Archivio per Ottobre 2009|pagina archivio mensile

Mario Fresa: ma quanta gioia pare il mio tormento

Mario Fresa, ALLUMINIO, LietoColle 2008

3Può  capitare, prima dell’entrare in seno a una comunità, che la lingua sia ancora in contatto con gli amici sconosciuti, con l’altra voce che risponde (e che domanda sempre). (…) Con l’eco di un colloquio al buio con antiche immagini benefiche: silenziosi Lari che, solo sognati appaiono col volto di parenti sconosciuti (l’autore nelle note).

Così, per leggere queste poesie di Mario Fresa, è necessario crearsi una ragnatela di parole, di immagini personali; che hanno sicuramente, come luogo del loro accadere, la terra che separa il sonno dalla veglia, il giorno dalla notte, come osserva, tra le altre cose, Santagostini nella premessa.

E quindi, se da una parte, attingendo all’esperienza biologica del sonno e dei presentimenti, invitano a una ricreazione nel seno di un inconscio comune, dall’altra rimandano alla stratificazione che le ha generate, come se, il fenomenologo fosse esperienza culturale più o meno incosciente, non necessariamente consapevole del suo essere; come se avesse bisogno di un lettore, di un alto interprete, in noi stessi, più distaccato da noi.

Così, mi sembra, vedere “la gola dorata” come il luogo centrale di questi versi, perché rimanda a una concretezza delle immagini, a un lavoro ancora da compiere: “qualcosa è qui, toccami ancora/non hai cercato bene”, p. 18.

Lavoro degli occhi, della bocca, che cerca di scampare all’aurea che l’inghiotte, all’indistinto vagare in una terra senza confine in cui ogni cosa sfugge e improvvisamente riappare. Si potrebbe immaginare, in contrappeso, per questa poesia, il purgatorio di Dante, la concretezza nell’evanescenza; il cammino; la dimenticanza; il ricordo; il trattenere e il lasciare liberi. Ma immagino anche, l’esperienza del simbolismo e del preraffaellismo, in fondo ancora àncore prima della distruzione di ogni forma e di ogni possibilità stessa del canto: vietato cantare per i contemporanei, come se il canto fosse diventato esperienza del risibile, della vergogna e della superficialità.

Così queste poesie si riferiscono anche, nel loro precedere l’aspro, il duro suono, all’indistinto senza luce -  indistinto in quanto solo impercepito dall’orecchio che si è fermato a udire suoni terrestri.

“io non ho più parole/la mia lingua è nella spada”, p. 19; ma si tratta di una spada, però, che il poeta immagina “profondamente irreale, luminosa e musicale, (l’autore nella nota). Ma si potrebbe dire anche, sforzando un poco il senso, che il pensiero procede verso il suono, diventando esso stesso linguaggio musicale.

La tenzone celata di questi testi consiste, appunto, nello sforzo di dover ricordare di essere stato puro suono, luce, e di non esserlo più. Di dover giustificare la propria esistenza come in uno stato di in/sapienza e di dolore. Il pensiero viene, travalica qualcosa, gli occhi si aprono, guardano. Così all’inizio il pensiero porta con sé un suono dolce, una certa melopea, una certa rotondità nel canto, costretto a stridere coi suoni e le parole di tutti i giorni.

Siamo, mi sembra, in una zona della poesia dei nostri giorni – ben consolidata, pur nelle varianti delle forme e delle sensibilità – in cui il mal di vivere non ha smesso di esercitare il suo fascino e spesso funziona come unico antidoto per accorgersi  dell’insufficienza del reale e delle leggi umane che lo governano. Male metafisico dell’essere, in quanto destinato ad essere; forme che si contendono un suolo (Boccioni, Elasticità, in copertina); ma anche, non molto diversamente, oserei dire, certi quadri simbolisti in cui si vedono ammassi di bambini dormienti in attesa di essere chiamati alla vita. Ma quanta gioia pare il mio tormento (Ugo da Massa, citato dall’autore).

“Nella grazia implorante s’inseguono le ombre/dei nostri corpi accesi nella morsa/dei colori…”, un testo dove gioia e tormento, appunto, sembrano mescolarsi nella percezione del vivere, nella resa formale della violenza che subiamo. “Eppure, vedi: quando fu strage acuta/di suoni e di profumi tu ricordasti:/nella terra del silenzio/ci hanno lasciati poveri strumenti/e labbra mute”, p. 29.

A me pare che, per dislocare le forme della tradizione bisogna innestarsi in esse, aggrappati, come alla criniera di un cavallo in corsa; ricavarne la forma nuova per un senso comune, un lavorio nella presenza dei problemi non risolti. Qui troviamo certamente uno scenario che conosciamo ma che non possiamo attribuire precisamente, strada per non ricevere l’ingombrante fardello degli ismi.

