Corrado Bagnoli ricorda Paolo Leveni

Lui era lì, con il manuale, come lo chiamava lui, tutto mandato a memoria: un’esperienza straordinaria, una passione e un gusto per la ricerca, per la bellezza, per la cultura che continuava ad avere nonostante gli anni. Pronto a dirci che la pagina 157 recitava in questo o quell’altro modo, ma pronto poi, lui per primo, a provare nuove strade, a inventarne altre. Perché questo è il segreto di un maestro: imparare tutto il possibile e poi reinventarlo con una sua lingua, con una nuova forza, costruendo un mondo diverso, seppure ancorato a ciò che viene prima.. Paolo era così, sempre pronto a mettersi in gioco, sempre curioso, attento, creativo. All’apparenza burbero, ma solo per chi non lo conosceva bene. Perché la manfrina dell’uomo duro, quasi severo, era subito scoperta: di fronte a un quadro, davanti a una poesia, giuro di averlo visto piangere, di averlo visto quasi incapace di parlare. E chi lo ha conosciuto sa quanto, invece, fosse sempre vivacemente loquace, dotato di una dialettica tagliente, difficile da trovare impreparato su qualsiasi argomento storico, scientifico, artistico o politico sul quale ti capitava di interloquire con lui. E come lo prendeva poi un magone buono ogni volta che parlava dei suoi nipoti, anche se poi era davvero discreto, raccontava poco, quasi volesse nascondersi un po’. Ma parlavano per lui la sua voce rotta e gli occhi, lo sguardo che tirava via il trucco della seriosità e si lasciava riempire di una luce liquida, quasi bambina. Ci vorrebbero dei libri interi per raccontare quello che Paolo ha fatto nella sua professione, nel suo impegno sociale e culturale, nel campo artistico o in quello dell’editoria: non c’era mai un progetto per volta, con lui. E sempre con un’attenzione quasi maniacale ai dettagli. E un suggerimento per tutti. Quando va via un uomo così, quando te lo tirano via, se ne va un mondo intero di persone, di relazioni, di cose, di parole e di idee. E stai lì con il suo stesso magone a rimpiangere quante cose mancheranno insieme a lui, quante non potranno più essere uguali a prima; stai lì e non sai misurare quanto mondo in meno ci sarà da adesso in poi, senza di lui, senza quello che lui avrebbe fatto ancora. Negli ultimi giorni non aveva mai messo via le matite e il computer, erano lì ancora sul suo tavolo di lavoro: quando la “bestia” lo avrebbe lasciato finalmente in pace, diceva, avrebbe ripreso tutto da dove l’aveva lasciato. Ma la bestia non l’ha mollato. Nel suo computer c’è il suo ultimo libro, uno studio di anni sulla scrittura e sull’evoluzione della stampa, una grande sintesi storica e iconografica. Quel libro già pronto dovrà essere pubblicato e verrà letto così, come il suo ultimo regalo. A me piace pensarlo così, Paolo, oggi e quando presenteremo il suo libro: ancora alla finestra, con la sua barba e il sopracciglio inarcato a guardare giù, quasi a nascondersi come sempre faceva quando si parlava di lui, a fare segno con la mano di tagliarla corta. Poi lo vedo tirarsi su piano e andare via in silenzio. Magari dentro la nuvola rosa dei suoi ultimi quadri, nel posto che forse ha cercato per tutta la vita, anche se non l’ha mai voluto dire davvero; in un posto buono dove non ci sarà bisogno di aghi e veleni per addormentare le bestie che ti straziano il corpo, dove le bestie non potranno entrare; in un posto dove cominceranno a capire perché a noi ci manca. E avrà la sua matita e il suo computer e metterà tutti gli altri intorno al tavolo e dirà: “Dai, adesso basta far festa, che dobbiamo lavorare”. Perché lui è fatto così e se ne accorgeranno anche lì. Ciao Paolo, grazie di tutto.

Corrado Bagnoli

non ci sono commenti

Rispondi