’ FLAGELLATO
LA CALMA DI ANDARE IN COMPAGNIA DI AQUILE UN PO’LOGORE
VIRAVO RIPARTENDO A MUSO DURO IN CUI IL SOFFITTO CIELO
A BECCO SCIAMAVO LONTANO