Il problema di questa lingua è dunque l’approssimazione, la vicinanza. Dare forma, o, se non è possibile, evocare la vicinanza. Le parole inseguono la pienezza delle cose, dell’esperienza, senza poterle mai dire pienamente. Le parole sono nate, forse, come necessità di arginare il rischio della dimenticanza totale e rimane il dubbio che, col passare degli anni, la lingua vada affievolendosi come la radiazione di fondo dell’universo, sempre più lontana dall’esperienza del primo impatto, della prima necessità.

Noi scrivendo, pensando, non facciamo altro che “modellare il buio”.

Un altro libro mi richiama questo di Mario Fresa, LUCI DAL VOLTO di Mauro Germani, ma mi fermo qui.

Sebastiano Aglieco

L’eco di Bergamo Lunedi 21 settembre 2009

Un ringraziamento a Corrado Benigni

AGLIECO, LA POESIA COME ASCOLTO

La memoria di un’infanzia all’ombra di una terra senza salvezza, la presa di coscienza, lo strappo dell’esilio: questa la topografia dei sentimenti delineata da Sebastiano Aglieco nel suo ultimo volume in versi: Nella storia. Poema per una terra (Aìsara), che arriva dopo l’ottimo Dolore della casa, uscito nel 2006 per Il ponte del sale. Un viaggio dentro la memoria, dentro il proprio luogo d’origine, la Sicilia, terra tormentata e insanguinata, metafora di un modo di vivere. “Da questa parte dell’isola/il sole mi atterra in un punto fisso/una catena, per un destino, si mette in atto/di nascosto da queste strade/dove un tempo sfidavo/sono ciò che resta/di un dovere mai onorato”.
Un tema soltanto all’apparenza privato che in questi versi apre una riflessione più ampia fino a includere un territorio che non è più solo personale, ma diventa lo spazio contaminato di una condizione universale: l’incomunicabilità dei nostri tempi. La poesia allora deve servire a non dimenticare, a riparare in qualche modo l’amnesia del passato, di aiutare a ricostruire ciò che resta dell’identità, della memoria. A parlare di un’umanità comune, ad accogliere, come in una sorta di transfert, le parole e i mondi dell’altro. Questo è il senso profondo della poesia di Aglieco – autore tra l’altro della raccolta Giornata con cui nel 2004 ha vinto il premio Montale Europa –: la poesia come ascolto, mettersi in contatto, tendere l’orecchio verso l’altro, verso il mondo, come hanno insegnato grandi lirici come Mandel’stam, Rilke e Celan. E da questi grandi maestri Aglieco sembra aver fatto proprio l’atteggiamento di esposizione, di ascolto, appunto, nel tentativo continuo di stabilire un colloquio. Aglieco, oltre che finissimo lettore della poesia altrui, da molti anni si occupa di teatro in ambito educativo, come regista, attore e formatore.
L’economia del verso, i toni smorzati, l’assenza di retorica e di sentimentalismo (tratti ancora più evidenti in questi versi quasi del tutto privi di punteggiatura) sono i caratteri distintivi della poesia di questa raccolta, che segna un momento decisivo nel cammino poetico di Aglieco, voce appartata, ma tra le più vigorose e sensibili delle ultime generazioni.

Corrado Benigni

Un regalo …

Gli occhi, quante volte li ho tenuti spalancati, mentre avrebbero voluto chiudersi. Accompagnavo i miei genitori al treno. Ogni volta era di notte che partivano. La stazione, il luogo più deserto che conoscessi in quel periodo, la sentivo come la cosa più ostile e invece, già da quel tempo, mi insegnava ciò che è il senso del congedo, del buio, del vedere e del ri-conoscere … continua qui

puntoacapo presentazione ultimi titoli

Milano, Libreria Equilibri, Via Farneti 11
Giovedì 29 ottobre ore 17,30
Mauro Ferrari

presenta i nuovi titoli della Collana Passi poesia:

Marina Agostinacchio, Azzurro, il melograno
Luca Benassi, L’onore della polvere
Camillo Sangiovanni, Ricamo infinito
Arnold de Vos, Ode o La bassa corte dell’amore
Alessandra Paganardi, Frontiere apparenti. Silloge vincitrice dell’Edizione 2009 del Premio “Astrolabio”.

Intervengono gli Autori, Alessandro Canzian e Adele Desideri

La polmonaria di Fernanda Fernirosso

Fernanda Fernirosso, MIGRATORIE NON SONO LE VIE DEGLI UCCELLI, Il ponte del sale 2009

11L’arazzo che Fernanda Ferrarosso, costruito con le pagine di questo libro, non ha nulla dell’ordine precostituito della tela di Penelope; non disegna simbologie femminili, geografie di acque stagnanti, di attese. Questi testi sono invece poemi migratori, senza, però, l’andata e ritorno della migrazione degli uccelli.

