Ciao Paolo
Se ne è andato Paolo Leveni, artista di rara sensibilità operante in Brianza; pittore, spesso in ascolto della poesia, della possibilità di un dialogo tra cose e parole, di una consonanza tra senso e immagini. L’avevo conosciuto abbastanza recentemente, in occasione dell’illustrazione di una plaquette d’arte con mie poesie e una introduzione al suo lavoro di Camillo Ravasi, che qui riporto. Che dire: veramente non apparteniamo solo alla terra ma una parte di noi è altrove. Non so dove, non so perchè ma deve esitere un luogo dove ci rivedremo tutti. Ciao Paolo.
In direzione dell’uomo
Quale rapporto esiste tra queste tecniche miste di Paolo Leveni e le poesie di Sebastiano Aglieco dalle quali pure prendono spunto? Queste forse nuvole, porte, case, finestre, trasfigurazioni visive di altre trasfigurazioni letterarie? Queste opere che sembrano non arrendersi, ma riaffermare con la loro esistenza ed evidenza? Esse costituiscono quasi un controcanto o un contraltare, quasi presenza di quello che Aglieco ha sovente preferito sussurrare, intuito o non osato nel suo stare a distanza, pudicamente e giustamente, da un destino esorbitante che lo impegnava: Paolo Leveni nella sua ragionata gestualità, nel suo impeto immaginativo e descrittivo si discosta dallo svolgimento teoretico del poeta, dall’ immagine lirica all’ immagine pittorica il percorso subisce variazioni e viraggi. Quello del pittore non è né il tempo né lo spazio della pazienza, se, come scrive Corrado Bagnoli, questo è il modo per “coinvolgersi col mondo, patire insieme al mondo obbedendo ai suoi segni”. Il suo è lo spazio, puro e semplice, dei segni; più da apocalisse (che non è vicenda catastrofica, ma rivelazione di significati definitivi), capace di bruciare, in quanto tale, le inincidenti sfumature sentimentali e gli errori antropologici dei quali ogni avventura umana si intride. E se il pittore ha coltivato qualche fantasia in queste tavole, i segni stessi, pazientemente, gliel’hanno spazzata via come non pertinente al loro mostrarsi al mondo. Istintivamente – e quindi forse volontariamente – il pittore si è fatto anche lui insegnante, ma solo in quanto obbediente ai segni, tutt’altro che astratti, che le parole richiamavano dentro la realtà, sorprendendone però altri livelli e angolature attinenti piuttosto ad una potenzialità salvifica di essa. Possibilità che non è mai anonima benché innominata: “non ho più parole per le ombre” scrive il poeta, e il pittore sembra essersi trovato a fare i conti con questa certezza, inevitabilmente. Le sue sono immagini invadenti e indifferenti nello stesso tempo; immagini di dentro o di fuori: l’inquieto dilemma può rimanere irrisolto. Esse però ci avvertono di una corrispondenza e con ciò si inoltrano e ci inoltrano; non come la vanga dell’ottava poesia, ma come la freccia, stornata dalla sua funzione poetica, per farsi segno indicatore agli occhi della nostra libertà impacciata. Nel cui fondo sta l’invito di Sebastiano Aglieco a custodire “il bambino che vi chiama” (chi non ricorda la dedica di Saint Exupery nel suo capolavoro?) che Corrado Bagnoli precisa nel suo svolgersi dinamico e quindi maturo come “il far rifiorire il desiderio” e che, insomma, per l’un caso e l’altro è pur sempre il luogo della soddisfazione. A questo punto ci si può arrendere – anzi, ogni uomo ragionevole deve arrendersi! – come Aglieco, non per la fine di sogni traditori, ma perché i segni parlano chiaro (anzi non parlano, si mostrano), quasi a ribadire la sola condizione che rende possibile, anche se a momenti, ciò che ognuno insegue disperata-mente. E non importa se soggetto e immagini risultano coincidenti e quindi bloccati, contraddittori tra il loro incamminarsi e lo stare. Forse lo sono solo più apparentemente che realmente: quale altra forma è possibile all’amore, ad un certo amore, almeno? Quale altra condizione che spalanchi all’infinito, mentre ci attrae a sé totalmente?
Camillo Ravasi
(La pazienza della resa di Sebastiano Aglieco, cinque illustrazioni e una litografia di Paolo Leveni)
3 comments so far
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Tutto sarà più difficile
a Paolo Leveni
Sono vuote le parole che aprono ferite
fanno male quando arrivano
per dirmi che non ci sei più.
Hanno spezzato di colpo
il cerchio del mare
hanno spazzato via la luce
con cui tu scavavi in profondità.
L’annuncio della perdita
non cancellerà mai le tue buone maniere
la gentilezza con cui ha frugato
nelle nostre vite.
Tutto sarà più difficile
perché ci hai insegnato
che nell’ombra è possibile procreare la bellezza.
Nicola Vacca
grazie, grazie molte per questo ricordo, in un mondo di distrazione e di finta solidarietà, spesso – solidarietà solo quando conviene – Vorrei postarlo, se pssibile. Me lo permetti? Ciao, Seb
Certo
ciao
n