Piuttosto, sembrano, peregrinazioni, affrontate nelle infinite possibilità del corpo, inselvatichito, arato ancora, solcato: “Che cos’è il tuo corpo? Io non so se ti sei chiesto una volta che cos’è il tuo corpo”, (Jaime Saenz, citato all’apertura).

Si veda, per esempio, come il testo non rinunci a ogni possibile richiamo di altri sensi, di altre mappe. Il testo tende al polisenso laddove le parole si spezzano, si tagliano, si aprono all’ambiguità e alla ricchezza della scoperta: “sciogli i fiumi e annodi le corde delle mie montagne/le bocche agli altoforni le effusioni delle stelle/(…)dentro un’ora/mi semini la mano di rondoni e il sen(n)o di ogni dolore/è meno che polvere”, p. 26. “Io che faccio l’amore di prima mattina alla(r)gando la notte del tuo desiderio”, p. 34, ma sono solo esempi.

Questa tendenza ad aprire il tessuto del testo ad altri possibili risvolti, ci dice di un corpo che non ha trovato la sua strada ma la cerca nel perduto acquatico e tenebroso di una nascita, di un compimento. “Grandi antenati mi sfociano nel ventre/e sirene sondano i miei fondali…”, p. 24. Con una veemenza, soprattutto nella prima sezione, che assomiglia alla forza bruta della primavera, al suo percuotere le gemme, fino allo scoppiare del turgore nel fiore. “Mi sollevano i fianchi delle montagne/i miei alberi maestri/e nessuno a sentinella”, p. 24.

Questa voce non parla da sola, sembra rivolgersi all’altro -  necessario  per il suo compimento, per l’avveramento del verde. “Il tuo nome era amore.//Lo sussurravo piano e tenero/nell’ans(i)a dell’orecchio pron(t)o a seguire me in tutte le tue arcadie” p. 23;  nel paesaggio del corpo, come fosse la foresta selvaggia di ogni compimento.

Corpo liana, dunque, pericoloso; ansa – e prono, accogliente, di amante e di madre, che accudisce e che divora.

C’è sempre in gioco, ferocemente in gioco, il destino della parola, la fioritura dei suoi sensi: “Lingua che corri battente/alle finestre delle nostre case notturne/fermati a fiorire”, p. 32. Una nuova parola per la rinascenza, in cui il foglio la foglia il figlio sono la stessa cosa. In cui “migratorie non sono le vie degli uccelli/ma corsi, stazioni dell’essere.”, p. 80. In cui paesaggio naturale e scrittura sono la stessa cosa. “Ho rondoni e polmonarie che mi crescono l’orecchio/in chiostro delle mille delizie la bocca chiusa”, p. 80. In viaggio, ma dopo, visitando un orto botanico in Germania, ho scoperto che la polmonaria è veramente una pianta.

Sebastiano Aglieco

Il libro riassuntivo di Rinaldo Caddeo

Martedì 20-10-2009 h18
Libreria EquiLibri via FARNETI 11

SIREN’S SONG
IL CANTO DELLE SIRENE

Testi (prose e poesie) di Rinaldo Caddeo
Disegni di Salvatore Carbone

Presentano:
Gabriela Fantato
e
Sebastiano Aglieco

Luisa Romano legge i testi in inglese

una nuova voce: Alberto Frappa

Alberto Frappa, LA CONDANNA DEI TRE CAPITOLI, romanzo storico, edizioni segno 2009

Leggo poco i libri di narrativa. Sia perché sono dell’avviso, e non è opinione solo mia, che la poesia stia producendo prove molto più interessanti della narrativa, sia perché scrivere di poesia è diventato un vero e proprio lavoro che con testardaggine porto avanti insieme a pochi, pochissimi nella Rete ma che richiede impegno e tempo. Rimane, dunque, un problema, a proposito degli autori che pubblicano narrativa in situazioni editoriali piccole e piccolissime. E cioè la lettura, l’attenzione. Perché in fondo un libro di poesia si legge velocemente, anche se poi richiede maggior tempo di assimilazione, di rielaborazione; un romanzo richiede continuità nella lettura, cosa che i ritmi sostenuti di un metropolitano come me sempre in giro per Milano poco  aiutano a realizzare. Ho letto, dunque, il romanzo di Alberto Frappa, per segnalazione di un amico. Mi ci sono dedicato senza fare altro, visto la mole, oltre 400 pagine. Ma qualcuno deve leggere, qualcuno deve parlare, insomma! Se non altro per l’impegno di scrivere un’opera come questa che ha richiesto un lavoro  di documentazione assolutamente encomiabile. Qui riporto una chiacchierata con l’autore, che spero serva da stimolo a chi vorrà leggere il libro, già apprezzato in altre sedi, pur con tutti i limiti  delle nicchie di attenzione riservate, come tutti sappiamo, alle situazioni editoriali non di moda. Alberto ha aperto un spazio in rete, appena segnalato da me.

Sebastiano Aglieco

copertina-ip-11 Quello che colpisce nella lettura del tuo romanzo, è l’accuratissima ricostruzione storica dell’ambiente, tanto che sembra tu abbia a portata di mano, mentre scrivi, un vero e proprio atlante iconografico di quell’epoca

Me ne sono costruito uno su misura: ho collezionato centinaia di fotografie ed immagini. In Italia, le biblioteche e gli archivi di stato sono letteralmente pieni di tesori; le fonti sono a disposizione di tutti; basta cercarle. Quello che forse non è accessibile universalmente, è il senso estetico: vi sono alcuni fortunati che lo ereditano dalla famiglia; gli altri se lo devono creare ex nihilo.

2 Sembra tu abbia presente come erano fatte le città in quel preciso momento storico: la topografia, l’ambiente delle domus, il modo di vivere della gente, l’aspetto delle città in decadenza.

Ho studiato le carte topografiche di Costantinopoli e Roma nel VI secolo, poi mi ci sono inserito come un avatar di “Second Life”. La cosa buffa è che tutto ciò ti riesce meglio se sei abituato a guardare poco la televisione e a non ingobbirti su internet. La mente è gelosa della sua indipendenza, non ama percorsi prestabiliti. La tecnologia ti libera dalla fatica ma ti toglie la libertà: è un prezzo che, personalmente, non sono disposto a pagare.

3 Tu sei appassionato di storia antica e ti sei laureato in  Giurisprudenza, con un occhio particolare per il diritto antico. In effetti, leggendo questo tuo lavoro, mi sembra impossibile poter scrivere un libro di questo genere senza una formazione culturale complessa.

Una formazione complessa è un vantaggio: nel mio caso, il diritto romano mi ha fornito appigli che sono agganciabili a storia, letteratura ed arti visive. Bello no?

4 Il genere del romanzo storico è stato molto praticato in Italia, a partire dal celeberrimo libro di Umberto Eco. Poi si è come incuneato, come spesso avviene, nella letteratura minore ed è ancora assai praticato dagli scrittori che non hanno avuto una notorietà.  Come ti sei posto il problema di inserirti in una tradizione di scrittura con esempi così illustri alle spalle?

Guarda mi passi una castagna appena cavata dalle braci: rischio di scottarmi, ma provo a risponderti.

Il genere non nasce con Umberto Eco ma è praticamente morto con lui.

Il romanzo storico nel nostro paese, per come lo intendiamo ancora oggi, nasce vezzeggiato  nella culla d’oro di Alessandro Manzoni, si è sviluppato con nomi come Federico de Roberto; ha avuto esiti letterari inarrivabili con Maria Bellonci (Rinascimento privato) e Tomasi di Lampedusa (Il Gattopardo). E dopo? beh… siamo passati da querce possenti a boschetti cedui.

La selva oscura di scrittori che ci avvolge è popolata di fiere molto erudite: lonze, lupe ma soprattutto leoni che negligono l’aspetto letterario. Tengono corsi di scrittura creativa ma allo stesso tempo scrivono più come sceneggiatori e saggisti che come romanzieri. Che importanza ha il contesto storico perfetto e coerente se poi trascuri il lavoro di cesello poetico e letterario? Concordo con te quando dici che il genere si è incuneato. La deriva si è incagliata su scogli commerciali.

Per ritornare ad Eco, si tratta di un mistero che non riuscirò mai a comprendere: è come se lui avesse lanciato un guanto di sfida che nessuno fino ad oggi è riuscito a raccogliere.

Accostarmi a tale mondo è stato un atto di incoscienza più che di coraggio.

5 Mi scrivevi nelle nostre prime conversazioni che a te interessa scrivere di tempi e luoghi che non ci sono più, che non abbiano appigli con la miseria della nostra epoca (cerco di tradurre le tue intenzioni, ma dimmi se erro)

Si. Nella contemporaneità è praticamente sparito il senso del mito, del mistero “alto e altro”. In tanta letteratura si pratica un nichilismo che se poteva essere interessante nei primi esiti come Sartre e rielaborato in altri come Moravia; ora finisce per sembrare una stagnazione a oltranza.

6 C’è allora questa contraddizione; da una parte il genere del romanzo storico ti porta al duro lavoro di non poter volare con la fantasia ma di stare e muoverti esattamente in un tempo e in un luogo. Dall’altra tutta questa precisione è innervata da una utiopia: ricostruire Utopia, appunto.

Dici bene: Utopia. Ma in fondo ogni scrittore cerca la sua Utopia. Tommaso Moro ed Erasmo da Rotterdam hanno avuto il coraggio di dare un nome a quel luogo ideale, ma credimi, ognuno di noi è in cerca della sua propria e personalissima Utopia, la sua Atlantide: se non la trova, la ricompone su manoscritto.

7 Tu parli di un periodo della Storia d’Italia estremamente affascinante. E’ un’epoca di trasformazione, di decadenza (detto modernamente). Ma fu veramente un’epoca di decadenza? E che cosa dobbiamo a quell’epoca?

Solo gli storici dilettanti e certa pubblicistica di basso profilo considerano il tardo antico e il medioevo epoche buie. Sono concetti superati, di certo illuminismo ritardatario che si è fermato a far benzina. In realtà si tratta di epoche di sfide vinte contro la Storia. La fusione tra la romanità e gli arcipelaghi barbarici è stata una vittoria della civiltà che sa rinascere e germogliare dalle mescolanze. Da tanto travaglio è stato partorito un tesoro: l’Europa. E poi ci sono tante somiglianze con i fenomeni che stiamo vivendo ora. Nuove moltitudini si stanno accostando a noi; nuovi ambasciatori giungono con tesori culturali che non dovranno sovrastarci ma accompagnarsi ai nostri. Dalla sintesi nasce la crescita.

8 Sono stato colpito dalla tua capacità di tenere il ritmo del racconto in un’operazione di scrittura che si sviluppa lungo l’arco di quasi 400 pagine. Gestisci bene, mi sembra, anche i rimandi, le sospensioni. Un bell’esempio è lo sviluppo della storia d’amore che  inizia già dai primi capitoli, poi quasi ce se ne dimentica e giunge alla sua conclusione solo nelle ultimissime pagine …

In realtà ci ho provato. Ho giocato con la penna, anzi con la tastiera. Ancora oggi non capisco per quale motivo. Anzi, pensandoci bene, forse mi ha mosso la nostalgia e lo struggimento per le storie d’amore ingenue. Guardandomi in giro vedo e percepisco immagini di sessualità dissacrate e banalizzate. Non è moralismo il mio: è – mi ripeto – una sorta di rivendicazione, di nostalgia per qualcosa di cui siamo stati derubati.

9 Il libro mi sembra, ha un chiaro impianto ottocentesco, anche nell’uso di certi schemi di racconto (nelle piccole azioni, nel descrivere i pensieri dei personaggi, nel trovare soluzioni immediate ma non sempre realistiche nelle incombenze  in cui il narratore in qualche modo deve uscire dall’impiccio). E’ la cosa che ho trovato meno interessante … E’ una scelta intenzionale, la tua, contro il moderno?

Che mi pigli un accidente:si! E’ un libro ostentatamente fuori moda. Fuori dal tempo. E’ un romanzo che appartiene non al presente, ma al sempre. Per questo lo considero una provocazione letteraria. Non hai idea di quante persone siano venute da me quasi commosse di aver ritrovato nel romanzo i ricordi, le percezioni delle loro letture giovanili: da Quo Vadis a Walter Scott! Questa operazione ha prodotto risultati inaspettati anche per me.

Noi europei siamo gli anelli finali di una catena lunghissima che inizia con i miti prefilosofici, che si avvolge sul cardine di Omero e di Alighieri e riparte fino ad oggi. Non esistono tagli. Non esistono cesure. E’ stato bello farsi travolgere da questo torrente di bellezza.

10 Trattandosi di un’opera prima, si pone sempre per lo scrittore la questione del dopo. Si prende e si lascia sempre qualcosa. Tu che cosa hai preso e che cosa hai lasciato di questo lavoro?

Ho vissuto un’esperienza mai provata: l’ebbrezza dello scrivere. E’ stata un’estasi senza oppiacei, un’ubriacatura senza assenzio. E’ stato come fare l’amore con l’immaginazione. Il “dopo” è un risveglio amaro che ti lascia disorientato ed orfano e con la voglia di “rifarlo”.

11 E’ possibile, a tuo avviso, farsi un’idea più chiara di quella che abbiamo oggi, dell’evoluzione della chiesa di Roma a partire delle diaspore che tu descrivi?

Altra domanda pericolosa.

Le televisioni e i quotidiani parlano ogni giorno della Chiesa cattolica, apostolica romana senza avere la minima idea di quale materiale incandescente e misterioso osino maneggiare con – temo – superficialità. E’ come salire su un Mongibello e raccogliere lava in fusione a mani nude.

La Chiesa è il più inspiegabile mistero che pervada la Terra da duemila anni. E’ incomprensibile come riesca a sussistere (nonostante la così lacerante indegnità di molti suoi membri) ad imperi ed entità statali potentissime. Questa è una circostanza che dovrebbe fare riflettere molte più persone. A Roma c’è qualcosa; un polo magnetico; qualcosa che non mi torna: ma se leggi al contrario quel nome di quattro lettere, forse ti si aprirà qualche spiraglio.

12 In che occasione, in quali momenti della narrazione, la storiografia non ti è stata di aiuto? Ci sono passaggi in cui sei stato costretto a immaginare piuttosto che a ricordare?

Quanto invidio i bambini che vivono solo per la fantasia e l’immaginazione. In fondo per essere scrittori, bisogna restare bambini e inginocchiarsi alla fantasia come stilnovisti di fronte ad una dama. Ad essa ho dovuto ricorrere si! Come fai ad immaginare cosa passava per la testa dell’augusto Giustiniano assiso su troni d’oro e celato da metri di cortine? O pensare quello che sobbolliva dentro il cranio di un romano pontefice del VI secolo, o di una femmina come Teodora. Devi attaccare chiodi ad un telaio storico e poi cominciare ad avvolgerci un filo su cui passerai la trama della coerenza. Solo alla fine ci ricamerai sopra il tuo arazzo di Bayeux.

13 C’è qualche intenzione polemica, nel tuo racconto, su come si è sviluppata del cattolicesimo, almeno in Occidente?

Beh, chi non entrerebbe in polemica con una madre che getta perle ai porci invece di adornarsene? La definizione di Sant’Ambrogio che concepisce la Chiesa come casta meretrix è una figura retorica, un’allegoria: il termine meretrix viene ad indicare la sconfinata capacita di accoglienza della chiesa, ma ogni tanto si ha la tentazione di attribuirgli il significato comune.

A proposito, che fine ha fatto l’allegoria? Non vi è più spazio per essa nella letteratura e nelle arti figurative contemporanee? Tutto sostituito dalla piovra della provocazione perenne?

14 La tua è stata un’operazione di narrazione oggettiva, sempre che si possa narrare esclusivamente in maniera oggettiva, o esiste una sublimazione di cui il lettore non è e non deve essere a conoscenza?

Certo. Sublimi tutto: le tue fantasie, i tuoi fantasmi, le tue speranze, le tue frustrazioni. Il bello poi è che chi ti legge può interpretare il tutto in base alle sue di sublimazioni: non è fantastico?

15 Ma la sublimazione è anche una parca dalle ali nere…

Se uno ha un vissuto sano, può giocare con le parole; se ha problemi esistenziali, non li risolverà nascondendosi tra i righi di uno scritto.

16  So che stai scrivendo. Puoi anticipare qualcosa del tuo nuovo progetto?

Sto compiendo un atto di estrema superbia intellettuale che dovrei avere l’umiltà di abbandonare subito se avessi un po’ di senno. Ma ho un progetto ambizioso: rielaborare la figura del principe di Salina di Tomasi di Lampedusa.

Il “bisogna che tutto cambi perchè tutto rimanga uguale” di gattopardiana memoria sarà trasferito nell’ epoca tragica del passaggio, anzi della caduta di Venezia così come vissuta dall’ultimo doge di Venezia, Lodovico Manin e dalla sua famiglia: una sfida che mi mette le vertigini ma che mi elettrizza (come si cominciò a dire ai tempi di Galvani).

17  Ancora un periodo di trasformazione, quindi, ma anche di rischio di una stagnazione, di una metamorfosi mai avvenuta. Come poi effettivamente è stato per tutto il meridione.

So cosa intendi, ma nel transfer che intendo operare, più che una stagnazione vi è un cambiamento traumatico, violento. Il fatalismo superbo di Fabrizio Salina si trasformerà nella estatica rassegnazione di Manin di fronte alle truppe napoleoniche che entrano a Venezia, dando alle fiamme il bucintoro, simbolo dello sposalizio del mare.

18   Nelle nostre brevi chiacchierate  mi hai comunicato, più di una volta, il tuo amore per la Sicilia. In effetti, papa Vigilio, prima di giungere a Costantinopoli, fa una sosta a Catania, dove lui, e tu, certo, vi stupite della città costruita con la pomice dell’Etna. Colpisce anche te l’immagine che questa terra ha saputo conservare di sé  come terra del mito, culla di sostrati culturali imprescindibili?

Si. La Sicilia è una sintesi del Mediterraneo. Un palinsesto di palinsesti. Trovo semplicemente incredibile come – a differenza del mio Nordest che è diventato una distesa unica di capannoni e industrie – la Sicilia abbia, almeno fino ad oggi potuto conservare il suo genius o i suoi genii loci.

Perchè noi siamo Dei – dice il principe di Salina all’ufficiale inglese. Personalmente spero che questa “divinità” preservi la Sicilia.

Qui in Friuli, prima hanno fatto tabula rasa di tutta la cultura popolare e dei miti e ora lo Stato pretende di tutelarla con cattedre di dialetto e traducendo Berthold Brecht in friulano. Ma che vuoi che me ne importi di Brecht in friulano se hai messo da parte tutto l’epos che rappresentava l’anima del mio popolo? E’ assurdo.

POETI E SCRITTORI IN LOMBARDIA:CONCORSO

“POETI E SCRITTORI IN LOMBARDIA – 50&PIU’ FENACOM PER LA CULTURA”

Art.1 – L’associazione Fenacom 50&Più’ Fenacom Milano, bandisce la Prima edizione del Premio “Poeti e Scrittori in Lombardia – 50&Più Fenacom per la Cultura”. Il Premio è riservato a coloro che abbiano compiuto 50 anni di età e risiedano sul territorio della Regione Lombardia.

Art.2 – Il Premio, per quanto attiene alla sezione “poesia” è destinato a una lirica inedita, in lingua italiana, di non oltre 40 versi, senza vincolo di tema o di forma metrica. Il Premio, per quanto attiene alla sezione “prosa” è destinato ad un elaborato inedito, in lingua italiana, di non oltre 5600 (cinquemilaseicento) battute in corpo 14, spazi inclusi. Il Premio prevede per ciascuna sezione un primo, un secondo e un terzo classificato. Non sono previsti vincitori ex aequo. Al primo classificato nella sezione poesia spetta un premio consistente in una targa dorata, una pergamena e un buono del valore di 200 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’ Associazione Librai Italiani.
Al secondo classificato nella sezione poesia spetta un premio consistente in una targa d’argento, una pergamena e un buono del valore di 100 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’Associazione Librai Italiani.
Al terzo classificato nella sezione poesia spetta un premio consistente in una targa di bronzo, una pergamena e un buono del valore di 50 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’Associazione Librai Italiani.
Al primo classificato nella sezione prosa spetta un premio consistente in una targa dorata, una pergamena e un buono del valore di 200 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’ Associazione Librai Italiani.
Al secondo classificato nella sezione prosa spetta un premio consistente in una targa d’argento, una pergamena e un buono del valore di 100 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’Associazione Librai Italiani.
Al terzo classificato nella sezione prosa spetta un premio consistente in una targa di bronzo, una pergamena e un buono del valore di 50 euro per l’acquisto di libri in una libreria aderente all’Associazione Librai Italiani.

Art.3 – Ogni candidato dovrà inviare, per la sezione poesia, cinque copie della propria lirica, delle quali quattro anonime ed una contenente nome, cognome, data di nascita, residenza (che deve essere sul territorio della Regione Lombardia), recapiti telefonici, in busta chiusa e in formato di stampa, come definito al successivo art.6. Ogni candidato dovrà inviare, per la sezione prosa, cinque copie del proprio elaborato, delle quali quattro anonime ed una contenente nome, cognome, data di nascita, residenza (che deve essere sul territorio della Regione Lombardia), recapiti telefonici, in busta chiusa e in formato di stampa, come definito al successivo art.6

Art.4 – Non si accettano lavori scritti a mano o inviati via e-mail.

Art.5 – Gli elaborati pervenuti non saranno restituiti.

Art.6 – Unitamente alle opere, ogni concorrente, tanto della sezione poesia quanto della sezione prosa, dovrà allegare su foglio a parte la seguente dichiarazione firmata: “Dichiaro che gli elaborati da me presentati al Premio “Poeti e Scrittori in Lombardia – 50&Più Fenacom per la Cultura” sono frutto della mia creazione personale, inediti, non premiati ad altri concorsi. Sono consapevole che false attestazioni configurano un illecito perseguibile a norma di legge”.

Art.7 Gli elaborati di entrambe le sezioni dovranno pervenire entro il 10 dicembre 2009 (farà fede la data del timbro postale) al seguente indirizzo: “Poeti e Scrittori in Lombardia , Ufficio Stampa dell’Unione del Commercio –Segreteria del Premio, Corso Venezia 47/49 20121 Milano, (telefono 027750222).

Art.8 – Le decisioni della Giuria del Premio “Poeti e Scrittori in Lombardia – 50&Più Fenacom per la Cultura”, composta da Filippo Ravizza (presidente), Sebastiano Aglieco, Mauro Germani, sono inappellabili.

Art.9 – La premiazione avverrà nel corso di una manifestazione che si svolgerà presso l’Unione del Commercio di Milano e Provincia, in Corso Venezia 47/49, il giorno 25 del mese di gennaio dell’anno 2010 alle ore 16, alla quale saranno invitati tutti i partecipanti al concorso, nonché tutti coloro che, amici e/o familiari dei concorrenti, vorranno essere presenti.

Art.10 – Le sei opere complessivamente vincitrici nelle due sezioni poesia e prosa, verranno pubblicate nell’ambito di un ampio servizio sul premio sulla rivista 50&Più.

Art.11 – L’adesione al premio è gratuita e implica l’accettazione di tutte le norme contenute nel presente regolamento.

2 nuovi blog

Segnalo due nuovi blog appena inaugurati di un bravissimo poeta, Mauro Germani, e di un giovanissimo scrittore in prosa, Alberto Frappa,di cui a breve parleremo qui:

Silvia Comoglio, PARTITURA

Silvia Comoglio, CANTI ONIRICI, L’Arcolaio 2009

alfabetoIl libro di Silvia Comoglio è costruito come una partitura musicale, con tanto di annotazioni sul significato dei segni adoperati (trattino breve, trattino breve prima di una parola, freccia a desta, parentesi quadre, etc…).
Sono indicazioni, però, non solo per l’esecuzione, ma costituiscono una specie di sottotesto filosofico che sottintende il senso dello scrivere, il flusso di pensiero e parola che, in qualche modo, sempre deve diventare struttura, forma.
“Chi canta si concentra su quella parola o perché è rivelatrice di qualcosa o perché consente di portare alla luce presenze che già esistono a livello inconscio”, (l’autrice nelle note).
Così, spesso, le sillabe sono accentate: (mòndo, fòsti, sémplice, éssere), come a segnalare una intensificazione dei passaggi ritmici, nettamente avvertibili all’interno di una struttura formale compatta, squadrata, che prevede una funzione portante delle vocali – nel senso di una compattazione del testo – mente le consonanti battono come il martello sull’incudine, portando il discorso alla sua conclusione formale.
Che cosa battono, fortemente, aspramente, queste parole? “Un tempo non suddiviso, istintivo, sebbene non del tutto estraneo, che induce a prendere atto di una non consueta, ma reale, storia di noi stessi”, (Marco Furia nell’introduzione).
Tematicamente queste poesie sono costruite intorno a un albero; mitologicamente, intorno all’albero del mondo, con tutti i suoi sostrati, le sue stratificazioni culturali. Ma esso è fondamentalmente la nascita, il luogo in cui la parola muta è improvvisamente immersa nel suono, nella bestemmia del mondo.
Esce da un bosco la parola, al limite, e mi sembra di poter interpretare questo fitto tessuto fonico come danza della creazione – all’inizio, in alcuni miti, c’è il suono, la musica, e la creazione è variazione successiva di poche note iniziali – .
Il sogno e la sua trasposizione in canto, è il tramite col mondo nel quale siamo stati, dal quale veniamo. Alberi segnano questi miti, questi confini. La luna, invece, indica che questo canto è notturno, aurorale; che Euridice potrebbe non ritornare, che la parola ha il potere di inghiottire se stessa; di tradire finanche.
Questo ci dice Euridice nel poemetto più bello di tutto il libro:

invano, mio piccolo signore,
invano – credi – qui è l’oriente,
il principio – tutto rivelato: la voce, mio signore,
è giostra solo spinta – verso la sua eco,
è il corpo del lume che si affaccia
sull’ùltimo filare, ammaliando
quando non vivremo del lìmit del bosco,
del témpo che si chiama – limite del bosco – - –

- – -

Il canto, quindi, si dà per pause, intermezzi. Questa accentuazione a tutti i costi diventa l’àncora di salvezza dell’essere oltre quel che avvenne; oltre quella riva c’è il confine del bosco, del sogno.
La notte, quindi, richiama, trasporta, ma soprattutto chiede i nomi da decifrare. Così questi alberi sono figure ambivalenti, possono inghiottire, portare indietro o allontanare dall’origine amplificando il compito del dire – in qualche forma cercata – il nulla.
Si capisce perché questi canti sono onirici. Non sono invocazioni romantiche alla notte; non ci dicono di una rinuncia a vivere, smemorati di un antico luogo, ma della fatica della parola ad essere, ad avere suono e forma; a venire, senza dimenticare del tutto che dobbiamo parlare. Per dovere, appunto, altrimenti il bosco ombroso avanzerà, riporterà il canto al suo mistero.

Sebastiano Aglieco

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